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fr. Roberto Pasolini - Ancorati in Cristo #4

Apr 12, 202532 min
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Dopo la prime tre riflessioni incentrate rispettivamente su Imparare a ricevere - La logica del BattesimoAndare altrove - La libertà nello Spirito e Sapersi rialzare – La gioia della Risurrezione -, in quest'ultima, padre Pasolini si è soffermato sul tema Dilatare la speranza – La responsabilità dell’Ascensione. E in proposito ha evidenziato tre aspetti: la conversione, il sottosopra e la sinergia, ribadendo che sapersi congedare, quando tutto il necessario è stato compiuto, allargando i confini della speranza è l’insegnamento che Gesù ha offerto all’umanità proprio con l’Ascensione. 

Transcript

Fratelli e sorelle, il signore vi dia pace. Rivolgiamo un ultimo caro saluto al Santo Padre che ormai ne siamo certi, tra un po' sarà con noi partecipe nella vita della sua chiesa. Le meditazioni che abbiamo proposto in questi venerdì di Quaresima, nell'anno del Giubileo, avevano lo scopo di aiutarci a rimanere fondati e fermi sull'ancora. Di Cristo, ancorati in Cristo, questo era il titolo, egli è per noi una porta da attraversare con fiducia per entrare in relazione con Dio.

Ma abbiamo visto, è anche una vita ricca di dinamismi di sfumature alla quale siamo chiamati a convertire la nostra vita. Contemplando il battesimo, la vita pubblica e la risurrezione di Gesù abbiamo riconosciuto alcuni tratti essenziali di. Un'umanità trasformata dal Vangelo. Anzitutto la capacità di accogliere ogni cosa come un dono, poi la libertà di andare oltre i successi e gli insuccessi, e infine l'umiltà e la gioia di sapersi rialzare dopo ogni sconfitta.

C'è però un'ultima qualità, spesso nascosta, che la nostra vita nuova può imparare a manifestare. È quella di sapersi congedare quando tutto il possibile e il necessario è stato compiuto. È quanto il signore Gesù ha fatto nel momento della sua ascensione al cielo. In quel gesto di separazione e di commiato dalla storia ci ha lasciato una preziosa eredità, ci ha mostrato come si possa uscire di scena, restituendo alla storia tutta la sua

libertà. Anzi. Allargando i confini della speranza per tutti. Per entrare nella contemplazione di questa, di questo mistero dell'ascensione, c'è però un'ultima conversione e anche un'ultima tentazione che dobbiamo valutare attentamente. La possiamo riconoscere leggendo l'incontro celebre tra il risorto e Maria di Magdala nel libro degli atti.

Si dice così che. Dopo la sua risurrezione, Gesù con molte prove durante 40 giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardando il Regno di Dio, si è manifestato. Ecco, una di queste prove la riconosciamo proprio nell'incontro con Maria di Magdala. Ascoltiamo il testo di Giovanni, Maria stava all'esterno, vicino al sepolcro, e Piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in

bianche vesti. Seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero, donna, perché piangi? Rispose, loro, hanno portato via il mio signore e non so dove lo hanno posto. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi, ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù, donna, perché piangi? Chi cerchi? Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse, Signore, se l'hai portato via tu, Dimmi dove lo hai posto e io

andrò a prenderlo. Sappiamo anche dagli altri Vangeli che Maria era una donna che aveva sperimentato una profonda guarigione incontrando Gesù. Luca dice che era stata liberata da 7 demoni, una cifra simbolica per raccontare. Una guarigione profonda. E proprio lei, con altre donne, sappiamo che aveva seguito il gruppo di Gesù e degli apostoli, mettendosi a servizio con la propria vita e i propri beni. Ora è nel pianto, perché il suo

signore non c'è più. E si capisce dal dialogo che Maria ha con Gesù che la sua ricerca è ancora calamitata dall'evento della morte. A lei basterebbe ritrovare il corpo di Gesù, prenderlo con sé e custodirlo. È una tentazione che abbiamo tutti noi, quella di imbalsamare quello che siamo riusciti a vivere, perché non sappiamo se come quanto la vita possa riaprire i suoi argini. Eh, quando c'è una morte siamo tutti in un lutto che è difficile da essere elaborato. Facciamo delle fotografie.

Creiamo dei piccoli altari dove custodiamo la memoria di quanto abbiamo vissuto e ci basterebbe questo in parte. Tutto questo è bello e anche importante, ma questa può essere anche una malattia del nostro cuore. Imbalsamare la vita anziché cercare la vita che risorge, impedendo a Dio di riaprire i confini del nostro cuore e dei

nostri occhi. E infatti Maria si trova in una situazione paradossale perché ha la vita davanti a sé, il signore risorto, ma non lo riconosce finché non accade qualcosa. Gesù Le disse Maria, ella si voltò e disse In ebraico, rabbunì, che significa maestro. Qui accade qualcosa di singolare, Maria è già rivolta verso Gesù. Ma non lo sa riconoscere. Non appena Gesù la chiama per nome, ella si voltò. È come se avvenga una seconda conversione, quella che tante volte noi nella vita facciamo

fatica a fare. Perché la prima conversione è più facile quando cominciamo a credere in Gesù, ma la seconda è più difficile, perché si tratta di imparare a credere in Gesù dopo che lui è risorto e dopo che lui vuole farci risorgere. Dalla morte e dalla paura del cuore. Serve una seconda e ultima conversione. Questa Commissione si sblocca quando ci sentiamo chiamati per nome. Cosa significa?

Che è un movimento che non possiamo fare con le nostre forze, ma avviene quando Dio riesce a chiamarci di nuovo alla speranza e alla vita, proprio noi, per nome. È un sussulto del cuore. Potremmo dire che la risurrezione di Gesù ha il suo frutto più meraviglioso e più inconfondibile nell'insurrezione del nostro cuore, quando, nonostante tutte le morti, le delusioni, le paure, i fallimenti, noi sentiamo che la vita riesplode da dentro.

E allora, siamo certi, è il signore che ci sta chiamando di nuovo per nome. A questo punto del racconto c'è un ellissi, cioè non non si dice quello che avviene, ma tutti i pittori di ogni tempo lo hanno intuito. Gesù le disse, non mi trattenere perché non sono ancora salito al padre, ma va dai miei fratelli e di loro non mi trattenere, no,

li me tangere. Maria cerca di prendere il signore e di tenerlo con sé. Questa è l'ultima tentazione che noi dobbiamo affrontare per accedere alla gioia dell'ascensione, la tentazione di prendere il corpo di Gesù e fare quello che la sposa del Cantico dei Cantici tenta di fare con il suo amato. Vi leggo i primi versetti del capitolo Tre del Cantico che giustamente sono stati scelti dalla liturgia come prima lettura nella festa di Santa

Maria di Magdala sul mio letto. Lungo la notte ho cercato l'amore dell'anima mia, l'ho cercato ma non l'ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze. Voglio cercare l'amore dell'anima mia. L'ho cercato ma non l'ho trovato. Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città. Avete visto l'amore dell'anima mia da poco. Le avevo oltrepassate quando

trovai l'amore dell'anima mia. Ma in queste parole c'è tutta la vicenda di Maria di Magdala e la sua sofferta ricerca del Signore. Sentite come finisce il Cantico, lo strinsi forte e non lo lascerò finché non l'abbia condotto nella casa di mia madre, nella stanza di colei che mi ha concepito. Ecco svelato il progetto di Maria, prendere il signore risorto e portarlo nella casa della madre. Nel letto di colei che l'ha concepita. Cosa significa, fuori

dall'immagine simbolica? Che Maria è tentata di prendere il dono incontenibile della risurrezione e metterlo dentro la sua vita biologica naturale. Questo significa portare il risorto nella casa della madre, ricondurre la potenza dello Spirito Santo. Ad aggiustare la nostra vita di quaggiù, anziché introdurci in una vita totalmente nuova. Questa è l'ultima grande tentazione che abbiamo davanti all'evento di Cristo, della sua Pasqua e della sua ascensione.

Ma Gesù ha un'altro progetto, vado ai miei fratelli e di loro salgo al Padre mio e padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Maria Limagdala andò ad annunciare ai discepoli. Ho visto il signore e ciò che le aveva detto dopo la resurrezione e prima dell'ascensione. Non si può più tornare indietro alle logiche dell'infanzia nella casa della madre, ma si va verso la casa del padre secondo la logica delle beatitudini. Ormai c'è un cambiamento di rotta.

Nel rifiutare le lusinghe di Maria, Gesù non sta disprezzando il suo affetto, lo accoglie, ma ne corregge la direzione, perché l'esito sarebbe confinare Dio in qualche cosa, in qualche luogo, in qualche rito e non accettare che invece ormai la potenza del Signore risorto si possa e si voglia manifestare ovunque nella realtà. Soprattutto in quella realtà così sublime e così difficile che è l'umanità dei suoi

fratelli. Noi esseri umani ormai divenuti fratelli e sorelle, figli e figli di Dio padre. Se superiamo questa ultima conversione e tentazione. La cessione del Signore ha poi due esiti molto importanti che ora proviamo a mettere a fuoco. Il primo è la capacità di saper abbassare. Lo sguardo, perché la tentazione sarebbe quella di tenerlo rivolto in alto. Leggiamo il testo degli atti, mentre gli apostoli guardavano Gesù, egli fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro

occhi. Essi stavano fissando il cielo, mentre egli se ne andava, quand'ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero, uomini di Galilea. Perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo. Guardare il cielo è molto bello e dovremmo ricominciare a farlo, perché siamo tutti un po' troppo curvi sulle cose di quaggiù. Ma contiene anche una pericolosa tentazione.

L'elevazione dello sguardo in alto è sempre la fascinazione religiosa di aspirare a qualche ideale, a qualche mondo ideale, a qualche progetto ideale, a qualche traguardo, che sono i modi in cui noi cerchiamo di salvarci dalla morte, dalla nostra povertà, dalla nostra finitudine proiettare in alto la nostra vita anziché continuare ad affrontare il cammino orizzontale che ci aspetta. E invece c'è un modo di guardare in alto, cioè a Dio. Tutto diverso.

Viene detto che Cristo tornerà allo stesso modo in cui l'abbiamo visto andare in cielo. Questa è un'espressione molto misteriosa su cui gli studiosi non convergono in un'unica interpretazione. Cosa vuol dire abbassare lo sguardo, non rimanere imbambolati verso l'alto, perché tanto. Il signore tornerà allo stesso modo in cui noi l'abbiamo visto andare in cielo?

Per rispondere a questa domanda credo che sia utile chiederci, com'è che il signore Gesù è andato in cielo non soltanto in modo rapido e improvviso nell'ultimo fotogramma della sua vita, ma attraverso tutto il suo mistero di incarnazione, di passione, di morte, risurrezione e ascensione? Questo è il modo in cui il signore è andato in cielo, facendosi pienamente uomo come noi. Allora il modo in cui lo vedremo ritornare non è solo.

Non si allude soltanto a quell'ultimo giorno in cui la storia finirà ed egli tornerà in mezzo a noi, ma si allude anche al mistero del suo corpo che nel tempo e nello spazio ripercorre il cammino del maestro. In che modo? Attraverso l'incarnazione, la passione, la morte e la resurrezione, cioè il ritorno di Cristo, è anticipato lungo la storia da tutti coloro che, attendendo e affrettando la sua venuta, vivono il suo mistero di umanità, di servizio e di amore.

Quindi quand'è che l'umanità vede il signore tornare quando i suoi fratelli e sorelle i figli di Dio? Vivono il Vangelo, testimoniano l'amore più grande soprattutto nella dimensione della Croce del Nascondimento, cioè là dove il mistero della della Pasqua si compie in un modo più certo e infallibile. È per questo che non dobbiamo stare a guardare, allora troppo in alto, perché c'è tanto da vivere quaggiù, c'è la vita di Cristo che vuole accadere proprio nel mistero della nostra vita.

Quindi la la conseguenza dell'ASCENSIONE è un'immensa responsabilità per tutti, ma soprattutto per noi che siamo consapevoli di tutto questo e leggiamo queste parole, Cristo esce dal palcoscenico della storia per lasciare noi uomini e donne ancora molto spaventati nella storia e di tutte le sue complessità, diventare la presenza viva di Dio in ogni

epoca e in ogni luogo. Il maestro si allontana per condurre i suoi discepoli oltre sé stessi, là dove è possibile crescere con pazienza, in armonia con se stessi e in solidarietà con gli altri, obbedendo al comando più importante, diventare pienamente umani, come ci ricorda la

lettera agli efesini. Finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo, se teniamo lo sguardo non incantato in alto, ma curvo verso la terra, c'è un'ultima conseguenza dell'ascensione del Signore Gesù, che è la sinergia tra noi e lui.

La possiamo comprendere iniziando AA riascoltare innanzitutto le parole con cui, nel Vangelo di Marco, Gesù si allontana dal gruppo degli apostoli e ascende al cielo. Alla fine apparve anche agli 11, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto

risorto e disse loro. Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura, per stemperare forse l'ansia di un compito così esigente, essere nella storia il suo corpo, le sue membra, Gesù ha lasciato ai discepoli un imperativo ben misurato, andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Gli apostoli sono invitati ad andare verso gli altri non in quanto esseri umani, ma in

quanto creature. Questa potrebbe essere non soltanto una variazione lessicale, ma un indizio molto importante nella storia della Chiesa. Non sono rare le esperienze di santi che si sono trovati ad annunciare il Vangelo proprio alle creature.

Avete qui davanti un figlio di San Francesco che non può ricordare anzitutto la predica di San Francesco agli uccelli o di Sant'Antonio ai pesci, ma poi ci sono tanti altri santi rappresentati tradizionalmente insieme a degli animali, Sant'Antonio e il maiale, San Romedio e l'orso, San Francesco, il lupo, Sant'Eustachio e il cervo, San Benedetto da Norcia e il Corvo, San Rocco e il cane. Ma anche noi, come mai?

Spesso lodiamo le creature non solo in quest'anno in cui celebriamo l'anniversario del Cantico, ma anche nella liturgia delle ore benedite opere tutte del Signore, il signore. Perché accadono queste cose e perché si rinnovano in noi? Io credo che una spiegazione possa essere questa, dopo la risurrezione di Cristo e con la sua ascensione è iniziata nel cosmo e nella storia. La nuova e definitiva creazione.

Ecco, in questa nuova creazione noi siamo invitati a ripetere l'atteggiamento che Dio ha fin dal principio davanti alla sua creazione, quando dando vita alle cose esclamava, che bello, che bello, che bello. Un atteggiamento di stupore, di ammirazione. Se noi accettiamo la sfida di andare dagli altri per annunciare la bella notizia agli altri in quanto creature, ecco, siamo costretti a fare anzitutto questo atto di riconoscimento che gli altri sono delle creature ed è bello che ci siano.

Questo è il primo messaggio che noi dobbiamo recapitare quando annunciamo il Vangelo. Se guardiamo gli altri, invece, come esseri umani, con i loro ruoli, con la loro identità, scivoliamo facilmente nella pretesa e nel giudizio. Perché guardo quando guardiamo l'altro nella sua funzione, magari in relazione a noi, subito ci aspettiamo delle cose, subito verifichiamo se la sua vita è conforme all'ideale o all'aspettativa che noi abbiamo su di lui.

Difficilmente, invece, quando ci avviciniamo alle cose in quanto creature, entriamo in questo tipo di giudizio. Quando guardiamo un fiore, pensiamo semplicemente che sia bello. Quando contempliamo una foresta ci chiediamo, ma che cosa magnifica in questa? Invece spesso quando ci guardiamo tra di noi, non riusciamo ad avere questi stessi sentimenti. Allora forse quel giorno prima di allontanarsi, Gesù ha raccomandato i discepoli, mi raccomando.

Ora che dovete raccontare tutte queste belle cose agli altri, non dimenticatevi la cosa più importante. Guardate gli altri come creature, dicendo loro, innanzitutto è bello che tu ci sia, poi dite anche le altre cose. Ma non dimenticatevi questo primo messaggio fondamentale, riconoscere la bellezza e l'importanza degli altri per il fatto che ci siano. Per il fatto che nel disegno della creazione ci siano anche

loro. Questo è il primo riconoscimento di cui tutti abbiamo bisogno ogni giorno per esistere. Del resto, la prima cosa che ciascuno di noi attende di ricevere da Dio e anche da chi parla nel suo nome, non è mai l'invito a fare qualcosa di diverso, o magari anche di buono, ma essere riconosciuti per quello che si è. Con le proprie luci e con le proprie ombre.

Questo è quello che Gesù invita a fare ai discepoli, dire loro di riconoscere e di onorare la vita dell'altro, prima di suscitare una sua trasformazione. È con questa mitezza che Gesù si congeda dalla storia, lasciando il buon profumo di un Dio che non considera mai prioritario fare del bene all'altro. Ma anzitutto dichiarare come sia già un'enorme bene il solo fatto che l'altro ci sia.

Credo che in questo tempo storico la Chiesa ha forse una nuova occasione per vivere questa responsabilità della dell'ascensione, avvicinarsi agli altri riconoscendo nei loro cammini non qualcosa da dover immediatamente e magari a volte anche frettolosamente includere in una valutazione morale. L'approfondita conoscenza dell'umano che abbiamo maturato nei secoli ci impone di guardare con umiltà e rispetto la storia

di ogni persona. Se la luce del Vangelo ci ha permesso di cogliere significati profondi di ogni piega della realtà, dobbiamo riconoscere che molti aspetti della vita umana, e quindi del mistero di tutti, restano ancora complessi, oscuri

e difficili da comprendere. Allora siamo forse in grado di ricomprendere bene anche il mandato missionario che riascoltiamo dal libro degli atti degli apostoli, quando Gesù dice agli apostoli riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e di me, sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della Terra.

La missione assegnata da Gesù ai testimoni della sua Pasqua e della sua ascensione forse non aveva soltanto una valenza geografica, anche perché questo ormai l'abbiamo quasi realizzata. Siamo riusciti ad andare in tutti i confini del mondo. Quasi forse aveva anche una valenza antropologica. Portare il Vangelo fino ai confini della Terra vuol dire anche portarlo fino ai confini del mistero dell'umanità. Andando sempre più in profondità siamo andati lontano nello spazio.

Ora ci attende un'altra grande missione, andare in profondità nell'essere umano e nel suo mistero. Quindi portare il Vangelo fin lì non significa soltanto raggiungere un luogo inesplorato, ma inoltrarsi con attenzione e rispetto nel cuore, nell'abisso di ogni condizione umana, accogliendone la complessità.

Anche e soprattutto forse, dove le nostre categorie faticano a comprendere e a classificare, lì siamo chiamati ad accendere la luce di una speranza, la speranza di quella luce che le tenebre non possono mai sopraffare. Questa è la missione della Chiesa, non avere mai paura di nessuna umanità, ma avere sempre la gioia di poter portare la luce, la luce di una speranza che è capace di illuminare tutto

l'essere umano. Questo è il compito degli apostoli che ricevono, nel momento dell'ascensione, abitare con Sapienza evangelica e con carità pastorale tutti quei confini di umanità dove si dischiude il mistero dell'unicità di ciascuno e si fa spazio all'azione silenziosa dello spirito di Dio questo naturalmente richiede un impegno profondo di ascolto, di accoglienza e di discernimento.

Un atteggiamento che non ha nulla a che vedere con il relativismo etico o un generico appiattimento teologico. Si tratta piuttosto di rimanere fedeli al cuore del Vangelo, mettere e mantenere al centro il volto, la storia e la dignità di ogni persona che attende, a volte senza nemmeno saperlo, di incontrare il volto di Dio, l'obbedienza a questo modo estremamente profondo, accurato, mite.

Di portare il Vangelo dappertutto ci può condurre a vivere, come dicevamo, un'esperienza straordinaria, quella della sinergia. Torniamo al Vangelo di Marco. Il signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il signore agiva insieme con loro e confermava la parola.

Con i segni che l'accompagnavano da quel giorno i testimoni di Cristo hanno scoperto che la vita è ormai un passo a 2. 1 danza in cui noi ci siamo quaggiù sulla terra, ma il signore dal cielo guida e accompagna tutti i nostri passi e agisce insieme a noi. E non c'è una gioia più grande per la chiesa di questa, non quella di essere convinti che

Dio sia con noi. E magari non sia con qualcun altro, ma che Dio agisca con noi e con tutti per un progetto di nuova creazione, come ha fatto in principio. Solo che al principio Dio ha creato le cose da solo, ora lo vuole fare con noi e noi possiamo partecipare a questa gioia problema. Concludere è riassumere, il senso di questa meditazione è delle precedenti. Il dono dell'ascensione ha lasciato alla Chiesa e al mondo

una eredità singolare. In un tempo in cui tutti possiamo un po' ammetterlo, facciamo fatica a uscire di scena, convinti che la nostra presenza sia sempre un po' insostituibile. Il signore Gesù ci mostra quanto sia prezioso sapersi congedare e allontanare per restare in una comunione. Più profonda e più libera con ciò che si è vissuto. Noi abbiamo questa grande tentazione di racchiudere un po' la vita dentro i confini di quello che abbiamo sperimentato e conosciuto.

Ma la vita risorta non si lascia imprigionare, è un sussulto imprevedibile, un soffio che non possiamo prendere e controllare, ma al quale possiamo imparare ad abbandonarci.

Come ha imparato Maria di Magdala, perché questo cammino non resti un'illusione, è necessario prendere sul serio la responsabilità di essere noi il corpo di Cristo nel mondo e nella storia, e quindi di testimoniare il suo Vangelo con la nostra vita, con la nostra sofferenza e con la nostra morte, perché anche in questo modo il signore della storia

viene e torna lungo i secoli. Il ritorno di Cristo alla fine dei tempi è misteriosamente anticipato da ogni gesto in cui la nostra umanità accetta di amare, accogliendo la croce come sigillo del nostro battesimo, anche e soprattutto quando ciò accade, nel silenzio e nell'indifferenza, certi che ormai la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Allora l'apparente assenza di Dio dal palcoscenico della storia è in realtà un grande invito rivolto a noi.

Se il signore è asceso al cielo, si è allontanato da noi, non è più visibile con gli occhi della carne, sulla terra restano le membra vive del suo corpo. Noi chiamati a incarnare e a testimoniare con creatività la bellezza del Vangelo, senza accedere a forme di protagonismo o di monopolio.

Se accogliamo la responsabilità e il dono dell'ascensione, forse possiamo anche rimettere a fuoco qual è la grande speranza che possiamo coltivare in questo anno del Giubileo, che mentre ripetiamo i gesti della nostra fede e della nostra tradizione, attraversando porte Sante, facendo preghiere e liturgie, il mondo possa riconoscere in noi qualcosa di bello, di vero e di nuovo? Capaci di dare un sussulto di speranza non solo a noi, ma anche a loro.

Allora forse noi cristiani possiamo tornare a essere ciò che in fondo siamo chiamati da sempre a essere, uomini e donne che, attraversando la porta stretta dell'amore di Cristo, diventano testimoni e facilitatori di una nuova

umanità. Preghiamo. Esulti di Santa Gioia la tua chiesa, o padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo figlio asceso al cielo, la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo nostro capo nella gloria per Cristo nostro signore, nel nome del padre, del figlio e dello Spirito Santo.

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