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Luigi M. Epicoco - La Settimana Santa

Apr 15, 202553 min
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Don Luigi Maria Epicoco presso la Parrocchia San Giovanni Battista di Velletri

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Giunsero a Gerico e mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di timeo Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare, e a dire, figlio di Davide, Gesù, Abbi pietà di me. E molti lo rimproverarono perché tacessi. Ma egli gridava ancora più forte, figlio di Davide, abbi pietà di me. E Gesù si fermò e disse, Chiamatelo. Chiamarono il cieco, dicendogli,

coraggio, alzati, ti chiama. Ed egli gettò via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse, che cosa vuoi che io faccia per te? E il cieco gli rispose, Rabbunì, che io veda di nuovo, e Gesù Gli disse, Va, la tua fede ti ha salvato, e subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada. Forse vi sarà sorta la domanda, perché parlare di settimana Santa e leggere un brano? In cui si parla della guarigione di un cieco.

Ma se prendete in mano il Vangelo di Marco, vi accorgerete che questo racconto, la guarigione di questo cieco è l'ultimo miracolo che Gesù compie prima di entrare a Gerusalemme, è l'ultimo miracolo. Ed è molto significativo perché è un po' come se l'evangelista Marco volesse dire a ciascuno di noi che se non è Gesù ad aprirti gli occhi, tu non capirai niente di quello che succederà tra

poche ore. O è lui a fornirti la chiave di lettura degli eventi della sua passione, morte, risurrezione o per te invece sarà buglio totale, un po' come capita dentro la nostra vita di vivere delle circostanze. In cui sì, tu le stai vivendo, ma non ne capisci il senso, il significato. Non sai dove ti stanno conducendo quelle circostanze. Allora ti senti vittima di quelle circostanze, ti senti schiacciato da quelle circostanze semplicemente perché non ne vedi la luce.

Gesù apre gli occhi a quest'uomo e poi comincia la settimana Santa, apre gli occhi a quest'uomo e poi inizia l'ingresso trionfale a Gerusalemme.

Proprio all'inizio del dell'undicesimo capitolo del Vangelo di Marco e c'è qualcosa di molto utile per noi e per questo ho voluto iniziare con questo racconto la pretesa di questo nostro stare insieme questa sera attorno alla parola e chiedere a Gesù, con tutto noi stessi, attraverso il collirio del Vangelo, di aprirci gli occhi e di farci guardare il significato profondo delle prossime ore. Gesù entra a Gerusalemme, è il primo giorno, il suo ingresso

trionfale. Poi passeranno ancora 5 giorni lì a Gerusalemme. Il sesto sarà ucciso, il settimo sarà messo nel sepolcro l'ottavo giorno risusciterà e l'ultima settimana di vita di Gesù. Noi chiamiamo tutto questo ormai la settimana Santa. E all'interno della Settimana Santa Viviamo il cuore, la parte più più bella, il nocciolo di tutta la nostra fede, il Triduo Santo.

Ecco, mi piacerebbe con voi, questa sera guidate dal Vangelo, attraversare velocemente queste ultime ore di vita di Gesù, questi ultimi giorni di vita di Gesù, per poter avere come una prospettiva, per capire fino in fondo dove. Ci conducono i riti della settimana Santa. In che modo? La liturgia rende viva qualcosa che è già accaduto e proprio attraverso lo spirito continua ad accadere dentro la nostra vita?

Innanzitutto. E la scelta di Gesù di entrare a Gerusalemme, non in maniera trionfale. Lo so. Tutti noi abbiamo in mente i ramoscelli di ulivo, i mantelli gettati davanti a Gesù. Ma il problema è molto serio. Perché? Perché la settimana Santa inizia con un grande fraintendimento, Gesù viene accolto a Gerusalemme come il Messia.

Ma la domanda è, quale messia? Se ascoltate per bene le parole che ascolteremo nella liturgia proprio nelle prossime ore, vi accorgerete che Osanna il figlio di Davide. Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

Benedetto colui che viene a ristabilire il Regno del nostro Padre Davide. Ma no, Gesù non è venuto a ristabilire il Regno di Davide. il Regno di Dio non è il Regno di Davide. Il desiderio di queste persone è che finalmente è arrivato Gesù. E che cosa farà Gesù a un popolo che è oppresso dalla dittatura dei romani? Che cosa farà? Darà loro la forza di ritrovare la dignità che avevano all'inizio, quando era il re

Davide a guidare quel popolo. E quindi questo Messia gliela farà pagare i romani, distruggerà i romani. Ma Gesù non è venuto per questo motivo. Capite perché? All'inizio della settimana Santa lo Osannano, ma quando si accorgono che il Messia che hanno acclamato non è il Messia che si aspettano pochi giorni dopo grideranno crocifiggilo, per loro sarà insopportabile accettare che Gesù non è come se l'erano immaginati che il Messia non è così come loro aspettavano.

E guardate, questo tipo di crisi, è una crisi che prima o poi attraversiamo tutti nella vita, è la crisi di incontrare Dio e di dire Dio non è come me l'ero immaginato. Dio non è come è stato disegnato dalla mia educazione, da quello, dall'idea che mi sono fatta del catechismo, dagli spezzoni di Vangelo che ho respirato dentro la mia vita. No, no, Dio non coincide per nulla rispetto all'idea che io mi sono fatta di lui, è tutt'altro.

Capite allora che o è lui ad aprirci gli occhi o non vedremo. Noi vedremo quello che vogliamo vedere di lui, ma non vedremo veramente lui. Abbiamo bisogno che lui ci faccia la grazia di vedere e di vedere fino in fondo. E la prima scelta che opera Gesù non è quella di entrare a Gerusalemme su un cavallo, su un destriero. Quando un re vinceva una guerra, entrava in maniera trionfale nella sua città e veniva acclamato da tutti come colui che aveva vinto. Gesù non cavalca nessun cavallo

di razza, sceglie, anzi. Vi accorgerete in queste ore tutta una liturgia nella scelta di un animale che non è un animale vittorioso, ma è un asino, un puledro figlio d'Asia. Che è il contrario del dominio. E invece l'immagine dell'umiltà, della mitezza, questa è la prima, è il primo grande paradosso che il signore ci mette davanti agli occhi. Io sono venuto a salvare, ma non salvo con la violenza, non salvo con la forza, non salvo schiacciando gli altri.

Io salvo con l'umiltà, io salvo con la mitezza, io salvo con la logica del servizio. Quindi vedete, se da una parte noi abbiamo il cavallo che rappresenta il dominio, dall'altra parte abbiamo un asinello che rappresenta che cosa? Il servizio. Tu un asino lo carichi, lo usiamo anche nel linguaggio nostro, no, l'hai caricato come un asino. Che significa? Che il ruolo dell'asino è quello di portare sulle sue spalle i pesi. E lo fa in maniera pacifica, senza ribellarsi.

Lo fa lentamente, è un animale mite l'asino, e allo stesso tempo è un animale affidabile. Gesù sceglie di cavalcare quest'asino. Se andate nelle catacombe vi accorgerete che. Tra i primi affreschi nella rappresentazione di Gesù ce ne sono alcuni che sembrano quasi blasfemi. Hanno rappresentato Gesù in croce con le sembianze di un asino. Ma non è una bestemmia, in realtà è un complimento.

Chi lo ha dipinto sta dicendo il nostro re, il nostro Messia ha scelto l'umiltà e la mitezza, ha scelto di caricarsi sulle spalle i pesi, non è venuto a imporsi. Ma è venuto a farsi carico. Ora tenete in mente questa immagine della domenica delle Palme, l'ingresso di Gesù a Gerusalemme, e collegatelo immediatamente a quello che ci viene raccontato il Giovedì Santo nella messa in cena domini.

Sarebbe stato forse più giusto che durante questa messa noi avessimo letto quello che succede a tavola. In fondo l'ultima cena. E quindi la liturgia forse doveva raccontarci di quel pane, di quel vino su quella tavola. Invece no. La liturgia non ci racconta nulla di quello che succede sulla tavola. La liturgia ci racconta invece di quello che avviene fuori dalla tavola, cioè la lavanda dei piedi.

Giovanni, l'Evangelista Giovanni decide di non raccontarci nulla della tavola, ma al capitolo 13 ci racconta la lavanda dei piedi. Quasi a volerci dire che per capire l'eucarestia, per capire quello che succede sulla tavola, bisogna capirlo solo dalla prospettiva di quel gesto che Gesù compie. Un gesto, credetemi, fratelli, traumatico, perché il gesto di un maestro che si toglie gli abiti da maestro si cinge i fianchi. Come un grembiule e si mette in ginocchio.

Come un qualsiasi schiavo a lavare i piedi dei suoi discepoli. Voi sapete che ci saranno le rimostranze Di Pietro rispetto a questo gesto di di Gesù. Eppure Gesù insiste nel voler fare questo gesto e conclude dicendo, così, come ho fatto io, dovete fare anche voi, gli uni e gli altri. È la logica del servizio. Vorrei fermarmi su questo e cercare di attualizzarlo. Cioè mi piacerebbe che le cose che stiamo dicendo le possiamo portare dentro la nostra vita, così da tentare di viverle.

Ora, se tu obblighi qualcuno a servire, quella persona è uno schiavo. Se una persona invece decide di servire, quella persona è un'altro Cristo. La vita tu la puoi subire o decidere di servire. Puoi assumere l'atteggiamento di chi si sente schiacciato dalle circostanze o l'atteggiamento invece di chi dice, io sto decidendo di donare la mia vita. Noi possiamo stare in una famiglia e vivere in una famiglia con la pretesa.

La pretesa dei miei diritti, dei miei bisogni, di quello che io mi aspetto, di come vorrei essere valorizzato, capito, compreso. Possiamo stare in una comunità e vivere nella logica della pretesa il mio posto, il mio ruolo, il mio ministero, i miei talenti? Posso andare al lavoro e vivere nella stessa logica, che è la logica di affermare noi stessi con tutte le nostre forze. Oppure possiamo vivere in casa nostra, Caricandoci il peso

della nostra famiglia? Andare in una comunità e portare sulle nostre spalle un po' del peso di quella comunità. Andare a lavorare e prendersi la responsabilità del proprio lavoro. La differenza è radicale perché nel primo caso non ci va mai bene nulla e viviamo la nostra vita lamentandoci. Pensiamo sempre di subire un torto. Non ci sentiamo capiti, non ci

sentiamo. Apprezzati dalle persone che sono intorno a noi, siamo costantemente arrabbiati semplicemente perché il mondo non si inginocchia davanti a noi, ma Gesù ci chiede di essere cristiani perché ci chiede di fare noi. Il gesto di inginocchiarci e praticamente che cosa significa? Che se io pretendo che mio marito mi renda felice, che mia moglie mi renda felice, vivrò sempre nella rabbia che mio marito e mia moglie non mi

rendono felice. Ho messo al mondo dei figli e invece di rendermi felice mi creano problemi. Vado in una comunità e invece di trovare pace, gioia, eccetera, trovo cose da affrontare. Vivo nella pretesa che quello che sto cercando me lo devono dare gli altri. Che cosa ti chiede Gesù? Occupati tu della felicità degli altri, tu vuoi essere felice. Rendi tu felice la persona che

hai di fronte. Prenditi tu la responsabilità delle persone che sono intorno a te e capite che questo ci destabilizza perché non ci piace. Ci è più facile vivere nella pretesa che nel servizio. Ma Gesù si mette in ginocchio dicendo, si fa così, non il

contrario. Allora un cristiano che pretende, si afferma, cioè un cristiano che porta avanti l'atteggiamento del cavallo spavaldo non è cristiano l'atteggiamento del cristiano, nessuno si sente offesa, offeso, è l'atteggiamento di un asino che pazientemente si carica delle cose e le porta ora questa cosa che sembra così svilente in realtà, se fate memoria e guardate intorno a voi.

Vi accorgerete che esistono. Le persone così, sono quelle che non si lamentano, quelle che fanno il proprio dovere, quelle che tirano avanti la baracca. Sono persone silenziose, discrete, che apparentemente sembrano stare sempre dietro le quinte. Sapete quando ci accorgiamo di queste persone? Quando non ci sono più, perché quando queste persone non ci sono più, viene a mancare tutto. Tutto crolla perché reggevano tutto.

I loro sacrifici, il loro silenzio, la loro dedizione, la loro umiltà, il loro esserci era il fondamento su cui si poggiavano le famiglie, i posti di lavoro, le comunità non andavano alla ricerca. Queste persone di medaglie da indossare non volevano essere riconosciuti dagli altri, essere gratificati, trovavano gioia nel fare la propria parte, nel farlo. E nel vivere quella pagina del Vangelo, forse inconsapevolmente, che dice

Cosa, signore? Siamo servi, inutili, abbiamo fatto solo quello che dovevamo fare, altro che pretesa. E la gratuità. Ma la domanda è, perché dovremmo fare così fratelli? Perché Gesù ha fatto così?

Non è un'invenzione nostra. E lui che ci ha segnato questa strada e sta dicendo a ciascuno di noi, tu sei cristiano, smettila di vivere pretendendo comincia a vivere servendo e decidilo di fare, perché se tu non prendi questa decisione, sarai un frustrato che ti senti sempre derubato dagli altri, derubato del tempo, derubato dei tuoi talenti, derubato della tua fama, della tua gloria. È un atteggiamento importante

questo. Non ha senso vivere giovedì Santo, metterci sulla tavola di questo altare a celebrare il corpo e il sangue di Cristo. Se questo corpo e questo sangue non hanno la postura di Gesù, mangiamo l'eucaristia per diventare eucaristia. E che cosa succede su quel tavolo? Che cosa succede su quell'altare? Prendete e mangiatene tutti. Prendete e bevetene tutti. Ora o la nostra vita diventa un pane spezzato e distribuito, un vino versato e distribuito.

O non è una vita cristiana, una vita che si è lasciata cambiare dall'eucaristia. E vi prego, non abbiate la mentalità sbagliata, magica di pensare che solo per il fatto che stiamo mangiando l'eucarestia siamo già a posto. il Vangelo ci racconta che quella sera anche Giuda ha mangiato quel boccone, anche lui ha fatto la comunione. Ma subito dopo l'evangelista Giovanni dice che si alzò, uscì ed era notte. E innanzitutto era notte dentro

di lui. Non basta la frequenza ai sacramenti, dobbiamo domandarci, quali decisioni stiamo prendendo mentre ci accostiamo ai sacramenti? Ecco queste ultime ore di vita di Gesù, ci evangelizzano perché ci dicono come noi dovremmo vivere la nostra vita. Umiltà, mitezza, servizio. Capacità di portare i pesi, bandire le lamentele, le pretese, abbassare le ali, non avere atteggiamenti trionfalistici.

E anche quando, come Chiesa, noi aspettiamo che la Chiesa sia trionfale, non è la chiesa di Cristo. La Chiesa che porta Cristo è un asino, dovrebbe essere questo. Non è trionfale, dovrebbe essere umile. È assolutamente bella perché umile, come tutte le cose semplici. Sono belle perché sono essenziali, non oscurano l'essenziale. Ora, se questo asino che porta Gesù attira di più l'attenzione su di sé, distraendo da Gesù, Beh, non è stato proprio un buon

mezzo di trasporto. Anche noi come Chiesa, dovremmo domandarci se attiriamo di più l'attenzione su di noi. O su Cristo? Dovremmo avere la capacità di mostrare Cristo e di toglierci di mezzo. Questa Chiesa è cesellata da tante cose belle e significative. A che serve tutta questa bellezza se non a rendere evidente non questa chiesa? Ma ciò che sta indicando questa chiesa attraverso queste cose è il ruolo della liturgia. È il ruolo del nostro stare insieme, è il ruolo della bellezza.

La vera bellezza indica, non distrae. Allora vedete, abbiamo appena messo piede nella settimana Santa, un asino e Gesù in ginocchio ci dicono come si vivono queste ore e allo stesso tempo, vedete? Noi possiamo capire tutto ciò solo se Gesù ci illumina nel vedere questo, perché la catechesi del mondo è un'altra. La catechesi del mondo ti dice, non ti far mettere i piedi in testa, non ti fa schiacciare dagli altri. Fatti rispettare afferma te stesso.

E ci sono sempre valide motivazioni per cui noi dovremmo vivere così. Ma questo ce lo dice il mondo, il Vangelo. Ci dice invece a te sembra che sei in perdita, ma si vince in questo modo. Va molto più lontano chi cammina così che chi invece, con irruenza vuole affermarsi dentro la sua vita. Ma basta muoversi di qualche ora e la messa in scena domini lascia lo spazio a quel tempo che noi sappiamo essere il tempo del Getsemani. Noi li chiamiamo.

Il tempo dell'altare, della reposizione o erroneamente dei sepolcri. Che cosa rappresenta questo tempo di preghiera? E il tempo di Gesù che, uscito dall'ultima cena va a pregare nell'orto degli ulivi. Anche qui vedete la nostra preghiera, la nostra Liturgia, il Triduo Santo. Ci danno una grande lezione e ci dicono una cosa molto semplice. Che stare accanto a qualcuno che soffre è difficilissimo, specialmente quando l'incontro con la sofferenza ti fa percepire impotente.

Cioè non puoi fare niente. Sapete qual è la nostra reazione quando tu stai accanto a qualcuno e non puoi fare niente? Sapete qual è la reazione umana? Scappare. A noi non piace l'impotenza. A noi non piace sentire di non poter far niente, non è facile stare accanto a qualcuno che soffre, ma vedete questo tempo di preghiera, che è il tempo che segue la liturgia in cena domini e tentare di fare compagnia a Gesù accettando l'impotenza di non poterlo salvare.

Questa cosa che sembra quasi una messa in scena di una storia che è successa nel passato. Guardate che la ritrovate tale e quale dentro la vostra vita. Vi capiterà di stare accanto a persone che amate e a non poter far niente se non rimanendo accanto a queste persone. Vi capiterà nella vita di vivere delle situazioni frustranti dove l'unica cosa che potete offrire e non fuggire e rimanere lì in quelle situazioni. Quante volte devi ascoltare persone senza avere la risposta

alle domande che hanno? Ma come sarebbe drammatico se quelle persone che hanno domande a cui tu non hai risposta non potessero gridare a nessuno le loro domande? È brutto quando nessuno ti ascolta. A volte le persone hanno solo bisogno di essere ascoltate, perché non è detto che noi abbiamo le risposte alle loro domande, alle loro parole. Vedete un tempo importante

questo? Se il primo tempo è il tempo di rinunciare al dominio, alla sopraffazione, per avere invece l'atteggiamento dell'umiltà, della mitezza e del servizio, adesso la liturgia ci dice, non fuggire davanti al dolore, non scappare via. E non è facile. Perché Gesù si porta lì, nell'orto degli Ulivi, Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma voi sapete che cosa Faranno Pietro, Giacomo e Giovanni nell'Orto degli ulivi? Dormiranno. Dormire è evitare le cose,

dormire è un modo di alienarsi. La solitudine di di Gesù in quel momento è veramente drammatica. Se vi andate a leggere il racconto di Marco, visto che siamo nell'anno Liturgico Bi. Vi accorgerete che nel racconto della passione di Marco questo momento è descritto in questo modo, Gesù entra nell'orto degli ulivi e non riesce nemmeno a stare in piedi per come soffre, dice Marco e cadde a terra. Capite la sofferenza che sta vivendo in quel momento Gesù? E che cosa gli viene in mente a

Gesù? Che cosa fa una persona che soffre? Cosa fa un cristiano che soffre? Prega. E Gesù comincia a pregare, padre, tutto è possibile a te, se possibile, allontana da me questo calice, ma non come voglio io, ma come vuoi tu. È una preghiera drammatica, intensa.

In questi giorni mi piace sempre sottolineare questa preghiera di Gesù nel Getsemani, perché in realtà gli esegeti ci dicono che il modo che Gesù ha di pregare in quel momento è il modo tradizionale con cui i rabbini insegnavano a morire alle persone, ai moribondi, andavano in casa di un moribondo e lo facevano pregare in questo modo Dio. Tu puoi tutto, io non voglio morire, ma sono pronto. Questa era la preghiera dei moribondi.

E Gesù Prega così nel Getsemani, Dio padre, tutto è possibile a te, se possibile. Allontana da me questo calice, che tradotto significa, non voglio morire, ma non come voglio io, ma come vuoi tu. Sono pronto. Sapete qual è la risposta del padre a questa preghiera di Gesù? Il silenzio è terribile. Pregare e non sentire nessun sollievo dalla preghiera. Allora Gesù fa la cosa più intelligente che può fare una

persona. Quando si accorge che la sua vita spirituale non lo sta aiutando, si rivolge alle persone che c'ha di fianco. Si lascia aiutare dai fratelli, allora va dai suoi amici e gli dice, rimanete svegli, non mi lasciate da solo, state qui, vegliate con me. Sapete qual è la risposta degli amici? Nessuna, non si parla, parla solo Gesù, leggziano, quindi Dio non ti parla, gli amici non ti parlano. Capite quanto è drammatica la solitudine che vive Gesù?

Ora ditemi la verità. Pensate che nella vita noi non ci troviamo in posizioni simili, in cui tutta la fede che fino al giorno prima c'era di consolazione, ci sono dei momenti che ci sembra inutile e tutte le persone che dovrebbero esserci di aiuto dormono. Perché gli Evangelisti ci raccontano di questo dramma? Perché nessuno di noi si senta solo quando vive questi momenti. Deve ricordarsi che Gesù ha vissuto così. E per quanto tempo Gesù prega in

questo modo. Marco dice, non una volta, non due, ma tre volte, va dal padre, poi va dagli amici, va dal padre, va dagli amici, va dal padre, va dagli amici. E come vi ho detto prima, apparentemente sembra che nessuno gli risponda, ma poi succede un miracolo. Un miracolo. Non un miracolo come noi ce l'abbiamo in mente, ma un miracolo proprio nel modo che Gesù ha di affrontare le cose. Allora entra nel Getsemani e cade a terra. La fine della scena del

Getsemani, lo sapete qual è? Gesù va dai suoi amici e gli dice, Basta, alzatevi, andiamo. Chi sta venendo per arrestarmi è alle porte, prima è atterrato. Ora, invece, all'atteggiamento di uno che affronta, ecco come gli ha risposto, Dio non gli ha risposto con le parole, con le spiegazioni no. Miracolosamente gli ha dato il coraggio di affrontare una cosa che fino a un attimo prima lo schiacciava. Quindi non è vero che Dio non risponde.

Dio risponde. E molto spesso ci risponde dandoci il coraggio di affrontare le cose che non vorremmo affrontare. Questa è la lezione di Gesù nel Getsemani. Allora vedete ancora un insegnamento per ciascuno di noi, prima l'insegnamento dell'umiltà, poi l'insegnamento di non scappare davanti al

dolore. Poi ancora l'insegnamento di non scappare noi davanti al nostro stesso dolore, sapendo che Dio in quel momento non risponde come noi vorremmo, allontana da me questo calice, ma misteriosamente ci dà la forza di affrontare le cose. Credo che nella vita ogni tanto qualcuno di noi guardando indietro dice, Io non lo so come ho fatto ad affrontare quella roba lì, l'ho affrontata.

Non so come sto facendo ad accudire, ad andare avanti davanti a delle circostanze che sono veramente pesanti. Uno che le guarda da fuori dice no, non regge. E invece miracolosamente quelle persone reggono nel momento giusto. È venuta qualche giorno fa una signora a parlarmi, mi ha molto commosso. Una persona ormai di una certa età ha assistito il marito fino all'ultimo istante della sua vita. Cambiandolo Lavandolo dandogli da mangiare una donna anziana Eh? E mi ha detto, padre, lei mi

deve credere. Io non avevo nessun dolore, riuscivo a fare tutto quello che dovevo fare, eppure c'ho un sacco di acciacchi. Però me lo alzavo, me lo giravo, me lo lavavo. Così. Quando è finito il funerale e sono tornata a casa, sono crollata, non riuscivo più a camminare, mi faceva male la schiena. Tutti i dolori che non ho avuto nel periodo in cui ho assistito mio marito ce li ho avuti lì da quel giorno in poi. È interessante questa cosa, no?

Come noi reagiamo davanti a una difficoltà, a volte misteriosamente tiriamo fuori una forza che non pensavamo di avere, come Gesù, pure lui pensava di non avere la forza di affrontare quella roba lì. E poi mettiamoci in piedi, andiamo. Affrontiamo. Ecco allora che noi entriamo nell'esperienza del Venerdì Santo e qui incontriamo un'altra cosa molto dura, il racconto della passione e della morte di Cristo. Celebriamo in quel giorno la memoria della sua morte e

leggiamo il passo. Che ci fa fare memoria di quello che è successo nelle ultime ore di vita di Gesù. Ora che cosa vorrei suggerirvi nel capire con lo sguardo giusto il venerdì Santo? È troppo poco che noi rimaniamo degli spettatori che guardano no la scena e forse anche si commuovono. La cosa interessante di quel racconto è che tutte le persone che sono intorno a Gesù dicono a Gesù una cosa molto semplice. Se sei Dio, scendi dalla croce, che è un discorso di una logica disarmante.

Dimostraci che sei Dio scendendo dalla Croce e Gesù non scende dalla croce fino all'ultimo. Tenteranno di farlo scendere dalla croce anche mentre sta per esalare gli ultimi respiri. EE Gesù grida, Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato Elia? E lì le masa bactani. Sapete cosa dicono le persone sotto? Sta chiamando Elia, vediamo se viene, vediamo se lo fa scendere, vediamo se verrà

qualcuno a salvarlo. Ora voi sapete che la nostra tentazione, la vera tentazione del male, non sono i mostri sotto il letto. Il male non è la mostruosità che noi abbiamo in mente quando ci vediamo dei film dell'orrore. Il male vero è quello che vuole farti scendere dalla croce. Ma se io dovessi spiegarvi con una frase semplicemente qual è la differenza tra quello che ti propone il male e quello che ti propone la logica della Croce, dovrei tradurvelo in questo

modo? Il male ti dice salvati da solo. E la croce invece ti dice, lasciati salvare. Il male ti dice, se non ti salvi tu sei perduto. La croce ti dice abbandonati. Se ti abbandoni vieni fuori da lì. Qui è una scelta, Eh, perché quando tu stai male la prima cosa che ti viene da fare è di. Aiutarti da solo di volerti tirar fuori da solo dai problemi. Questo fa aumentare i problemi perché l'agitazione con cui noi affrontiamo la prova peggiora la

prova. In quel momento subentra la disperazione perché con tutte le tue forze e la tua intelligenza non riesce a tirarti fuori da quelle situazioni. Che cosa ti dice la tua fede cristiana? Abbandonati in Dio. Il signore non ti lascia, dice, ma qui stiamo perdendo, ma io sto morendo. Abbandonati al signore. Chi si riesce ad abbandonare

sapete cosa riceve come frutto? La pace è in pace e si trova in mezzo alla tempesta, Eh, e contro di lui ha un esercito intero di un male che lo sta rigirando come un calzino. Eppure lui è in pace. Perché? Perché sia abbandonato il signore. Questo diventa il principio della resurrezione, l'abbandono in Dio. Ora voglio pensare che ciascuno di voi ha i suoi problemi e le sue cose. La domanda è, come vivete i problemi? Vi sentite nelle mani di Dio o sentite che tutto dipende solo

da voi? Vi abbandonate nelle mani del Signore, oppure. Vi disperate perché non riuscite a salvarvi. Però attenzione. Che significa abbandonarsi nelle mani del Signore che io non devo fare niente. No, tu devi fare tutto il tuo possibile, ma non devi farlo con disperazione, lo devi fare con la fiducia. Io ho la sensazione che sto andando EE questo sarà l'ultimo tratto di strada della mia vita. E poi morirò. Allora tu puoi andare perché sapete che alla fine finisce sta vita.

Eh? Finirà comunque ora io posso avviarmi alla fine di questo viaggio in pace o da disperato posso andare incontro al mio destino disperandomi agitandomi oppure serenamente. Questo è il segreto di chi abbraccia la croce. Non è la ricerca della sofferenza, la croce non è o come bello soffrire, soffrire è terribile. Ma chi vive la croce come l'ha vissuta Cristo? Quel dolore è svuotato di

disperazione. Non c'è più la disperazione in quel dolore e credo che questo sia quello che a noi manca, mettere in pratica quello che Gesù dice quando a un certo punto ai suoi discepoli rivolge questa parola, chi vorrà salvare la sua vita? Chi la perderà perché per causa mia la troverà che tradotto? Significa. Chi si vuole salvare da solo si perde, chi si abbandona in me si trova. Ora vedete?

Ognuno di noi deve domandarsi, vivendo la morte di Gesù in croce, se ha scelto la logica del mondo o la logica di Cristo. A noi piacerebbe una fede. In cui dice, io sono talmente tanto credente che Dio a me me le toglie le croci. No, non funziona così. Io sono tanto credente. E da cosa si vede la tua fede? Da come stai sulla croce? Da lì si vede la fede. Dio non. È uno che ti evita. I problemi e basta, sì, ci aiuta, ma ci sono delle cose che sono inevitabili nella vita.

È grazie a Dio che sono inevitabili, perché sono le cose che ci fanno crescere. La domanda però è, quelle difficoltà inevitabili come le vivi? Tu con? Abbandono. O con disperazione, perché questo fa la differenza. Noi viviamo il venerdì Santo per imparare da Gesù come si sta sulla croce e come si sta sulla croce, padre. Nelle tue mani consegno il mio spirito, sì, si soffre, ci si sente abbandonati, ma. Gesù ha il coraggio anche. Di dire, padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.

Si sta sulla croce. Senza scendere dalla croce, più tentiamo di scendere dalle nostre croci, questo è un segreto che voglio dirvi, Eh? Più noi tentiamo di scendere dalle croci, più allunghiamo le croci. La croce aveva. Ragione Don Tonino bello alle ore contate è da 12:00 alle tre del pomeriggio.se tu ti agiti non sono più le tre, ma diventano le quattro e poi Le 5 e poi le sei. Allora ogni difficoltà ha sempre le ore contate, sempre. Ma il.

Problema serio è. Come noi vogliamo vivere quel momento che ha un suo argine. 12:00 le 03:00 pm. Cosa fa il. Male. Quando una persona soffre non si ricorda questo. Quando una persona soffre, la sofferenza è totalizzante. Vede tutto nero EE dice a se stessa, non ne verrò mai fuori da questa cosa. Questa è la disperazione. In quel momento, quando tu hai questa sensazione, fai come Gesù, abbandonati. Consegnati Mettiti nelle mani

del padre. Ecco, siamo arrivati al sabato Santo che ci sembra sempre un po' il tempo tecnico. Avete presente quando in teatro ci sono delle scene, poi a un certo punto sipario, perché dobbiamo cambiare tutte le cose e poi di nuovo un'altra scena. Quindi viviamo quasi sempre il sabato Santo. Come? Quella. Quella pausa in cui smontiamo i sepolcri e prepariamo la resurrezione. No, guardate, no. Il sabato Santo è un tempo liturgico. Fa parte di di.

Queste ore decisive per la nostra fede, perché il tempo dell'attesa è un tempo di silenzio. Che cos'è che ci aiuta? Tutte, tutta la rivoluzione della Pasqua nasce se tu hai la pazienza di aspettare. Invece sapete che cosa? Succede quando uno legge La passione che man mano che si avvicina l'ora di Gesù, cominciano ad allontanarsi tutti, tutti, completamente, tutti dopo il Getsemani. Gli Evangelisti ci dicono che i suoi discepoli fuggirono tutti. Le ultime ore di vita, gli

ultimi istanti di vita. Gesù li passa con persone che non sono familiari. Giovanni ci dice che c'è la. Madre là sotto e che c'è Giovanni Marco? Ci dice che non c'è? Nessuno. I suoi discepoli. Maschi se la sono data a gambe. Gli unici personaggi? Presenti nella passione di Gesù sono il le discepole donne che da lontano osservano la scena, poi man mano si avvicinano queste donne, ma.

È interessante tutto. Questo perché perché quando Gesù viene, muore e viene calato dalla croce, ci sono gli ultimi due personaggi che hanno a che fare con lui, che sono Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Sono discepoli dell'ultima. Ora persone che non facevano parte del suo gruppo, ma a differenza dei suoi amici, hanno il coraggio di chiedere il corpo di Gesù. E fanno una cosa anche. Abbastanza particolare. Toccano un cadavere, quindi diventano impuri. Nel far questo.

Guardate. È un gesto di. Tenerezza straordinario, quello che compiono Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Ma anche loro. Dopo che hanno calato il corpo morto di Gesù dalla Croce, lo mettono nel sepolcro. Sapete cosa fanno? Se ne vanno via tutti, se ne vanno via le donne? No, sono lì, osservano Giovanni. Ci dice. Che si aggirava lì, attorno al sepolcro, la Maddalena. Gli altri Evangelisti ci. Dicono che. Man mano questo discepolato femminile è lì presente.

Sapete cosa rappresenta? Non rappresenta solo il mondo femminile, rappresenta la fedeltà, l'affidabilità. Cioè mentre gli altri se ne vanno, loro restano. Per questo assistono per prime alla risurrezione. Volete un esempio? A volte succedono nella nostra vita delle cose che a un certo punto ti convincolo, dice è finita così, calma. Tu non lo sai come va a finire questa cosa, stai lì. A te sembra che è? Finito? Ma non è detto che è finito.

So che è un paragone. Come devo dire, forse improprio da tirarlo in ballo nella nel nella nel Triduo Santo. Però a me piace sempre fare questo esempio. Avete presente quando uno va al cinema, finisce il film e cominciano i titoli di coda? Io sono uno di quelli che. Come inizia il titolo di coda, mi alzo in modo tale che nessuno mi blocchi. Errore madornale. Molti film hanno delle scene che. Accadono dopo i titoli di coda, cioè il film sta finendo, dice

vabbè, è finito. E poi un'ultima scena che cambia completamente il finale, la. Resurrezione è una roba. Simile? Tutti sono convinti di trovarsi davanti ai titoli di coda e poi succede una cosa che cambia completamente il finale, chi? È che assiste alla Pasqua. Quelli che non si sono alzati dalle poltroncine. Quelli che sono rimasti lì attenti a giudicare la vostra vita da quello che avete vissuto. Tante volte diceva io sono. Sfortunato, infelice.

La mia famiglia è andata in questo modo. Avrei desiderato, e non è successo questo, questo, quest'altro. A noi ci sembra di aver capito tutto, di trovarci ai titoli di coda. Ma io che ho sempre seguito da prete gli universitari, a volte sento dei ventenni che dicono Eh, ormai ormai, ma c'hai vent'anni. Ormai cosa c'hai tutta la.

Vita davanti Eh. Però il problema dell'ormai che lo sento in tutte le stagioni, lo sento ai ventenni, ai trentenni, ai cinquantenni, ai sessantenni, agli ottantenni. Uno dice, vabbè, se ce ne ha 90 ormai forse funzionano. Ormai nulla, se questa mattina il Signore ti ha fatto svegliare tu non lo sai perché. Vi prego di mantenere.

Sempre il cuore aperto a quel grande imprevisto che è la Pasqua. E la Pasqua non è semplicemente Gesù che è risorto, i riverberi di quella luce sono tutti quegli imprevisti che illuminano la nostra vita e ce la fanno rileggere da un'altro punto di vista. Allora ci sono dei momenti. In cui tu dici, Ah, ecco perché. E rileggi tutto in un. Altro modo e quello che fino a ieri a te sembrava una disgrazia, riletto attraverso quella luce. Tu dici, adesso lo capisco.

In questi giorni ascoltavo, sono stato a incontrare delle persone che lavorano nelle cappellanie degli ospedali. E. Una donna? Una laica che lavora in una di queste cappellanie ha portato una testimonianza che mi ha molto colpito. Mi ha detto, Ho passato. La mia vita domandandomi perché mi è successo quello che mi era successo nella mia famiglia ho sofferto, ho perso una persona, questo quest'altro dice. In questo momento della mia vita capisco il senso di tutto quel

dolore. Quel dolore oggi mi rende capace di capire il dolore degli altri. Ma quando lei era una bambina. Mica dava questa lettura Pasquale della sua vita. E forse era anche. Autorizzata a ribellarsi, a star male, a distruggere tutto quello che volete. Ma che cos'è la Pasqua per questa donna che a un certo punto lei guarda indietro? E non è che dice, non è vero che è successo tutto quel dolore, ma ne capisce la luce.

Dice, se io oggi posso parlare a una persona che soffre è semplicemente perché ci sono passata io da quella sofferenza e quindi quella sofferenza mi ha abilitato a parlare. Ha ragione. Ecco la Pasqua, quindi non buttate niente della vostra vita. Perché voi non sapete che cosa ci sta facendo il signore con la vostra vita sabato Santo è la grande educazione a saper attendere, a saper far spazio a un imprevisto che cambia tutta la storia. Ecco allora che siamo arrivati.

Finalmente a la notte di Pasqua, la grande veglia che ci introduce nel giorno senza tramonto della Pasqua. Che cos'è, in fondo? Celebrare la luce nella notte, che cos'è vivere la veglia Pasquale che ci introduce nella nella celebrazione della risurrezione che alla logica della morte. Noi la sostituiamo con la. Logica della vita. E cioè, sarò molto.

Breve non perché non voglio spoilerarvi come andrà a finire la settimana Santa. Già sapete come va a finire, però è una cosa che noi dimentichiamo molto spesso. Fratelli, noi sappiamo come va a finire la storia. La storia va a finire. Che Gesù ha vinto. Ora, se tu. Sai che lui ha vinto perché vivi come se tu fossi un perdente. Lui ha vinto.

Allora ti puoi permettere di perdere perché lui ha vinto, ti puoi permettere di vivere le tue battaglie anche tirando fuori la tua debolezza, la tua fragilità, perché lui ha vinto. Ora voi. Siete convinti che noi siamo dei cristiani che credono nella resurrezione? Guardate che se noi non crediamo nella risurrezione, rimaniamo bloccati nel Venerdì Santo e non ne veniamo fuori da lì.

E la più grande cattiva? Testimonianza che noi possiamo dare al mondo è che noi mostriamo al mondo solo il Venerdì Santo, non la Pasqua. Chi vede noi vede la Pasqua o vede solo dei crocifissi depressi. Chi vede noi vede la. Gioia della risurrezione. E attenti amici, la gioia uno non può darsela da solo. Quando tu stai male dice io mi. Sforzo di essere gioioso ma come fai a sforzarti di essere stai fingendo? San Paolo ci dice che la. Gioia è un frutto dello spirito.

Gioia, pace, benevolenza, mitezza, dominio di sé sono tutti i frutti dello spirito. Se tu non hai pace, non puoi fingere di aver pace. Dice, ma io sto. Male. Però mi dico a me stesso, devi essere nella gioia. Il cristianesimo non è yoga. Amici che uno fa training autogeno e si autoconvince delle cose, la gioia o ce l'hai o non ce l'hai. La pace o ce l'hai o. Non ce l'hai? Ma perché vi sto dicendo questo? Perché se è un dono, dove lo prendiamo questo dono? Tutte le domeniche.

Per noi è Pasqua. Tutte le volte che noi. Partecipiamo all'eucarestia, il signore ci dà in dono quello che non possiamo darci da soli, gioia, pace, benevolenza, mitezza, dominio di sé, i doni dello spirito, i doni della vita spirituale, ogni. Volta che noi. Leggiamo il Vangelo, il Vangelo ci apre gli occhi come questo cieco che ha inaugurato questa nostra serata. Tutte le volte che preghi, il Signore ti ricorda la logica con

cui devi vivere. Tutte le volte che tu hai veramente una vita di fede e una vita spirituale, tu hai una vita Pasquale, cioè hai le tue sconfitte e allo stesso tempo la tua vittoria. Hai il tuo Venerdì Santo, ma hai anche la domenica di Pasqua. Quindi questa è la cosa. Più bella che ci viene donata. Che quello che succede in questi giorni, ogni volta che noi viviamo la liturgia e ogni volta che noi viviamo la nostra vita spirituale si attualizza è.

A nostra portata. Di mano, ecco, il mio augurio è che ciascuno di noi possa vivere queste ore non semplicemente come uno spettatore. Anche perché e non. Ricordo se ve l'ho detto anche l'anno scorso, ma è una cosa che ogni anno la ripeto perché è repetita iuvant a chiunque incontro. Il motivo per cui quest'anno è Pasqua è diverso da quello dell'anno scorso. Ci sono delle cose della. Vita in questo momento che hanno bisogno di ricevere la luce di Pasqua.

L'anno prossimo, se il signore vorrà, ci sarà un'altro motivo per cui è giusto che arrivi Pasqua. Ora non vi. Perdete questa Pasqua? Perché parla al vostro? Presente non in generale vuole portare in questo momento della vostra vita la luce della Pasqua. Ecco. Il mio augurio, che anche. Voi possiate fare l'esperienza di passare dalle tenebre della cecità. Alla luce del Signore risorto, grazie.

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