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Luigi Maria Epicoco - Pentecoste e sinodalità

May 21, 202354 min
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Catechesi tenuta da don Luigi Maria Epicoco in occasione del ritiro del clero organizzato dalla diocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia.

Transcript

Ho pensato a secondo anche un po le indicazioni del del vostro vescovo, di Don Antonio e di fare con voi questa mattina. Una meditazione che mescolasse insieme due temi, il tema della Pentecoste è il tema della sinodalità. Cercherò di mantenermi quanto più fedele possibile al Vangelo e quindi di fare una sorta di itinerario, tenendo sempre lo sguardo fisso su ciò che compie Gesù nel Vangelo e quindi di lasciare qualche provocazione che spero.

Possano essere utili nella vostra riflessione personale e comunitaria e possano fornirvi così uno sguardo che, appunto, venendo dal Vangelo, possa allargare l'orizzonte. Quindi farci vedere le cose da un'altro punto di vista. In fondo l'affare della conversione non è una questione morale. L'affare della conversione è riuscire a rivedere un orizzonte di senso quando tutto invece

sembra perduto. Una persona che si converte è come se ritrovasse davanti a sé una strada aperta, quando invece la sua situazione personale lo ha condannato a un vicolo cieco. Noi costantemente siamo messi in condizione di essere convertiti dal signore, cioè di essere ricollocati nella vita, nella nostra esperienza ecclesiale, nella nostra esperienza personale, ritrovando costantemente.

Orizzonte davanti a noi, ma prima di iniziare così in quelle queste 2 3 provocazioni che voglio lasciarvi, vorrei fare una brevissima introduzione che nasce dal tempo che stiamo vivendo, che è il tempo Pasquale. Per educazione nostra personale, noi siamo sempre molto concentrati sulla Quaresima. La Quaresima è ciò che assorbe

tutte le nostre energie. Le iniziative ed è tutto quello che ci prepara alla Pasqua. In fondo è come se una volta che abbiamo celebrato il mistero Pasquale, poi tutto va in

discesa come tempo libero. Ecco, dopo il tempo Pasquale c'è un lungo tempo libero e quasi mai diamo invece molto spazio e anche in maniera seria questi 50 giorni che seguono il tempo di Pasqua. Questi 50 giorni che separano la Pasqua dalla Pentecoste. Perché secondo me invece è un tempo davvero importante, forse più importante di tutti, perché il primo tempo, il tempo della Quaresima, è un tempo in cui noi siamo concentrati molto su noi stessi.

Abbiamo lo sguardo rivolto su di noi, ciò che riempie soprattutto il tempo della Quaresima e accorgerci, ad esempio, della sproporzione che c'è tra la nostra miseria, la nostra debolezza, la nostra fragilità e la grazia di Dio. E tu incontri Cristo, invece, ecco l'esperienza Pasquale, quando finalmente incontri un evento e un fatto che ti distrae da te stesso, che ti fa togliere lo sguardo da te, non sei più tu

la cosa interessante. La cosa più interessante è Gesù Cristo. Che è un po quello che sperimenta una persona quando gli capita di innamorarsi di qualcuno, di amare. Noi possiamo dire di fare un'esperienza di amore quando abbiamo sperimentato l'irrompere della nostra vita di una persona o di una situazione, di una situazione che finalmente ci ha distratti da noi stessi, dalla

paranoia di noi stessi. Ecco, e in questo senso capite che l'educazione che porta il tempo Pasquale è un un'educazione molto più grande, se noi dovessimo fare un paragone con l'Antico Testamento, dovremmo dire che se il tempo di Quaresima è tutta la preparazione che Mosè ha con il faraone, con il popolo per tirar fuori Israele, dall'Egitto.

Se in realtà tutto il tempo della Quaresima è un tempo di liberazione, voi sapete che la cosa più semplice per Mosè e tirare fisicamente via Israele. Dall'Egitto, geograficamente lo sposta, questa è la cosa più semplice che possa capitare.

La cosa più difficile invece far cambiare modo di ragionare a Israele, cioè è tirar via dalla testa di Israele, l'Egitto, tirar fuori dalla dal, dal modo di ragionare, dell'Israele, liti, la mentalità da schiavi, cioè uno può metterti anche in una condizione di libertà, ma non è detto che tu cominci a ragionare come se fossi una persona libera.

Gesù nel Vangelo riprende proprio questo tema quando dice, non ha senso versare il vino nuovo in otri vecchi, perché se tu metti il vino nuovo, i nostri vecchi, gli otri si spaccano, non puoi cucire un pezzo di vestito nuovo su una su 1/1 vestito vecchio perché altrimenti lo strappo diventa più grande. Cioè c'è bisogno di un cambiamento che non è semplicemente un cambiamento di circostanza, un cambiamento che ci tocca nello specifico in una situazione particolare della nostra vita.

Cioè Gesù ci può anche. Salvare ma non è detto che noi abbiamo cambiato il nostro modo di ragionare, il nostro modo di pensare. Tutto il tempo, allora Pasquale, e il tentativo di trasformare in conversione, in cambiamento proprio di visuale, di scelte di sguardo, l'incontro, appunto, con la liberazione che Gesù ci ha dato attraverso la Pasqua e

imparare ad essere liberi. Ecco questa premessa, per me serviva un po come introduzione a al tema, cioè vorrei questa mattina riflettere con voi su una delle cose più difficili che noi facciamo. Come esperienza umana, voi sapete che anche se qui io di mestiere insegno filosofia e quando devo spiegare la filosofia greca, soprattutto quando devo spiegare Aristotele, dico che l'intuizione più grande di Aristotele e dire che l'uomo è uno zoom politico, cioè un

animale relazionale. Se noi siamo degli animali relazionali, cioè siamo degli esseri che hanno una grande apertura relazionale, dovremmo dire che la cosa che dovrebbe riuscirci meglio e stare insieme. Invece la cosa più faticosa per noi è stare insieme. Siamo proprio strutturalmente persone in relazione. Ma la cosa che ci è più difficile è stare in relazione,

vivere le nostre relazioni. Mi piace immaginare che quando nella teologia si parla delle ferite del peccato originale, non è che dobbiamo esercitare molta fantasia. Dobbiamo immaginarci chissà che cosa? Le conseguenze strutturali che noi ci portiamo addosso di quello che chiamiamo teologicamente come la colpa originale e la fatica che noi facciamo proprio a vivere questa natura di cui tutti noi siamo fatti. Siamo chiamati ad essere relazione ed è la cosa su cui

facciamo più fatica. Non a caso. Tutta la Bibbia è una grande fatica relazionale fin dall'inizio fino alla fine noi troviamo la difficoltà dell'uomo a entrare in relazione e a vivere delle relazioni che sono delle relazioni che che ci liberano da soli siamo condannati alla morte. e a volte siamo insieme e lo stare insieme in realtà non è il paradiso, diceva Sartre, che a volte

l'altro è il nostro inferno. Ecco, quando questa visione che mi dispiace, che magari può sembrarvi molto pessimista. La la portiamo nel nostro ambiente ecclesiale, dovremmo dire che non basta essere chiesa per dire anche di essere dalla parte giusta, cioè non basta che ci troviamo nello stesso luogo, in uno stesso contesto giuridico territoriale, che viviamo, delle cose che facciamo delle cose insieme per dire automaticamente che quello che facciamo ci sta santificando.

Se mi trovassi di fronte a una famiglia direi non basta convivere nella stessa casa per dire che siamo anche famiglia piccola chiesa domestica, perché a volte le nostre famiglie sono luoghi dove si consuma il peggio di noi stessi, dove noi diamo il peggio di noi, dove la solitudine diventa ancora più radicale, dove il dolore fa ancora più male, dove la presenza dell'altro non è un aiuto, ma è un giudizio.

Quindi dobbiamo stare attenti a delegare le cose importanti della nostra vita ai contesti e questo vedete, è una tentazione per noi che pensiamo che per crescere come chiesa dobbiamo riformare la Chiesa, cioè dobbiamo riformare il contesto. Il contenitore, se cambiamo il contenitore, allora certamente avremo un beneficio anche noi. Eh, scusate anche in questo caso se uso un esempio un po banale, ma è come se una famiglia che ha difficoltà pensasse di dire cambiamo quartiere, cambiamo.

Casa rinfreschiamo le pareti della della nostra abitazione e allora saremo felici, non è cambiare posto o cambiare il colore delle tende che ci mette in una condizione di cambiamento. Noi possiamo dire di riformare la Chiesa quando mettiamo mano a noi stessi, non ai contesti.

E quindi finché cambiamo il diritto canonico e le impostazioni liturgiche, le ecclesiologia la nostra pastorale, i nostri gruppi, il nostro modo di fare catechismo, abbiamo l'illusione che stiamo crescendo, ma in realtà è un cambiamento che non è detto che ci sta portando un beneficio, perché noi siamo interpellati sempre in prima persona. Dobbiamo domandarci, noi in prima persona come, come stiamo cambiando ora? Se noi siamo delle persone nate con questa impostazione relazionale?

La cosa di cui facciamo più fatica sono appunto le nostre relazioni. Come si comporta Gesù davanti a tutto questo? Allora per un istante vorrei che noi dimenticassimo che Gesù è il figlio di Dio. Ci arriveremo. Arriveremo a questa considerazione che in fondo il valore aggiunto che Gesù porta è proprio perché lui è il figlio di Dio, Gesù è il signore, umanamente parlando. Dobbiamo dire che Gesù compie dei gesti che sono dei gesti azzardati.

Ad esempio, è più facile per una persona essere un annunciatore solitario che è chiamato a portare un cambiamento che è chiamato a portare in un certo senso una notizia nuova e oppure mettere insieme, radunare attorno a sé delle persone che condividano con lui questo messaggio. Ai tempi di Gesù, noi sappiamo che l'esperienza della predicazione non è una novità, cioè Gesù non è il primo a mettersi a predicare, a parlare, ad annunciare.

C'è tutta la tradizione profetica e contemporaneo con Gesù c'è un predicatore solitario che è Giovanni Battista. Sapevamo che ERI Giovanni Battista aveva dei discepoli, ma la personalità di Giovanni è una personalità solitaria. Quando noi troviamo nel Vangelo qualche qualche indizio che ci descrive un po quest'uomo, innanzitutto un uomo strano fin dall'inizio.

E vive, cresce in luoghi solitari nel deserto, veste e parla in maniera radicale e è uno che è percepito dalle persone come una persona fondamentalmente affascinante. Ma se tu vai a leggere che cosa diceva Giovanni Battista non diceva niente di interessante, ripeteva le parole dei profeti. Eppure la sua parola aveva una credibilità pazzesca. Sappiamo per certo, ad esempio, che Giovanni non fa miracoli. Gesù Gesù ci dice che Giovanni non ha mai compiuto nessun

miracolo. Eppure tutto quello che disse quest'uomo era vero, dice dice Gesù, La gente aveva il Papa, usa spesso dice che il popolo di Dio a naso, per accorgersi dove stanno le cose vere. La gente aveva intuizione che le parole dure radicali di Giovanni Battista erano parole vere e in massa lo cercavano nel deserto per farsi battezzare da lui nel fiume Giordano. Ma questa esperienza di predicazione, non nell'esperienza cristiana, l'esperienza cristiana. Non si costruisce mai attorno a

un guru. L'esperienza cristiana non è mai l'esperienza di uno che parla e tutti gli altri che eseguono e quando trasformiamo Gesù in questo noi stiamo pensando a Gesù, senza la Chiesa e Gesù invece, fin dall'inizio, per poter essere Gesù fino in fondo, per poterci portare una novità fino in fondo, non si pensa mai senza un circuito di persone

attorno a lui. Ecco perché la stragrande maggioranza dei Vangeli porta fin dall'inizio tutti i racconti vocazionali, le chiamate dei discepoli, perché Gesù si circonda di persone specifiche. Noi conosciamo nomi e cognomi, volti e storie, potenzialità e peccati di queste persone.

Non ci dice semplicemente Gesù era circondato da persone che lo seguivano, ma Gesù era circondato da Pietro, Giacomo, Giovanni, sappiamo i nomi di dei suoi discepoli, di quelli che un giorno noi avremmo chiamato, poi gli apostoli. Ed è un'indicazione importante per ognuno di noi, per poter vivere e capire il Vangelo, lo possiamo sentire e capire solo e soltanto se ci troviamo in un circuito di chiesa, cioè in un circuito di rapporti in solitaria. il Vangelo può essere

frainteso. Invece noi abbiamo sempre bisogno di ascoltarlo nella Chiesa, con la Chiesa, in un atteggiamento che è un atteggiamento fondamentale che è un atteggiamento relazionale. Sarà questo il motivo per cui San Pietro a un certo punto dice che nessuna profezia deve essere sottoposta a privata interpretazione? Quasi a voler dire che ognuno si prende soltanto quello che gli piace, che pensa di essere la cosa giusta. Ma voi sapete che quando tu entri in una relazione, il

cammino si rallenta? È molto più facile arrivare velocemente a una parte, se ci vai da solo. Ma se cominci ad andare a una parte insieme agli altri, tutto si rallenta, tutto diventa molto più difficile, ma è l'unico modo che noi conosciamo per capire il Vangelo, per non fraintendere il Vangelo, per poter vivere il Vangelo.

Questo per dirvi che, in maniera molto realistica, noi non dobbiamo avere paura di dire che è difficile essere chiesa, ma non conosciamo nessun altro modo di capire il Vangelo, se non essere chiesa e vivere le dinamiche della Chiesa, anche quando le dinamiche ecclesiali sono dinamiche che rallentano, che ostacolano, che a volte entrano in contraddizione con

quello stesso messaggio. Non a caso i Vangeli non omettono nulla di questi personaggi che sono accanto a Gesù, ad esempio, non cancellano i loro tradimenti, le loro miserie, le loro incomprensioni. Quante volte i discepoli fanno domande sbagliate a Gesù, non capiscono la sua predicazione, fraintendono i suoi miracoli? E penso che il Vangelo ci racconti questo per dire che anche a noi, in questo momento, possiamo vivere le stesse cose, le stesse fragilità, le stesse

contraddizioni. Anche noi come chiesa possiamo andare fuori binario. Non dobbiamo meravigliarci. È successo fin dall'inizio, ma non per questo noi dobbiamo rinunciare ad essere chiesa o dobbiamo smettere di benedire il nostro essere chiesa? Ora cosa fa Gesù, umanamente

parlando? Dovremmo dire che se tu vuoi mettere insieme delle persone, l'unica strategia che hai per far stare insieme le persone e scegliere queste persone in maniera similare, cioè persone che si assomigliano tra di loro. Tutti la stessa formazione, tutti la stessa visione del mondo, tutti la stessa sensibilità, tutti la stessa storia, tutti la stessa estrazione sociale.

Invece no, noi ci troviamo davanti a un gruppo di persone che sono radicalmente diverse tra di loro per formazione, per sensibilità, per carattere, per spiritualità, per modo di approcciarsi al Vangelo. Io vi ricordo che con Gesù c'erano persone che avevano delle attese politiche nei suoi confronti. Prima di dire che Giuda è brutto e cattivo, dovremmo dire che Giuda porta un'esperienza che non è che si, che si è cancellato e non è più presente

all'interno della Chiesa, Eh? Un'aspettativa che l'aspettativa di vedere il Messia in azione nelle cose concrete del mondo, forse in maniera sbagliata, con un alfabeto sbagliato che è quello di una violenza che dovrebbe liberarci dall'oppressione, ma Giuda, prima di fare qualcosa di terribile, che non è il tradimento, attenti, ma è togliersi la vita. Questa è la cosa terribile di Giuda, non accogliere il perdono.

Perché accanto a lui c'È Pietro che fa qualcosa di molto simile, ma si lascia raggiungere dal perdono. Beh, anche Giuda è portatore di un'istanza buona, ma non è disposto a convertire questa sua aspettativa. Non è disposto ad allargare la visuale, non è disposto a convertirsi. Nella compagnia che Gesù ha intorno a sé, ci sono persone capaci di una grandissima sensibilità, gente estremamente pratica, gente affidabile, gente meno affidabile, persone che sono problematiche per colpa di

qualcuno di loro. Ve ne cito uno Levi, Gesù era, era criticato dagli altri perché si era tirato in casa un collaborazionista, un pubblicano, uno che riscuoteva le tasse per conto dell'oppressore. E quando il Papa dice che è un'eresia e catara quella di pensare una chiesa pura dove non c'è spazio per i peccatori, per le persone che sbagliano, dove noi continuiamo a pensare che per essere credibili agli occhi del mondo dobbiamo fare fuori la gente, soprattutto quando la gente sbaglia.

Anche in un presbiterio, può accadere che qualcuno faccia qualcosa che non dovrebbe fare, ma non per questo viene meno la comunione con questa persona, non per questo noi dovremmo dire che queste persone sono fuori, non sono fuori, sono dentro. Sono dentro perché si è chiesa anche quando si include il difetto si include l'ombra, si include la fatica che noi

facciamo. Bene Gesù, umanamente parlando, fa una scelta sbagliata perché non sceglie delle persone simili, ma sceglie delle persone diverse, scegliendo delle persone diverse, si mette in una situazione difficilissima, come fai a compattare delle persone diverse? Ecco mentre pregavo per organizzare un po le idee per questo incontro, mi veniva alla mente una sorta di doppia riflessione, due tempi e saranno i miei due brevi tempi di questa, di questa mia condivisione con voi.

Il primo tempo. E il tentativo che Gesù compie prima di del del mistero della Croce di tenere insieme i suoi discepoli. E se voi guardate il Vangelo, vi accorgerete che l'uomo Gesù tiene insieme i suoi discepoli attraverso due alfabeti, il primo alfabeto e la sua parola. Quando Gesù parla esercita un fascino, una grande fascinazione nei confronti dei suoi discepoli.

E questo perché non perché Gesù parla in maniera seduttiva, non è un seduttore, non è un sofista il Vangelo ci tiene a dire che la parola di Gesù è una parola diversa da quella degli scribi e dei farisei. Quest'uomo dice, parla con autorità, non come gli scribi e i farisei. Allora dov'è la fascinazione di Gesù, cioè come fa Gesù a creare un'esperienza di chiesa dando ai suoi discepoli una narrazione di Dio inedita? Cioè, ci racconta Dio in un modo che loro non avevano mai ascoltato.

Ad esempio, lui dice, non sono venuto ad abolire la legge, ma a dare pieno compimento. Quindi qual è la differenza di Gesù tra lui e i dottori della legge non nella legge, cioè Gesù non dice che bisogna abolire la legge e nell'interpretazione della legge questa è la grande differenza di Gesù, cioè la chiave interpretativa di Gesù non è dire cose diverse dagli scribi dei farisei, ma nel dire le stesse cose, porgendole alla gente in un modo liberante. Non in un modo opprimente, che

un po recuperare il motivo? Di di tutto quello che Gesù Dio aveva compiuto nell'Antico Testamento, pensate semplicemente alla grande polemica del sabato che attraversa tutti i racconti del Vangelo, perché Gesù contesta costantemente il sabato, non perché vuole dire che il sabato è sbagliato, ma un sabato che imprigiona l'uomo non è più il sabato, come è stato pensato dall'inizio, un giorno in cui una persona deve fare memoria, di essere libero.

E quindi tu vivi il sabato, quando vivi un tempo che ti fa fare in memoria della tua libertà, ma se quel tempo che dovrebbe farti fare memoria della tua libertà è un legaccio? È un peso, è anch'esso un carcere. A che cosa serve il sabato se il sabato perde questo suo valore liberante? Allora Gesù costantemente agisce. In giorno di sabato, non perché vuole togliere il sabato, ma perché vuole dire Ah.

I dottori della legge. Dovete leggere questa, questa questa indicazione da un'altro punto di vista e il sabato per l'uomo o l'uomo per il sabato? Quindi in discussione non è il sabato, ma l'atteggiamento che abbiamo nei confronti del sabato. In una di queste polemiche lui dice, chi di voi se un asino gli cade in un pozzo in giorno di sabato, non lo tira fuori? E voleva dire, e questa persona che soffre vale di meno di un asino che è caduto nel pozzo di

sabato. Non vale la fatica di essere liberato da una sofferenza da una mano inaridita, da una situazione di di dolore che lo tiene prigioniero. E dobbiamo un po immaginarci la scena anche quando il capo della sinagoga dice, venite a farvi guarire, negli altri giorni non venite in giorno di sabato a fare tutto questo perché c'è proprio una sorta di di repulsione. Ad accogliere l'interpretazione di Gesù della legge. Bene, questa parola di Gesù è il primo fattore unificante.

Noi sappiamo, ad esempio, che nelle prime. Nei primi racconti vocazionali, la chiamata Di Pietro, ad esempio, i Vangeli ci dicono che e dopo una predicazione che Gesù si rivolge A Pietro e dice, Prendi il largo. E questo riempire le reti sta a significare proprio la sovrabbondanza di quello che sta accadendo nel cuore delle persone che sono lì presenti e sono pescatori a gente semplice.

Sente parlare in Gesù in questo modo ed è interessante come il Vangelo ci descrive in maniera così sintetica il dramma interiore che queste persone vivono e anche come risolvono questo dramma interiore, dice così e subito lasciate le reti, lo seguirono. Cioè Gesù ha una parola che suscita nelle persone. Decisione. Non sono parole che accarezzano, capite? Non sono parole che uno si mette lì a teatro, fa degli applausi e poi torna a casa. La parola di Gesù è un elemento

unificante. Crea 1 1, prima esperienza di chiesa, perché suscita nelle persone un'adesione, una decisione. Ora dopo più di 2000 anni, noi dobbiamo domandarci questa cosa, la nostra Chiesa ha ancora questa parola? La nostra chiesa, il nostro modo di essere chiesa suscita ancora questo tipo di fascinazione? E poi, una volta che abbiamo trovato una parola abbastanza efficace da rimettere insieme cose molto diverse tra di loro, ecco l'esperienza della parola, questo basta.

La risposta è no, ma lo vedremo. Il secondo elemento unificante che Gesù USA nella sua vita pubblica sono i miracoli, molta gente lo segue perché vede i miracoli. Ed è una cosa che lui contesta fin dall'inizio, basta leggere il Vangelo di Marco per accorgersi come al primo capitolo, mentre lui prima fa il l'esorcismo in nella sinagoga, poi entra in casa Di Pietro e guarisce la suocera Di Pietro, folle immense si radunano vicino quella casa per essere guariti e

liberati dai demoni. Gesù si ritira in preghiera. La mattina si sveglia e dice, dobbiamo andarcene, non sono venuto per questo motivo. Però non possiamo nascondere il fatto che molto spesso Gesù è seguito per i segni che compie. Voi venite dietro a me dice non perché avete capito le mie parole, dice ma per i pani che avete mangiato.

E questi segni straordinari che Gesù compie sono segni quasi traumatici nei confronti della gente, la gente è assolutamente piena di entusiasmo nel vedere che quest'uomo è un potente taumaturgo in grande esorcista, ma anche in questo caso fraintendono Gesù si può costruire un'esperienza di chiesa attorno al sensazionale, ma certo che si può costruire ed è forte un'esperienza di chiesa costruita attorno al sensazionale. Ma guardate, ci possiamo

costruire secoli di devozione. Bellissime che sono un'occasione unica di evangelizzazione. Ma basta questo per dire di essere chiesa? Allora vedete, siamo arrivati a una doppia considerazione. Noi possiamo essere chiesa perché forniamo una narrazione della realtà, del Vangelo e di

Dio che tiene insieme la gente. Noi possiamo essere chiesa perché siamo custodi e promotori di un sensazionale che risveglia nella gente un bisogno di seguire un bisogno di vivere qualcosa, un bisogno di cambiare la propria vita. Io non voglio assolutamente criticare queste due cose, ma voglio dirvi che nella vita di Gesù questi due elementi, a un certo punto crollano. Cioè quando Gesù entra nell'esperienza della passione, crolla la parola e crollano i miracoli. E da quel momento crolla

l'audience. Se uno legge di fila il Vangelo rimane colpito dal fatto che per molti capitoli è talmente tanto presente l'esperienza della folla che Gesù non può entrare più in una casa, peggio ancora non può entrare più in un villaggio, deve accogliere le persone fuori dai villaggi perché sono migliaia le persone che gli vanno dietro.

E poi si arriva nel cuore della settimana Santa delle ultime ore di vita di Gesù, quello stesso Gesù che era stato accolto a Gerusalemme, acclamato come Osanna al figlio di Davide che fa l'ingresso trionfale in Gerusalemme. A un certo punto, dice il Vangelo, e fuggirono tutti. Allora perché questa è una cosa che secondo me dobbiamo assolutamente recuperare. Noi siamo chiesa, quando capiamo che dobbiamo offrire al mondo. Una parola, una predicazione che

ricrei unità comunione. Noi siamo chiesa quando mostriamo che la grazia di Dio è più grande delle logiche umane che Dio opera con potenza che agisce con potenza nella vita delle persone. Ma tutte queste due categorie devono essere purificate dalla Sapienza della Croce? Cioè dovremmo quasi dire che c'è un modo di essere credenti prima che Gesù muoia in croce, è un modo di essere credenti.

Dopo che Gesù, moglie muore in croce, c'è un modo di essere discepoli, prima che Gesù va a finire in croce. E c'è un modo di essere discepoli, dopo che Gesù va a finire in croce. Sapete cosa succede? Ecco, voglio partire proprio da questo. Che il mistero della Croce frantuma la Chiesa che Gesù ha costruito, fuggirono tutti. Significa che per molto tempo e per molti anni i nostri discorsi sono discorsi che creano consenso, ma a un certo punto i nostri discorsi che creano

consenso finiscono. Non è forse quello questo quello che stiamo vivendo negli ultimi anni? La grande crisi che attraversa la Chiesa non è, ad esempio, proprio la crisi di non trovare più parole per essere creduti dal mondo. Noi non siamo più un punto di riferimento siamo1.in mezzo a tanti altri punti che il mondo offre. Seconda cosa e c'è un modo 1 1 seguire Gesù in maniera miracolistica andare a seguire

cose straordinarie. Ma quando finiscono i fuochi d'artificio delle cose straordinarie finisce anche la sequela. E quindi una fede legata ai segni sta a significare che quando quei segni finiscono, anche la nostra sequela finisce. L'esperienza della Croce e veder finire entrambe le cose, passare attraverso un vaglio di purificazione importantissimo. Voglio farvi un esempio, nella

vita personale di ognuno di noi. C'è un momento della nostra vita in cui abbiamo la sensazione di aver capito tutto. E magari anche studiando teologia, facendo degli approfondimenti, riuscendo anche a in in qualcosa di di molto umano, di molto personale. Abbiamo come l'idea di aver compreso fino in fondo la logica del Vangelo della fede. Poi succede qualcosa nella tua vita che ti toglie tutto.

Che ti toglie i ragionamenti, che mette in discussione la tua logica, la teologia che hai studiato, che tutte quelle che erano delle convinzioni che fino al giorno prima ti consolavano, ora non ti consolano più. Questo può capitare. Un prete a un consacrato può capitare a una famiglia, può capitare a qualsiasi persona. Immaginate chi deve affrontare la morte di un figlio e quali discorsi possono reggere davanti al dolore innocente. Ditemi, quale teologia può dire

adesso ti spiego io tutto. Quando tu incontri, ad esempio, la tua miseria, i tuoi peccati, le tue cadute, quale teologia può salvarti? Quale discorso può essere convincente? Oppure. Se Dio è tuo padre e tu ti trovi in pericolo e ti rivolgi a lui e lui non ascolta la tua preghiera, non ti fa la grazia che stai aspettando. Quando Gesù non fa il miracolo che tu chiedi, come puoi continuare a seguirlo? Capite che noi veniamo messi in condizioni di essere delusi?

Ecco io vorrei parlarvi proprio di questa delusione necessaria, nessuna persona matura e nessuna chiesa matura finché non passa questa delusione necessari. Che smettere di seguire Gesù per per la sua parola fascinosa, seguire Gesù per i suoi

miracoli. Ma si è chiesa in maniera completamente diversa, perché quelle persone che erano fuggite via, quelle persone che hanno perso i ragionamenti, che hanno perso le loro convinzioni, queste persone che sono frammentate, che sono spezzate, che sono ridotte all'osso dopo la morte, dopo lo scandalo della Croce, sono persone che non sanno più stare insieme. Sono persone che hanno sofferto e ognuno è ripiegato in se stesso.

Se dovessimo usare un'immagine dovremmo dire che la Chiesa, dopo la passione di Cristo, è una chiesa. Frantumata. Così come tante volte la nostra vita può essere frantumata. Ecco questo momento che è un momento drammatico che è il momento della Croce, è il momento di svolta della vita personale di una persona e anche

nella vita ecclesiale. Basta studiare la storia della Chiesa per accorgerci che quando una chiesa si consolida nella sua forma, nel suo potere, nella sua credibilità sociale, eccetera diventa talmente tanto forte e potente secondo la logica del mondo da non avere più nessun profumo. Evangelico è un'istituzione autorevole del mondo, ma non è più. Profezia? Vedete invece le chiese che sono sotto persecuzione?

Le chiese che vivono una prova. Che sono distrutte invece nella loro credibilità che non si sentono più forti perché hanno un posto in prima fila nelle piazze dei paesi, ma che sono ridotte all'osso, che sono costrette di nuovo a fare i conti con che cosa? Con l'esperienza della Croce, queste sono chiese che generano non soltanto martiri. Testimoni, santi vocazioni. Sono chiese che riportano al centro quel Vangelo che invece noi non abbiamo più. Noi abbiamo i contenitori bellissimi.

Papa dice ai grandi musei. E ci manca che cosa il fuoco, l'esperienza viva vivente di un Vangelo che continua a parlare all'uomo contemporaneo. Allora sapete che per passare questa conversione della Croce uno la croce non deve cercarsela perché la croce prima o poi arriva nella nostra vita e arriva anche a livello ecclesiale. Dobbiamo domandarci però se siamo in grado di poter accogliere e capire questa esperienza della Croce.

Se noi guardiamo la Bibbia, se noi guardiamo il nuovo testamento e cerchiamo di intuire come si comporta la prima chiesa, quando viene frantumata dal mistero della Croce, dagli eventi della passione e morte di Cristo. Basta la risurrezione a farli rifiorire. Noi dovremmo dire Beh, Gesù è risorto.

Il problema è risolto. Noi sappiamo per certo, ma questo perché te lo raccontano gli atti degli apostoli, ma te lo raccontano anche alcune apparizioni del risorto, così pensate, magari al Vangelo di Giovanni, eccetera. Che non basta, che Gesù appare ai suoi discepoli, si fa toccare dai suoi discepoli. Non basta che Gesù ha trasformato la sua risurrezione non in uno spavento, ma in un'esperienza concreta. Non basta la risurrezione a

ricreare la chiesa. Perché queste persone che hanno fatto l'esperienza di Gesù risorto continuano ad avere paura e ad essere rinchiusi nel cenacolo. L'unica cosa che li scaraventerà fuori da quel cenacolo non è la risurrezione di Cristo, ma il dono dello spirito. E la Pentecoste. Allora uno può dire per convertirmi non devo sprecare l'esperienza della Croce, allora se io vivo l'esperienza della Croce, sicuramente allora mi sono convertito. Non è vero?

Uno può vivere l'esperienza della Croce e diventare peggio di come era prima. Il dolore, la sofferenza e la prova in prima istanza tirano fuori il peggio di noi, non il meglio di noi. Non basta dire di trovarsi davanti a una circostanza difficile, per dire anche quella circostanza difficile, è un'occasione, può diventare la nostra tomba quella circostanza difficile. Abbiamo bisogno di un'altra cosa, che Gesù non non si fermi alla croce, ma che ci sia la risurrezione.

Allora che cos'è la risurrezione e fare esperienza che la croce, che la morte, che il fallimento, che il mio errore, che la mia miseria non hanno l'ultima parola, che c'è qualcosa di più grande, di più profondo, di più intenso, che è appunto la vittoria di Cristo sulla morte, sul peccato, sul male. E quando tu fai questo tipo di esperienza trovi che la tua vita

è cambiata. Ecco, voglio farvi un esempio, io con la mia testa so benissimo come dovrei essere prete, ma il fatto che lo so con la testa non significa che riesco a viverlo. Tutte le cose giuste, quelle che vi sto raccontando in questo momento. A voi io cè, l'ho chiare qui, ma se qualcuno di voi si mette in piedi dice Luigi ma tu lo lo vivi? Poi questo devo alzare le mani.

E devo dire che mi è chiaro nella testa, ma non basta, che tu sai una cosa nella testa per dire che anche ti è arrivata al cuore. Perché il passaggio dalla testa al cuore non è più roba tua. Tu puoi capire le cose, ti puoi infervorare di qualcosa, puoi raccontarlo agli altri. Tutto questo ma viverlo è un dono e il dono dello spirito senza lo spirito. La risurrezione è una cosa che sappiamo ma che non ci cambia la vita.

E quindi tu puoi celebrare ogni giorno la messa, dire ogni giorno il breviario, metterti davanti al tabernacolo, fare un'esperienza fortissima di Gesù risorto, ma non riuscire a vivere di conseguenza tutta questa esperienza. A questa incetta di grazia di Dio che tu fai. Immaginate che Gesù entra a porte chiuse, si fa toccare dai suoi discepoli, mangia con loro, parla con loro, dice a loro, pace a voi, quindi significa che fanno anche un'esperienza di

pacificazione. No? Eh sì, Gesù li pacifica, ma rimangono chiusi, non escono da quel luogo per uscire da quel luogo c'è bisogno di un'altro evento, c'è bisogno dello Spirito Santo, della Pentecoste. Ecco prima. Prima di arrivare AA dire una parola su in in che senso? La Pentecoste può cambiarci la

vita. Vorrei dirvi che c'è una maniera molto umana che ci insegnano i primi discepoli ad essere chiesa in questo tempo di attesa tra la la croce, la risurrezione e la Pentecoste. Ed è il tempo di Maria.

Troppe volte noi Maria l'abbiamo relegata semplicemente come protagonista principale delle nostre devozioni popolari, ma Maria ha un ruolo ecclesiale straordinario, perché noi sappiamo, c'è, lo dicono gli atti degli apostoli, che questi pezzi frammentati dei discepoli, queste persone che sono frantumate e sono ridotte all'osso, vengono tenute insieme da questa donna. Nel cenacolo erano assidui e concordi nella preghiera con Maria, La madre di Gesù. Cioè? Maria, che è anche immagine

della Chiesa, ci suggerisce che. Prima che arrivi lo spirito c'è un possibile che tutti noi dobbiamo fare. Mi piace pensare che quando il Papa ci invita all'asino, modalità. Tutti, forse siamo presi da questa ansia da prestazione di compilare dei questionari, di fare le riunioni, di dare dei risultati, di mandarlo qui a destra. il Papa ripete costantemente che il sinodo non è un evento, è un'educazione. Ecco qual è la prima educazione che dovrebbe venire da un atteggiamento sinodale.

Riconoscere che siamo tutti persone bisognose, persone che a volte hanno perso di vista l'essenziale, persone che fanno esperienza del proprio peccato, del proprio male. Ma a partire da questa consapevolezza decidono di pregare insieme, di stare insieme, di fare delle cose insieme, di condividere degli spazi e dei tempi. Il tempo del cenacolo innanzitutto una decisione che prendono le persone di non rinchiudersi dentro loro stessi.

È vero, non c'è chiesa senza la grazia di Dio, ma voglio anche dirvi che ne che il signore può darci anche la grazia di Dio, ma se non c'è una decisione nostra personale, la grazia di Dio non serve a niente. E io mi domando se noi abbiamo preso una decisione di fondo di essere chiesa, cioè se abbiamo fatto un'opzione fondamentale ad essere chiesa? Non semplicemente ad essere cristiani, ma ad essere chiesa e non una chiesa ideale questa Chiesa.

Io c'è, l'ho sempre chiaro. Quale dovrebbe essere la Chiesa? Certamente non è la mia, ad esempio perché della mia conosco tutto, soprattutto i difetti. Allora me la immagino diversa. Mi immagino che quella di Castellammare è meglio della mia sogno di trovarmi in un'altro posto, in un'altra situazione con altre persone, con altri superiori, con altri confratelli, con altro popolo di Dio. Ma noi non abbiamo, abbiamo questo. E finché non prendiamo la decisione di fare di essere

chiesa, con chi c'è? Adesso in questo momento? Con questo vescovo, con questa, con questo confratello, con questa parrocchia, con questo popolo di Dio, con queste persone che mi hai dato da vivere. Dice, sarebbe bello essere chiesa con San Francesco d'Assisi, ma San Francesco d'Assisi non è qui. E secoli prima. Adesso non ci troviamo davanti a San Francesco, ma qualcun altro. Che forse non ha lo splendore di San Francesco, ma noi abbiamo preso la decisione di essere

chiesa. Ecco, è una domanda a cui non so rispondere, la la porgo a voi appunto come una provocazione, prima di dire che non possiamo essere chiesa senza la grazia di Dio. Io mi domando e vi domando se abbiamo preso la decisione noi di essere chiesa. È facile pregare insieme, no, a volte è noioso, ma abbiamo

deciso di farlo insieme. È facile o difficile programmare insieme, confrontarsi, decidere delle cose, trovare lo stesso stile, non essere di cattiva testimonianza con la gente non è facile, ma abbiamo preso la decisione di essere quella chiesa. E quindi lavorare insieme è innanzitutto una decisione dal basso nostra. Aggiustarsi le cose pensando che comunque poi la Chiesa fa le sue cose, no, guardate che non possiamo vivere nessuna Pentecoste se non dentro il cenacolo, Eh.

Se tu ti metti fuori dal cenacolo, cioè se tu ti metti fuori da un'esperienza ecclesiale, non puoi nemmeno ricevere la grazia dello spirito.

Allora il primo modo di essere chiesa e accettare che noi non siamo una chiesa perfetta, che siamo una chiesa affaticata, ferita, una chiesa che vive dei limiti, una chiesa che ha paura, una chiesa che sbaglia, una chiesa che invecchia, una chiesa che magari fa fatica nelle vocazioni ad essere seguita, ma l'atteggiamento Mariano è esattamente questo, sentirsi Uniti nella preghiera, cercare l'unanimità, essere.

Un cuore solo e un'anima sola. È una decisione, amici è una decisione che noi dobbiamo prendere. Ecco, dopo che abbiamo preso questa decisione possiamo anche accogliere la Pentecoste e la Pentecoste è qualcosa che sfugge al nostro controllo. Se uno pensa che la Pentecoste nasce perché abbiamo fatto il sinodo non ha capito niente della Pentecoste dice adesso facciamo un bel programma pastorale ed è sicuro che arriva lo Spirito Santo.

Solitamente i programmi pastorali li facciamo perché non c'è lo Spirito Santo, nel senso che facciamo la nostra parte di programmare le cose in attesa invece di sentire che c'è qualcosa che muove da dentro. Non è che non sono importanti, eh, sono importanti. Ma vorrei invitare ognuno di voi a dire, innanzitutto abbiamo una nostalgia della grazia di Dio, cioè di sentire in maniera liberante che la Chiesa non poggia su di noi, sulle nostre strategie.

La Chiesa non poggia sulle nostre analisi, sulle nostre ricette, sulle nostre soluzioni. Che nella Chiesa agisce una grazia che è più grande di noi. Una grazia che è più grande delle nostre prospettive che più grande dei nostri peccati e che è più grande delle nostre paure ed è una grazia talmente forte da costringerci a uscire. Noi desideriamo uscire, ma non abbiamo i mezzi, allora questa grazia rende possibile ciò che a

noi è impossibile. Ecco la seconda cosa che vorrei consegnarvi, se la prima cosa è la decisione di essere chiesa, la seconda cosa è una domanda di fede, noi crediamo alla grazia di Dio. E da che cosa si vede che crediamo alla grazia di Dio? Che non siamo più preoccupati. Dice l'apostolo, gettate nel signore ogni vostro affanno perché egli ha cura di voi. Allora abbiamo un sacco di affanni, ma non lo viviamo più come una patologia, capite?

Non siamo più ripiegati su noi stessi perché sappiamo che, anche se ci sembra che la terra ci sta franando sotto i piedi, che è un modo di essere chiesa sta venendo meno che noi non riusciamo più a tenere le mani ovunque. Non riusciamo più a essere rappresentativi come prima, non riusciamo più ad essere significativi che i nostri numeri crollano. Non dobbiamo avere paura. Anche se siamo un piccolo resto, non dobbiamo avere paura.

Il signore è con noi e la grazia di Dio si manifesta anche quando per il mondo noi sembra che stiamo assumendo invece una condizione di perdenti. E non è forse questo quello che ci insegna la nostra fede quando sono debole? È allora che sono forte. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Ha scelto ciò che ripudiato, ciò che nessuno vuole. E anche se noi stiamo diventando questo, se stiamo diventando la

spazzatura del mondo? Così siamo trattati, dice Paolo. In noi agisce la morte affinché in voi operi la vita. Voglio confidarvi una cosa, mi capita spesso di andare a tenere corsi di esercizi laici i sacerdoti religiosi. Religiose, ogni tanto spesso mi trovo davanti a delle congregazioni religiose che vivono il dramma vocazionale, cioè? Non hanno più vocazioni e hanno strutture immense che non sanno più come portare avanti.

Così no, allora? La la grande domanda che viene fatta, anche se poi ha uno, ha il timore anche di dirlo ad alta voce? Padre dacci la ricetta come se io ne avessi una, poi tra l'altro no, dove sbagliamo perché non riusciamo più a tirare le vocazioni come si. Forse è vero, c'è qualcosa che noi sbagliamo, ma tante volte a questi fratelli e queste sorelle faccio questo ragionamento. E se fosse il signore a domandarvi questo fallimento?

Perché non dirgli di sì? E se è proprio il signore a dirvi che dovete offrire il fallimento del del della vostra esperienza? Perché uno deve leggere in maniera negativa il fatto che a un certo punto, ciò che per 200 anni è servito alla Chiesa oggi non serve più. Certo, è brutto essere proprio quelli che si trovano alla fine di sta storia, no? Che non hanno vissuto la gloria, no di dire, Ah l'espansione carismatica eccetera. Noi siamo quelli invece che devono offrire al signore che

cos'è il fallimento? Ma pensate che queste persone servono la chiesa in maniera meno efficace di chi li ha preceduti? O forse c'è una efficacia nascosta in una congregazione che dice, Signore, vuoi che finiamo se lo vuoi tu lo vogliamo anche noi. Eccoci, non immaginate quanto è liberante quando arrivano a questa consapevolezza. Primo, perché non trattano più la loro esperienza ecclesiale come una cosa del mondo da

gestire. Ecco, non sappiamo, ma con generosità la mettono a disposizione. La donano. O in mente 1 1 congregazione religiosa nata all'inizio del 900, ha avuto un exploit potentissimo di evangelizzazione, di di cura, anche di di formazione spirituale eccetera. Hanno costruito dei centri importanti, anche di spiritualità. Adesso tutta la congregazione ne sono 12, di cui la più giovane. Credo che abbia boh, 85 anni o

qualcosa del genere, capite? Hanno fatto una cosa interessantissima e hanno fatto spazio in una loro Fondazione, a una nuova esperienza ecclesiale di accoglienza degli ultimi, dei giovani, di chi è in difficoltà, hanno messo a disposizione i loro beni e questi giovani che adesso vivono con loro, sono loro che accudiscono le anziane. E li aiutano a pregare AA le hanno fatto ritrovare la dignità della vita religiosa, ad esempio la dignità di una celebrazione ben celebrata.

La dignità di non sentirsi affannate dal dover tenere in piedi un castello vuoto. Ma guardate, per me è una immensa testimonianza come queste persone crocifisse da un fallimento, in realtà offrono la loro croce. Per la Chiesa, per il mondo. Ora finché noi facciamo l'esempio con una congregazione religiosa, forse lo capiamo tutti. Fratelli, ci sono esperienze ecclesiali che noi facciamo fatica a lasciare, che muoiano.

Perché non funzionano più e non abbiamo il coraggio di dire, Signore, vuoi che questa cosa finisca? Lascia che però si manifesti lo spirito in un'altro modo. Cioè noi non ci lasciamo rinnovare. Non lasciamo spazio che la novità ricresca. Le più grandi intuizioni pastorali quando sono iniziate erano delle novità. Ed è avevano la loro efficacia perché erano una novità dello spirito. Oggi se quel metodo non funziona più, perché dobbiamo avere paura

di dire basta? Perché non dobbiamo invece, lasciarci guidare dallo spirito dietro altre forme? Cioè la mancanza di docilità, la grazia di Dio nasce dal fatto che noi siamo irrigiditi nel voler mollare il vecchio, il modello vecchio. E la seconda cosa è pensare che basta fare una cosa strana per dire che è una cosa nuova. No fratelli, Eh, non basta, fa famolo strano e questa è la novità dello spirito. Perché la novità dello spirito si manifesta lì dove ci sono persone che pregano.

Che sono fedeli alla parola, che hanno deciso di essere nella Chiesa, non un'altra chiesa. Che capiscono il valore della comunione, dell'unità. Che sottopongono le loro intuizioni al discernimento di tutti. Non è forse questa la sinodalità? Come possiamo dire che non esiste lo spirito e che lo spirito non sta agendo e che la Pentecoste è solo un fatto del passato? No, non possiamo dirlo. Allora era questo quello che volevo consegnarvi.

Se nella prima fase di Gesù, nella nel, nel suo primo modo di venire al mondo, nella sua vita pubblica, il modo di essere chiesa era un modo che aveva una corrispondenza molto con le logiche del mondo, la parola e i miracoli. Dopo la passione, morte e risurrezione di Cristo, il modo di essere chiesa a cui Gesù ci ha abituati, e a cui Gesù ha fatto nascere venir fuori la Chiesa che noi oggi siamo, non è più una parola, non è più un'esperienza di chiesa legata

all'apparenza del mondo. Se prima seguivamo l'affascinante uomo Gesù, ora seguiamo il corpo di Cristo. E dov'è la presenza di Gesù nel suo corpo mistico che è la chiesa? Ed è un modo completamente diverso di essere chiesa allora, in questo modo diverso di essere chiesa. Non c'è bisogno di pensarla tutti nello stesso modo, non c'è bisogno di essere uniformi.

In questo modo di essere chiesa si può essere diversi e vivere la comunione, si possono parlare lingue diverse e capirsi, comunque si possono venire da situazioni radicalmente diverse tra di noi, avere sensibilità diverse, ma sentirsi parte di un'unica chiesa, lì dove la Chiesa tende a uniformare. E perché non c'è ancora l'esperienza della grazia di Dio, una chiesa che non ha paura della diversità.

Al suo interno è una chiesa che ha conosciuto la la Pentecoste e inclusiva appunto, non esclusiva. Inclusiva. Ecco l'augurio e questo e queste poche considerazioni e provocazioni che ho cercato di condividere con voi, siano una sorta di di aiuto, non a trovare la risposta, ma forse a farci la domanda giusta, e a tornare alla nostra vita di ogni giorno in questo tempo? Non con la soluzione, ma almeno con uno sguardo benedicente. È vero, viviamo tempi difficili, ma fratelli.

Sono anche tempi bellissimi, non parliamo solo male di questi tempi. È bellissimo il tempo che stiamo vivendo, soltanto che a volte non abbiamo lo sguardo per accorgerci di tutta sta bellezza, che è nascosta in mezzo ai problemi. Possa il signore darci, ecco questo sguardo possa il signore donarci questa esperienza di Pentecoste. Buona preghiera.

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