Santo Padre, Venerabili padri, fratelli e sorelle per la vostra e la mia consolazione. Questa meditazione sarà centrata tutta e solo su Dio. La teologia. Cioè il discorso su Dio. Non può rimanere estranee alla realtà del sinodo. Come non può rimanere estranea a ogni altro momento della vita della Chiesa. Senza la teologia, la fede diventerebbe facilmente morta, ripetizione. Mancherebbe dello strumento principale per la sua inculturazione.
Per assolvere questo compito? La teologia ha bisogno essa stessa di un rinnovamento profondo. Quello di cui il popolo di Dio ha bisogno. E una teologia che non parli sempre e soltanto di Dio in terza persona. Con categorie mutuate spesso dal sistema filosofico in auge, incomprensibili fuori della ristretta cerchia degli iniziati. È scritto che il verbo si è fatto carne. Ma in teologia spesso il verbo si è fatto solo idea. Carlo Barth auspicava l'avvento di una teologia capace di essere
predicata. Ma questo auspicio mi sembra lontano dall'essersi realizzato. San Paolo ha scritto lo spirito, scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. I segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti, se non lo spirito di Dio. Ora noi abbiamo ricevuto, non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, allo spirito di Dio, per conoscere ciò che Dio ci ha donato. Ma dove trovare ormai una teologia che faccia leva sullo Spirito Santo più che sulle categorie della Sapienza umana?
Per conoscere le profondità di Dio. Bisogna per questo ricorrere a materie cosiddette opzionali. La teologia spirituale o la teologia pastorale. Arido, ibach ha scritto. Il ministero della Predicazione non è una volgarizzazione di un insegnamento dottrinale in forma più astratta, che sarebbe adesso anteriore e superiore e al contrario, l'insegnamento dottrinale stesso nella sua forma più alta. Questa è la vero della prima predicazione cristiana, quella degli apostoli.
Ed è vero ugualmente della predicazione di coloro che sono ad essi succeduti nella chiesa, i padri, i dottori e i nostri pastori dell'ora presente. Pingback. Sono convinto che non c'è nessun contenuto della fede, per quanto elevato. Che non possa essere reso comprensibile a ogni intelligenza aperta, la verità. Se c'è una cosa che possiamo imparare dai padri della Chiesa? È che si può essere profondi senza essere oscuri.
San Gregorio Magno dice che la sacra scrittura è semplice e profonda, come un fiume in cui, per così dire, un agnello può camminare e un elefante può notare. La teologia dovrebbe ispirarsi a questo modello. Ognuno dovrebbe potervi trovare il pane per i suoi denti, il semplice il suo nutrimento e il dotto un cibo raffinato per il suo palato. Senza contare che spesso. Rivelato ai piccoli quello che è tenuto nascosto ai dotti e ai sapienti. Ma chiedo scusa che sto
tradendo. La mia promessa iniziale. Non è un discorso sul rinnovamento della teologia, che intendo fare in questa sede. Non avrei nessun titolo per farlo. Vorrei piuttosto mostrare come la teologia, intesa nel senso accennato, può contribuire a presentare in modo significativo il messaggio evangelico all'uomo d'oggi. E dare linfa nuova alla nostra fede e alla nostra preghiera. La notizia più bella che la Chiesa ha il compito di far risuonare nel mondo.
Quella che ogni cuore umano attende di sentire e. Dio ti ama. Questa certezza deve scardinare e sostituire quella che ci portiamo dentro da sempre, Dio ti giudica. La solenne affermazione di Giovanni, Dio è amore? Deve accompagnare con una nota di fondo ogni annuncio cristiano. Anche quando l'annuncio deve ricordare come fa il Vangelo, le esigenze concrete pratiche di questo amore. Quando invochiamo lo Spirito Santo, anche nella presente
occasione del sinodo. Noi pensiamo in primo luogo allo spirito come luce. Luce che illumina le situazioni ci suggerisce le soluzioni giuste. Pensiamo meno allo Spirito Santo come amore. Invece è questa la prima e più essenziale operazione dello spirito di cui la chiesa ha bisogno. Solo la carità edifica la conoscenza, anche quella teologica, giuridica ed ecclesiastica, spesso non fa che gonfiare e dividere. Se ci domandiamo perché siamo
così ansiosi di conoscere? E oggi così eccitate alla prospettiva dell'intelligenza artificiale. E così poco, invece, preoccupati di amare. La risposta è semplice. E che la conoscenza si traduce in potere. E invece l'amore in servizio. Lo stesso Bach ha scritto, occorre che il mondo lo sappia. La rivelazione del Dio amore sconvolge tutto quello che esso aveva concepito della divinità. A tutt'oggi non abbiamo finito.
E non si finirà mai. Di trarre tutte le conseguenze da questa rivoluzione evangelica su Dio come amore. E in questa meditazione vorrei mostrare come, partendo dalla rivelazione di Dio come amore. Si illuminano di luce nuova e i principali misteri della nostra fede. La Trinità. Incarnazione. E la passione di Cristo. E diventa meno difficile far comprendere, farli comprendere alla gente.
Quando San Paolo definisce i ministri di Cristo come dispensatore dei misteri di Dio. Intende questi misteri. Non si riferisce a dei riti e neppure in primo luogo, ai sacramenti. Iniziamo dal mistero della Trinità. Perché noi cristiani crediamo che Dio è uno e trino. Mi sono trovato più di una volta a predicare la parola di Dio a cristiani che vivono in paesi a
maggioranza islamica. Nei quali, tuttavia, c'è una relativa tolleranza e possibilità di dialogo come avviene negli Emirati Arabi. Sono persone per lo più immigrati, impiegati come manodopera. E se mi hanno chiesto a volte cosa rispondere alla domanda che viene loro rivolta nei luoghi di lavoro? E cioè, perché voi cristiani dite di essere monoteisti e non credete in un Dio unico e solo? Dico cosa?
Consigliato loro di rispondere. Perché nella spiegazione che dovremmo dare a noi stessi e a, chi ci interroga sullo stesso problema? Noi crediamo in un Dio uno e trino. Perché crediamo che Dio è amore. Ogni amore è amore di qualcuno. O di qualcosa? Non si da un amore a vuoto. Come non si dava una conoscenza che non sia conoscenza di qualcosa o di qualcuno. Ora chi ama Dio per essere definito l'amore? L'universo. L'umanita.
Ma allora è amore? Solo da qualche decina di miliardi di anni, da quando cioè esiste l'universo e il mondo e l'uomo. Prima di allora chiamava Dio per essere l'amore. Dal momento che Dio non può cambiare e cominciare ad essere quello che prima non era. I pensatori greci. Concependo Dio soprattutto come pensiero. Potevano rispondere, come fa Aristotele nella sua metafisica. Dio pensava a se stesso. Era puro pensiero, pensiero di pensiero.
Ma questo non è più possibile nel momento in cui si dice che Dio è amore. Perché il puro amore di se stesso sarebbe puro egoismo o narcisi? Ed ecco la risposta della della rivelazione definita nel Concilio di Nicea nel 325. Dio è amore da sempre, ha eterno, perché prima ancora che esistesse un oggetto fuori di sé
da amare. Aveva in sé stesso il verbo, il figlio unigenito che amava di un amore infinito che è lo Spirito Santo. Tutto questo non spiega come l'unità possa essere contemporaneamente Trinità, che è un mistero inconoscibile perché avviene solo in Dio. Ci aiuta però. A intuire perché in Dio l'unità deve essere anche comunione, pluralità. Dio è amore, per questo è Trinità. Un Dio che fosse pura a conoscenza. Oppure la legge? O potere assoluto? Non avrebbe bisogno di essere trino.
Questo, anzi, complicherebbe le cose. Nessun triumvirato e nessuna diarchia, è durata molto nella storia. Anche i cristiani credono dunque. Crediamo dunque nell'unità di Dio? Che siamo monoteisti. Un'unità però non matematica o numerica, ma d'amore. E di comunione. Se c'è qualcosa che l'esperienza dell'annuncio dimostra essere ancora capace di aiutare gli uomini d'oggi? Se non a spiegare almeno a farsi un'idea della Trinità. Questo è proprio quella che fa
perno sull'amore. Dio è atto puro e questo atto è un atto d'amore dal quale emergano, sbocciano simultaneamente a eterno, un'amante, un amato e l'amore che li unisce. Il mistero dei misteri a pensarci bene non è la Trinità. Ma capire cos'è in realtà l'amore? Essendo questo l'essenza stessa di Dio, non ci sarà dato di capirlo appieno neppure nella vita eterna, perché sarebbe uguagliare Dio, comprenderlo appieno. Ci sarà dato tuttavia qualcosa
di meglio che comprenderlo. E cioè possederlo e saziarci bene eternamente. Non si può abbracciare l'oceano. Ma ci si può tuffare dentro? Passiamo all'altro grande mistero da credere, da annunciare al mondo, l'incarnazione del verbo. Alla luce della rivelazione di Dio come amore anch'esso vedremo acquista una nuova dimensione.
E qui lo mando, perdono se in questa parte almeno chiedo uno sforzo di attenzione superiore a quello che bisognerebbe chiedere in una predica, cioè in un discorso orale, ma penso che valga la pena fare uno sforzo almeno una volta in vita. Se lo facciamo qui dove viene fatto? Ripartiamo dalla famosa domanda di Sant'Anselmo. Perché Dio si è fatto uomo cur deus Homo? È nota la risposta. E perché soltanto uno che fosse nello stesso tempo uomo e Dio poteva riscattarci dal peccato.
Come uomo, infatti, egli poteva rappresentare tutta l'umanità. Come Dio, quello che faceva aveva un valore infinito, proporzionato al debito che l'uomo aveva contratto con Dio, peccando. La risposta di Sant'Anselmo è perennemente valida. Ma non è l'unica e ne porra più soddisfacente. Nel credo noi professiamo che il figlio di Dio si è fatto carne per noi uomini e per la nostra
salvezza. Ma non non non si limita alla nostra salvezza, alla sola remissione dei peccati, tantomeno di un peccato in particolare il peccato originale. Resta spazio dunque, per un approfondimento della fede. Ed è quello che cerca di fare il beato duns scoto. Dio dice, si è fatto uomo perché questo era il progetto divino. Originario anteriore alla stessa caduta. Che cioè il mondo creato per mezzo di Cristo e in vista di lui?
Trovasse in lui, nella pienezza dei tempi, il suo coronamento e la sua ricapitolazione. Dio, scrive Scoto. Anzitutto, ama se stesso, poi vuole essere amato da qualcuno che lo AMI, in grado sommo, fuori di se stesso. Perciò prevede l'Unione con la natura che doveva amarlo, in grado sommo la natura umana. Questo amante perfetto non poteva però essere una creatura. Che è finita, ma solo il verbo eterno. Questi, perciò, cioè il verbo si sarebbe incarnato, anche se nessuno avesse peccato.
Il peccato di Adamo ha determinato il fatto, non ha determinato il fatto stesso dell'incarnazione, ma la sua modalità redentrice di riscatto. All'inizio di tutto c'è ancora purtroppo in scoto come si vede un Dio da amare, più che un Dio che ama. È un residuo della visione filosofica del Dio motore immobile. Che può essere amato ma che non può amare. Dio aveva scritto Aristotele. Muove il mondo in quanto è amato. Cioè in quanto oggetto d'amore,
non in quanto ama. In linea con la visione occidentale della Trinità. Scoto pone la natura divina. Non la persona del padre. All'inizio del discorso su Dio. È la natura, a differenza della persona, non può essere un soggetto che ama. In ciò i nostri fratelli ortodossi, eredi dei padri greci, hanno visto più giusto di noi latini. Su questo punto la scrittura ci chiama creda. A fare oggi un passo avanti
anche rispetto a scoto. Sempre consapevoli, tuttavia, che i nostri discorsi su Dio, soprattutto su questi misteri, non sono altro che dei labili segni tracciati con un dito sulla superficie dell'oceano. Dio padre decide l'incarnazione del verbo non perché vuole avere fuori di sé qualcuno che lo AMI in modo degno di sé. Ma perché vuole avere fuori di sé qualcuno da amare in modo degno di sé? Non per ricevere amore. Ma per diffonderlo.
Presentando Gesù al mondo nella nel battesimo e nella Trasfigurazione, il padre celeste dice, questo è il figlio mio, l'amato non dice l'amante. Ancora un piccolo sforzo, solo il padre, nella Trinità e in tutto l'universo, non ha bisogno di essere amato per esistere. Ha bisogno di amare. Questo è ciò che garantisce il ruolo del padre come fonte e origine unica della Trinità. Mantenendo nello stesso tempo la perfetta uguaglianza delle tre persone divine.
C'è all'origine di tutto la folgorante intuizione di Agostino e della scuola che si è sviluppata dopo di lui, essa definisce il padre come l'amante, il figlio come l'Amato e lo Spirito Santo, come l'amore che li unisce. In ciò anche noi latini abbiamo qualcosa di essenziale. e a mio parere indispensabile da offrire per una sintesi ecumenica. E grazie a Dio una piena riconciliazione tra le due teologie non sembra più così lontana e difficile.
Ciò che segnerebbe un passo avanti decisivo verso l'Unione delle due chiese. Veniamo ora al terzo grande mistero, la passione di Cristo che ci apprestiamo a celebrare a Pasqua. Vediamo come. Partendo dalla rivelazione di Dio come amore anch'esso si illumina di luce nuova. Dalle sue piaghe siete stati guariti? Con queste parole, dette del servo di jahvè, la fede della Chiesa ha espresso il significato della morte di Cristo.
Ma possono piaghe, croce, dolore che sono fatti negativi e come tali privazioni di bene possono produrre una realtà positiva. Qual è la salvezza di tutto il genere umano? La verità è che noi non siamo stati salvati dal dolore di Cristo. Ma dal suo amore. Più precisamente dall'amore che si esprime nel sacrificio di se stesso. Dall'amore crocifisso.
Ad abelardo questo famoso. Teologo Razionalista del Medioevo, che già a suo tempo trovava ripugnante l'idea di un padre che si compiace della morte del figlio, rispondeva. Non fu la sua morte, che gli piacque. Ma la sua volontà di morire spontaneamente per noi non mors voluntas placuit sponte. Morientes. Il dolore di Cristo conserva tutto il suo valore e la chiesa non smetterà mai di meditare su di esso, non però come causa per se stessa di salvezza. Ma come segno e dimostrazione
dell'amore. Dio dimostra il suo amore verso di noi. Nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto. Per noi questo Romani 5 8 la morte e il segno e l'amore, il significato. L'Evangelista Giovanni pone come una chiave di lettura all'inizio del racconto della passione. Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Questo toglie alla passione di Cristo una connotazione che ha sempre lasciato perplessi e
insoddisfatti. L'idea cioè di un prezzo o di un riscatto da pagare a Dio o peggio, alcune volte al demonio. Come un sacrificio con cui placare l'ira divina. In realtà. E piuttosto Dio che ha fatto il grande sacrificio di darci suo figlio. Di non risparmiarselo come Abramo non si risparmiò il suo figlio isacco. Dio, dunque, è più il soggetto che il destinatario. Del sacrificio della Croce.
Adesso per finire, dobbiamo vedere che cosa può cambiare nella nostra vita di spirituale di preghiera, queste verità che abbiamo contemplato. Trinità, l'incarnazione, la passione di Cristo. E qui, nei rapidi padri, fratelli e sorelle, ci aspetta la sorpresa. Che non manca mai quando si cerca di approfondire i misteri cristiani. E lo sorpresa scoprire. Che, grazie alla nostra incorporazione a Cristo, anche noi possiamo amare Dio con un amore infinito, degno di lui.
San Paolo scrive che l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori. Ora l'amore che è stato riversato in noi e quello stesso a cui il padre da sempre ama il figlio, non un amore diverso. Io in loro dice Gesù e tu in me parla al padre, perché l'amore con il quale mi hai amato, sia in essi e io in loro. Notare. L'amore con cui mi hai Amato non uno diverso. È un traboccare dell'amore divino?
Dalla Trinità a noi. Dio comunica l'anima, scrive San Giovanni della Croce. Lo stesso amore che comunica al figlio. Anche se ciò non avviene per natura. Come nella casa del figlio, ma per grazia. La conseguenza? E che noi possiamo amare il padre con l'amore con cui lo ama il figlio. E possiamo amare Gesù con l'amore con cui lo ama il padre. Tutto grazie allo Spirito Santo che è quello stesso amore. Cosa diamo allora a Dio di nostro quando gli diciamo ti amo?
Nient'altro che l'amore che riceviamo da lui. Nulla, assolutamente da parte nostra, di nuovo. È come un rimbalzare del suo stesso amore verso di lui, come l'eco che rimanda alla sorgente il suono, magari anche mutilato. No? Non in questo caso grazie a Dio. L'eco del suo amore ritorna a Dio. Dalla cavità del nostro cuore, ma con una novità che per Dio e tutto il profumo della nostra libertà. E della nostra gratitudine di figli. Tutto questo si realizza in modo esemplare nell'eucarestia.
Che cosa no? Che cosa facciamo nell'eucaristia se non offrire al padre come il nostro sacrificio? Quello che in realtà il padre stesso ci ha donato, e cioè il suo figlio. Noi possiamo dunque dire addio? Padre ti amo con l'amore con cui ti ama il tuo figlio Gesù. E dire a Gesù, Gesù, ti amo con l'amore con cui ti ama il padre celeste. E sapere con certezza che non è una Pia illusione. Ogni volta che, pregando, cerco di farlo anch'io nel mio
piccolo. Mi torna in mente l'episodio di Giacobbe che si presenta al padre isacco per ricevere la benedizione, spacciandosi per il figlio, ma fratello maggiore. E cerco di immaginare quello che potrebbe dire tra se Dio padre in quel momento. Veramente la voce non è proprio quella di mio figlio primogenito? Ma le mani, i piedi e tutto il corpo sono le stesse che mio figlio ha preso sulla terra e ha portato quassù nel cielo. E sono sicuro che mi benedica. Come Isacco, Benedisse Giacobbe.
E benedica tutti, voi venerabili padri, fratelli e sorelle. E lo splendore della nostra fede cristiana. Speriamo di essere in grado di trasmetterne qualche frammento, qualche briciola agli uomini e alle donne del nostro tempo. Che sono assetati d'amore. Ma ne ignorano la sorgente.
