Mangia tutto che in Africa i bambini muoiono di fame. Avete mai sentito questa frase? Sì, lo so, tutti noi abbiamo sentito almeno una volta questa frase. È una frase che sembra innocente, persino carica, diciamo di buone intenzioni, ma in realtà rappresenta molto di più di una semplice frase che spesso viene detta ai bambini. In realtà è la punta dell'iceberg di un paradigma. Ecco, partiamo proprio da qui. Cos'è un paradigma? Un paradigma è un'insieme di regole invisibili, non scritte,
non dette, ma potentissime. Sono quelle credenze, quelle abitudini profonde, quei modelli di pensiero, per così dire, che poi finiscono a definire la nostra realtà. No, senza che ce ne accorgiamo molto spesso.
Sono un pochino come il software di base del nostro cervello, un po' un sistema operativo, non li scegliamo in qualche maniera, li ereditiamo, ci vengono installati precocemente e spesso nell'infanzia con frasi di questo genere e attitudini simili, e poi li portiamo dentro per tutta la vita. Finché poi non li vediamo realmente non ce ne rendiamo conto e finché poi non decidiamo di cambiarli, di cambiare questi
paradigmi. Ora, se c'è un ambito della nostra vita in cui questi paradigmi ci condizionano a livelli profondissimi è proprio quello del cibo. Il nostro stile alimentare non è ovviamente solo nutrizione, è memoria, è affetto, è cultura. Alla volte è trauma. E amore mescolato al senso di colpa? Alle volte sicuramente la nutrizione è uno strumento di regolazione emotiva. Diciamo che in generale è tutto tranne che razionalità. Pensateci bene, pensaci bene.
La prima cosa che facciamo quando veniamo al mondo è proprio nutrirci, o per meglio dire, farci nutrire. Perché in realtà non ci nutriamo poi da soli e non ci nutriamo solo di latte, ci nutriamo di tutto quell'impianto emotivo che sta attorno al cibo. No, ci nutriamo di sguardi, di carezze, di voci, di amore. E il cibo diventa da subito una forma di comunicazione affettiva e una forma di regolazione emotiva. E ovviamente il problema per gli anni futuri poi nasce proprio lì.
Quando l'affetto viene confuso con il cibo, quando il bambino fa questa equazione sbagliata, quando il cibo diventa un sostituto delle emozioni, quando da bambini impariamo che se mangi sei bravo, se non mangi mi fai soffrire, no, se non finisci il piatto non mi vuoi bene abbastanza. Sono tutti impliciti che entrano nella nostra mente come paradigmi. Ed ecco poi dove si crea il danno, più o meno grave, chiaramente.
Perché? Se da piccoli abbiamo imparato che mangiare è il modo per essere amati, da grandi useremo il cibo per colmare vuoti emotivi, per regolare ansia, per provare ad attenuare la tristezza, no, per per regolare la rabbia, per spegnere qualcosa o per accendere qualcosa e
quindi per sentirci più vivi. Tra parentesi, è è per tutto questo che abbiamo pensato il Life di creare nutrizionalmente che è appunto video percorso con coach di gruppo, pensato proprio per riscrivere passo dopo passo il tuo rapporto con il cibo, per liberarti da questi condizionamenti profondi e. E tornare poi a mangiare in modo sano, emotivamente consapevole. Eh, trovi tutto in descrizione, dagli un'occhiata. Ci sono anche delle video lezioni gratuite.
Avvicinarsi a nutrizionalmente per me è una buona possibilità che vogliamo dare alle persone di di riscrivere il rapporto con il cibo. Ma torniamo a noi. Spesso infatti pensiamo che mangiare è male o bene sia sostanzialmente. Qualcosa che dipende dalla volontà. Ecco, la volontà è un'altro elemento che a me fa un po' imbestialire. Tutti parlano di volontà quando si parla di cambiamento.
Per carità, ci va, ci vuole una spinta volitiva iniziale, Eh, ma non è questione solo di volontà, non è questione di di disciplina. Di calorie? No, non è così. Mangiare male è una memoria emotiva. Molto spesso è una memoria emotiva. E un comportamento appreso, automatizzato, inconsapevole. È un riflesso condizionato e molto spesso, come vi sto dicendo, nasce proprio in
famiglia. All'interno della famiglia io ho conosciuto pazienti che, pur avendo ricevuto tanto amore, raccontano comunque una sofferenza silenziosa legata al cibo. Benché ci sia il vissuto dell'amore, magari c'è proprio spesso questa tramite del cibo, no? in Italia è frequentissimo madri che ti cucinano piatti buonissimi, enormi, ti seducono con il cibo no, per dimostrarti affetto.
In alcuni casi si fermano lì, in altri casi poi arrivano al colpevolizzati no, se non finisci tutto cose di questo genere. E proiettano su di te la loro voracità, che alle volte è frutto loro stesso no, di altri paradigmi passati da i loro stessi genitori, quindi padri che premiano con il gelato, puniscono togliendo la pizza i nonni che ti pernutrono per sentirsi utili o per darti affetto, magari in presenza di un vocabolario emotivo scarso.
Ahimè succede anche questo, non c'è spesso cattiva intenzione, però i danni ci sono, no? E tutto questo ci colpisce. Bambini nel dubbio no, mangiano per far felici gli altri. È un meccanismo molto perverso, è questo il problema. Non mangiamo poi dopo più per nutrire il nostro corpo, ma per nutrire l'altro. Da piccoli, per non farlo soffrire, per non deluderlo, per non perderlo. E quando questo si consolida poi nell'età adulta, il gesto diventa automatico. No, ti senti solo, mangi e sei
stanco, zucchero, sei frustrato. Dolci come un farmaco, come una dipendenza. Perché poi il cibo diventa una dipendenza, lo sappiamo, lo insegniamo noi stessi, no? Come una sedazione emotiva. Rapida, legale, socialmente accettata. E qui entra un'altro altro. E qui entra un'altro inganno, un'altro grande inganno, l'idea che il cibo poi risolva, che metta a posto le cose. Ma il cibo non risolve il cibo, non abbraccia, non consola, non è effettivamente un trasferimento di affetto, non
ascolta, in realtà ti distrae. Al massimo ti distrai, ti anestetizza un po', ti dà piacere. E ricordiamoci che piacere e felicità sono due cose diverse. E infatti poi dopo sei punto a capo, anzi, a volte stai pure peggio. Molto spesso stai peggio perché arriva la colpa, la vergogna, il giudizio, quel maledetto giudizio. No? Che poi noi stessi abbiamo nei nostri stessi confronti, ma.
Sapete qual è la buona notizia? Che quei paradigmi si possono riscrivere non in un giorno, ma un po' per volta, piano piano, con consapevolezza, con nuovi strumenti, soprattutto con un nuovo dialogo con noi stessi che si è rivolto alla consapevolezza. Chiaramente serve un lavoro profondo, certo, ma non impossibile assolutamente. Serve far pace con la propria storia, diciamo alimentare pace con i propri genitori in larga parte, anche se solo dentro noi
stessi, può essere sufficiente. E serve liberare il cibo dal peso del passato, la nutrizione dal peso di quello che è accaduto, per restituirgli poi il suo ruolo naturale. No, nutrire il corpo senza diventare lo scudo dell'anima.
E sapete da dove si comincia? Dal vedere quello che prima era invisibile, dal capire che non siamo noi a essere sbagliati, che se non riusciamo a controllare il nostro rapporto con il cibo non è perché siamo deboli, ma perché qualcuno tanti anni fa, con dei paradigmi installandoli, i paradigmi ci ha insegnato, anche senza volerlo, spesso quasi sempre in realtà un modo distorto di viverlo, di vivere il cibo. Ed è qui però che si apre una possibilità nuova, no?
Ed è una possibilità concreta. Ci sono vari modi per arrivare a cambiare le cose, noi ne proponiamo uno, no. Infatti per questa ragione abbiamo creato poi nutrizionalmente per offrire appunto, vi dicevo prima, un percorso diverso, profondo, efficace, che è un video percorso completo, un coaching di gruppo dove non sei solo.
Lavori con noi, lavorerai con una dietista, con me con Gennaro, Riscriverai la tua relazione con il cibo, insieme, appunto dei professionisti che conoscono queste valenze in modo umano, graduale e reale. Quindi non si tratterà solo di dieta, si tratterà di libertà, di identità e di consapevolezza e di ritrovare il tuo centro, il tuo equilibrio, il tuo potere. Eh, bene, OK. Non avevo visto che la telecamera era cambiata, per adesso è tutto.
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