Ep. #936 - 🧠 Le Trappole Mentali di Chi SUBISCE e non si ribella mai 👾 - podcast episode cover

Ep. #936 - 🧠 Le Trappole Mentali di Chi SUBISCE e non si ribella mai 👾

Jan 20, 202612 min
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Episode description

SUBISCI SEMPRE? 👾 Se ti accorgi che nelle relazioni finisci sempre per cedere 😶‍️, per dire sì quando vorresti dire no, per evitare il conflitto anche a costo di sparire un po’, questo video ti riguarda. Parliamo di trappole mentali profonde⚠️, di paura dell’esclusione, di meccanismi antichi del sistema nervoso che oggi continuano a guidare il nostro modo di starecon gli altri. Non è debolezza, non è “carattere”, è un funzionamento appreso che si può riconoscere e aggiornare ✨.📚📕 Riferimenti bibliografici Rosso V. Lifestyle Medicine. Mondadori, 2026. Rosso V. PsyQ.Salute mentale e istruzioni per l’uso. 2023.⭐️ TEST sulle TRAPPOLE MENTALI: https://lifeology.typeform.com/test-trappole/?utm_source=yt_organico&utm_medium=go&utm_campaign=testtrappole ⭐️#trappolementali #psicologia #valeriorosso 💠 LifeTribe la community di Lifeology: https://lifeology.it/lifetribe/?utm_source=yt_organico&utm_medium=go&utm_campaign=sp 💠

Transcript

Subire sempre, subire sempre da tutti. Non so se hai presente persone che si pongono sempre o comunque molto spesso in una posizione di accettazione passiva dei bisogni degli altri, dei bisogni altrui, magari facendo passare in secondo piano addirittura i propri diritti. Alle volte no. In famiglia, sul lavoro, nei gruppi di amici, un. Prototipo narrativo di una persona che subisce sempre. Ovviamente estremizzato è il personaggio creato da Paolo Villaggio, Fantozzi, o forse

ancora peggio, fracchia. Andate a vedere i suoi film. Bene, lì c'è il prototipo della persona che è quasi ontologicamente predisposta a subire sempre da tutti, sempre e comunque. Bene, il punto oggi è è questo, quali trappole mentali ti portano in questa direzione? Questo è il punto di oggi, forse lo sai bene anche tu, ci sono persone che nelle relazioni finiscono sistematicamente nella stessa posizione di svantaggio svantaggiate.

Non è una questione, ovviamente, né di sfortuna e né di scelte casuali, badate bene. Badate bene, non è casuale tutto questo, specialmente se le cose si ripetono. No, è una posizione relazionale che diventa nel corso della vita, stabile e precisa. Questa posizione è quella di chi cede sempre, di chi lascia spazio agli altri e non riesce in qualche maniera a far valere i propri diritti. Subire subisce sempre. Sto parlando di chi cede spazio tempo. Tempo, priorità, addirittura

obiettivi? O favorisce magari la costruzione di obiettivi altrui a scapito dei propri? No, in pratica di chi cede terreno decisionale. Per così dire di chi cede prima ancora che il conflitto poi emerga. Sono persone che non entrano neanche in conflitto, sub odorano che c'è necessità di discutere, per cui mollano subito e si mettono in posizione supina. Quando questo schema si ripete ancora è ancora non stiamo parlando, ve lo voglio ripetere solo di carattere o di eccessiva bontà?

Stiamo parlando di. Assetti mentali precisi, profondi, ben determinati, che si attivano automaticamente. È questa la parola no in automatico, soprattutto quando il legame diventa significativo. No, magari in generale non avviene così, ma quando si creano delle relazioni che possano avere un valore bene, questi meccanismi scattano e le persone, consciamente o meno, lo sanno e spesso se ne approfittano. Quindi parlo. Di paradigmi disfunzionali che vengono applicati nel corso

della vita, ma che sono insorti. In realtà ormai la psicologia ce lo spiega bene in tenera età, all'interno delle prime relazioni con i genitori, delle prime relazioni oggettuali, come si dice in psicologia. Quindi all'inizio probabilmente ci sono state relazioni sbagliate o distorte che hanno generato traumi e di conseguenza dei meccanismi di adattamento che se portati sino all'età adulta, diventano trappole,

trappole mentali. Una delle trappole più potenti alla base di questo funzionamento, quello del subire sempre, di non mettere mai primo. In primo piano i nostri bisogni è la paura dell'esclusione sociale, esclusione sociale. Non nel senso, diciamo, superficiale del non piacere, ma nel senso primitivo, ancestrale, quasi biologico, no, del perdere il proprio posto nel gruppo, di essere buttati fuori dalla relazione con il gruppo. Il nostro cervello di fatto è stato costruito per questo.

No? Per milioni di anni essere esclusi dalle persone attorno a noi significava riduzione drastica della possibilità di sopravvivere. Uno. Moriva, si era buttato fuori dal villaggio? No, quella minaccia è ancora lì e attiva, anche se oggi non viviamo più in piccoli clan nella savana o nelle grotte o nei piccoli villaggi ancestrali dell'Europa di un tempo. Ma così avviene in realtà, simbolicamente, in alcuni contesti della nostra vita.

No, contesti importanti. Ve lo dicevo prima, il lavoro è molto frequentemente il teatro di tutto questo, ma anche la famiglia. E in realtà poi anche i gruppi in cui degli amici fanno cose assieme. La possibilità di affermarsi in qualche maniera smesso di essere percepita come un diritto, ma viene percepita come uno stato di alto rischio, come se noi rischiamo davvero di essere ostracizzati buttati fuori dal villaggio, nel bosco e quindi di

morire. Questo ci pone una posizione costantemente riparativa di paura che viene attivata in maniera automatica. Quindi abbiamo. Rischio di tensione relazionale, rischio di essere rifiutati, rischio di aumentare la distanza emotiva e quindi rischio di conflitto. È il conflitto che forse fa paura, perché immaginiamo che il semplice discutere dei nostri diritti e dei nostri bisogni con gli altri sia quello stesso. Un litigio, un conflitto. Non è così.

In queste persone la trappola dell'esclusione sociale attiva, l'incapacità a mettere in campo una discussione costruttiva e critica. Perché immaginiamo che discussi? One discussione significhi conflitto e litigio, il sistema nervoso ovviamente non ragiona in termini di convenzioni sociali, ragiona in termini di sicurezza. All'epoca una soluzione semplice e in apparenza efficace, no?

Quando eri piccolo, probabilmente per far fronte a questa angoscia di essere buttato fuori dalla famiglia, anticipava i bisogni altrui, riducevi i propri evitavi attriti ad ogni costo. Magari osservandone i genitori dei litigi che ti facevano pensare che quello che accadeva tra di loro sarebbe accaduto anche con te e che avresti perso la possibilità di stare all'interno della cerchia familiare, no? Quindi restare dentro al legame a qualunque costo, era l'obiettivo.

E quando uno è piccolo, molto piccolo, addirittura ha un suo senso questa attivazione. All'inizio questa strategia potremmo dire che è adattativa, anche se probabilmente ai ai giorni nostri non serve più. Quando si è piccoli. Però un tempo sicuramente avrebbe potuto salvarci dalla sofferenza e funzionava. Ti mantieni incluso, accettato necessario in qualche maniera, ma col tempo poi smette di

essere utile, si irrigidisce. Perde di senso, diventa un copione automatico, un paradigma che si riattiva ogni volta che percepisce, anche lontanamente e vagamente, la possibilità di essere escluse e di conseguenza di dover discutere e quindi di litigare, questa tua posizione. Il sì, il tuo sì ad ogni richiesta arriva prima del contatto con quello che tu vuoi veramente, no, il tuo limite viene pensato.

Forse dici sì, dovrei porre un limite, ma non riesci ad agirlo il dissenso viene neutralizzato, no, prima ancora di prendere forma e qualche maniera, è un paradigma, una trappola mentale, quella dell'esclusione sociale che ti impedisce addirittura di arrivare al punto della discussione. E qui nasce il paradosso, il grande problema più cerchi di evitare. L'esclusione sociale.

Più cerchi di stare in contatto tramite il continuo andare dietro ai bisogni degli altri e più perdi posizione è quella che si chiama tentata soluzione disfunzionale, come si dice, perché la relazione si struttura attorno alla fine, a un tuo sistematico, alla una tua sistematica, diciamo rinuncia no. E il circolo si alimenta sempre più. Più tu rinunci, più verrai posto in una posizione di rinunciare, più tu raffor.

Zerai l'idea che resti nel gruppo, che resti nella relazione delle persone per te importanti, solo perché rinunci, solo perché sei accondiscendente. Solo perché subisci sempre e tutto questo non è connesso a una tua debolezza. Tu puoi essere una persona anche molto forte e in altri contesti, determinata, ma accade nel contesto specifico della relazione con gli altri, perché stai usando tutta la tua energia psichica per prevenire una minaccia che del presente spesso non esiste, non è reale.

Il nodo è riconoscere quando il cervello sta reagendo a una paura antica e non a una situazione attuale. Chiaro? Devi riconoscere che quello che accade adesso assomiglia a quello che accadeva prima, no? Il presente può assomigliare al passato, alle volte. Ma il contesto è tutt'altro e soprattutto il presente è presente. E spesso noi esseri umani confondiamo il presente con quello che è accaduto un tempo in psicologia e in psicodinamica si dice ora come allora.

Qual è quindi la soluzione? Ovviamente non è una soluzione semplice, anzi è difficile. Bisogna sicuramente essere aiutati, ma il primo punto è rendersi conto di che cosa sta accadendo. È il punto, chiamiamolo risolutivo. Forse finale sarà quello di provare a restare nel momento in cui nasce questa urgenza di cedere, di mollare le nostre posizioni.

No, restare nel momento in cui sale la paura del conflitto, sentire addirittura la nostra attivazione corporea e tollerare anche per poco l'idea che il legame possa reggere anche senza la tua immediata disponibilità. Le cose potrebbero andare avanti e se tu inizi a farlo per un pochino, inizi a sperimentare che probabilmente il legame reggerà al di là della tua paura, fantasmatica che ha radici profonde nel tuo passato ma che non è realmente presente. OK in questo momento nella tua

nel tuo contesto presente. Non è semplice, lo so, ma ogni volta che reggi un limite senza ovviamente essere escluso, vedrai che sarà così. Il tuo sistema nervoso aggiorna le sue mappe si. Ricabla e impara che l'appartenenza al tuo gruppo non passa necessariamente dall'autocancellazione dei propri bisogni, anzi potremmo quasi dire che è una forma di exposure therapy, di terapia, di esposizione. Se ti interessano questi temi sicuramente bisognerà che ne riparliamo.

Eh ma soprattutto mi chiedo, che ne dici, ti è mai capitato? Ti risuona quello che sto dicendo? Hai una tua testimonianza da lasciare che possa essere utile anche per gli altri? Fallo. Perché oltretutto se ti riconosci in questo funzionamento, lo voglio ripetere chiaramente, sappi che non è una debolezza personale, ma è una trappola mentale, strutturale. Frequente, tipica di molti

esseri umani. Per adesso ti invito ad approfondire questo tema, a chiedermi se vuoi che io stesso ne riparli e se vuoi in descrizione puoi trovare un test gratuito sulle trappole mentali. Un test gratis è un modo per capire meglio quali possibili trappole TI potrebbero riguardare, no? Ovviamente non è nulla di rigidamente clinico, non serve a fare alcuna diagnosi. Non ti definisce, ma. Potrebbe rendere visibile

iniziare a far uscir fuori. Quali meccanismi guidano le tue scelte relazionali e altre scelte nella tua vita che potrebbero essere fuori dal dominio della tua volontà? No, e spesso fuori anche dal dominio della tua consapevolezza. Vai a dargli un'occhiata il link giù in descrizione oppure quello che vedi qua sullo schermo da qualche parte, vedrai che è molto interessante. Clicca il link e vai a fare il test gratuito.

Bene perdesse tutto. Se questo video ti ha fatto riflettere Previti un secondo metti like non tanto per l'algoritmo ma perché significa che il tema ti ha toccato davvero. Inoltre se ancora non sei iscritto al canale fallo adesso noi ci vediamo al prossimo video a presto.

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