Fratelli e sorelle, il signore vi dia pace. Un saluto particolare al Santo Padre a cui abbiamo dedicato tutte le meditazioni degli esercizi e di questa Quaresima e in particolare questa che s'intitola Sapersi rialzare. Contempliamo oggi la gioia e il mistero della risurrezione e ci auguriamo che questa forza con cui Cristo si è risollevato.
Dalla dalla morte, ecco venga infusa anche il nostro Santo Padre per potersi rialzare e riprendere un po' il timone della sua chiesa in questo tempo di Giubileo. Il gesto che compiamo nell'anno del Giubileo di attraversare la porta Santa è un movimento simbolico con cui esprimiamo il nostro desiderio di lasciarci alle spalle il peccato e accedere alla vita di Cristo. Una porta di speranza che ci conduce alla salvezza e alla vita eterna.
Nei primi passi di queste meditazioni quasimali ci siamo però ricordati che tutto questo non è né meccanico né scontato. Se vogliamo rimanere ancorati Uniti a Cristo, dobbiamo imparare a nuotare nelle acque del nostro battesimo, perché il battesimo è una vita. Che dobbiamo accogliere responsabilmente e personalmente il momento della vita di Cristo che oggi proviamo a guardare dopo aver contemplato il
battesimo. La sua vita pubblica nelle puntate precedenti è quello della risurrezione, decisamente l'evento più importante per la nostra fede e anche per il nostro sguardo su Cristo. Proprio da questo confronto con il mistero della sua risurrezione possiamo attingere la luce che ci serve per orientare bene i nostri passi.
Guardare alla risurrezione significa non lasciarsi irretire o imprigionare dalla paura della sofferenza e della morte, ma mantenere lo sguardo fisso sulla meta verso cui l'amore di Cristo ci conduce. Naturalmente. Tutto questo esige una rinuncia. Importante abbandonare la convinzione che sia impossibile rialzarsi e ricominciare anche dopo le più grandi sconfitte e i più grandi fallimenti.
Se leggiamo i Vangeli, mettiamo accanto le testimonianze sulla risurrezione di Cristo, c'è una sorpresa che non è solo e tanto che un uomo il figlio di Dio. Sia risorto dai morti. Questo è già un evento straordinario, ma il modo in cui abbia scelto di farlo, lasciandoci una testimonianza meravigliosa di cosa l'amore sia capace di fare quando si rialza da una grande sconfitta. Per proseguire il suo cammino. Per mettere a fuoco questa sorpresa ci è utile partire
dalla esperienza comune. Quando noi riusciamo a risollevarci dalle nostre sconfitte, magari dopo aver subito qualche delusione e qualche trauma nel campo sempre difficile delle relazioni umane, una cosa che facciamo tutti, tendenzialmente è quella di provare a prenderci qualche rivincita o comunque affermare la nostra superiorità per mostrare agli altri che avevamo ragione noi. Ecco, uscito dagli inferi, dalla morte.
Gesù non sente il bisogno di prendersela con niente e con nessuno, né di affermare la sua superiorità su quanti si sono resi protagonisti o complici della sua morte. L'unica cosa che Gesù, ormai signore della vita e della morte, sceglie di fare è manifestarsi ai suoi amici. Con una grande parsimonia e modestia di gesti e di incontri. Questo lo attestano un po' tutti.
II Vangeli forse la testimonianza più forte da questo punto di vista è quella di Marco, il più antico dei Vangeli. Se lo leggiamo, fermandoci alla sua conclusione originaria. Marco 1618, troviamo una scena sconcertante, le donne. Ascoltano l'annuncio della risurrezione di Gesù da parte di questo giovane vestito di bianco. Escono dal sepolcro, si mettono a correre e non dissero niente a nessuno perché avevano paura. Fine della narrazione, non c'è nessun incontro con il signore
risorto. I 12 versetti che sono stati aggiunti posteriormente noi li riteniamo comunque canonici e ispirati, contengono degli incontri. Di dei dei momenti di apparizione. Ma la Primitiva chiesa non li ha considerati necessari per credere alla Pasqua di Gesù. il Vangelo di Matteo sottolinea questa reticenza narrativa in un'altro modo troviamo le donne che si allontanano dal sepolcro. Gesù appare loro in questo caso per dare una conferma all'annuncio ricevuto
dall'angelo. Tuttavia, subito dopo, l'evangelista si preoccupa di spiegare perché la risurrezione di Cristo sia stato un evento storico su cui si sono sollevati fin da subito enormi dubbi. Ascoltiamo questi versetti del capitolo 28 di Matteo. Mentre le donne erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto.
Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo, dite così. I suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo e semmai la cosa venisse all'orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione. Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i giudei fino ad oggi.
Di fronte a questa debolezza di attestazioni viene spontaneo domandarci, perché il signore Gesù, Risollevandosi dalla morte, non ha preferito mostrare con maggior forza ed evidenza la sua vittoria? Perché ha scelto una manifestazione così reticente? Da poter generare non solo fraintendimenti, ma anche un certo scetticismo nei confronti di un evento così superiore alle nostre facoltà di comprensione e pure così necessario per la salvezza del mondo.
Non sarebbe stato meglio prendersi una bella rivincita davanti agli occhi di tutti e chiarire il grande dubbio, ma Dio esiste davvero o no? Ma Dio è capace di oltrepassare l'ostacolo della morte? Perché? Sono queste le domande che tengono ancora l'umanità dentro una nebbia, una coltre di dubbio. Il solo modo per rispondere a questi interrogativi leciti è leggere la resurrezione come un'esperienza di amore e non
come un atto di potenza. Nella logica dell'amore possiamo capire come mai Gesù non senta alcuna necessità di imporre la sua nuova presenza nel mondo e nella storia, ma solo il grande desiderio di continuare a proporsi. Si capiscono forse, davanti alla resurrezione, le parole di Paolo nell'inno alla carità, l'amore non cerca il proprio interesse, non si adira. Non tiene conto del male ricevuto, tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto
sopporta. Certo, questa intensità di amore di cui parla anche Paolo, che ha risollevato il corpo di Gesù dalla morte, non significa che Dio sia impermeabile alla sofferenza, ma solo che chi ama davvero non sente mai il bisogno di contare i torti subiti. Perché? Perché la gioia di quello che ha vissuto supera ogni rancore, anche quando le cose sono andate diversamente da come si erano immaginate. Cioè Gesù non se la prende con nessuno perché è stato felice di aver vissuto il suo mistero di
passione e morte. Forse questa diventa una domanda per noi, per tutte le volte che invece nella vita ce la prendiamo. Per qualcosa che accade o non accade, secondo quello che noi abbiamo immaginato. Perché questi momenti sono dei momenti di verifica, la verifica di quanta libertà c'è in quello che abbiamo vissuto o in quello
che stiamo vivendo. Se ci accorgiamo di rimanerci troppo male o di prendercela troppo quando le cose non vanno come avevamo immaginato, forse è venuto il momento di chiederci. Se quello che stiamo facendo lo stiamo vivendo nella gratuità, perché se io sono felice di fare qualcosa, non è l'esito il finale della storia a determinare i miei sentimenti?
Non può essere quello. Certo, io posso rimanerci male, ma non non me la prendo con niente e con nessuno se quello che ho vissuto era quello che intendevo vivere. Per cui questo aspetto della Pasqua di Gesù ci pone una domanda, siamo felici di quello che stiamo vivendo, di quello che il signore in questo momento storico ci sta permettendo di
vivere oppure no? Anche perché c'è una domanda niente affatto scontata, se non siamo felici di quello che la vita ora ci consente di vivere, se anche dovessimo rialzarci dalla morte un giorno, a cosa ci servirebbe? Poter riavere l'occasione di vivere quello che non ci rende ancora felici non sarebbe certo una bella vita eterna rialzarci e avere davanti qualcosa che è eterno, ma non è capace di saziare la fame del nostro cuore.
Veniamo a un'altro aspetto della risurrezione di Gesù, la quale non può essere considerata tanto come la. Rianimazione di un cadavere. La risurrezione è il risveglio, anzi l'insurrezione di un vivente. La vita nuova ed eterna che il padre ha restituito al figlio non è un'altra vita rispetto a quello che Gesù aveva già vissuto. Per questo il corpo di Gesù conserverà i segni della vita incarnata in questo mondo.
Ma è la conseguenza di una vita traboccante di bene e di amore che la morte non ha potuto divorare. Torna in mente l'immagine della balena che sputa Giona, un riferimento che anche Gesù farà nel corso dei suoi insegnamenti e con la morte non ha potuto inghiottire il corpo vivente di Gesù. Ascoltiamo allora un brano che ci fa capire cosa questo significhi. Lo prendiamo dal Vangelo di Giovanni al capitolo 20.
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù. Stette in mezzo e disse loro, pace a voi. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco, e i discepoli gioirono al vedere il signore. Dopo essere stato negli inferi a prendere per mano coloro che erano morti, Gesù entra nella stanza chiusa di chi è ancora prigioniero della paura e della tristezza a causa del
fallimento. Se già il saluto che Gesù rivolge ai discepoli pace a voi costituisce una grande sorpresa, il gesto. Che Gesù pone davanti ai loro occhi sovverte ogni galateo a cui noi siamo abituati. Perché esibire, anziché nascondere quelle ferite che potrebbero riattivare la memoria dolorosa della passione? Quando è uscito fuori il peggio nel gruppo dei 12, tradimento, fuga rinnegamento. Perché farlo in un modo così palese, così evidente? Ma soprattutto.
Come mai i discepoli nel vedere quel segno gioiscono 1, 1? Cosa l'abbiamo già detta? Gesù mostra i segni della passione perché è completamente riconciliato con quello che ha vissuto e sofferto. Ma il suo desiderio è che anche i suoi amici si riconcilino con tutto quello che è accaduto. Per questo mostra loro le sue piaghe. Non per farli sentire ancora più in colpa, evidentemente, ma per mostrarsi a loro senza ricatti, senza pretese.
È come se Gesù non avesse voluto rinunciare ai suoi discepoli nell'ora della passione e ora, nel momento della risurrezione, vuole che nemmeno i discepoli rinuncino a lui e lo accolgano così com'è. Insomma, Gesù sta davanti ai discepoli con un corpo che dice. La sua felicità di aver avuto un buon motivo per soffrire fino a quel punto. E quel motivo sono proprio i discepoli.
È come se, facendogli vedere il suo corpo piegato, gli dicesse, ho sofferto tanto per amore, ma il motivo eravate voi a cui ora mostro il mio sorriso. Allora queste piaghe mostrate in questo modo, con questo atteggiamento, diventano la vera offerta di perdono. E se vogliamo essere sinceri, noi nei momenti in cui dobbiamo riconciliarci con qualcuno abbiamo più pudore, non perché siamo più buoni, ma perché siamo meno in pace con quello che è successo.
Noi tante volte diciamo, ma sì, dai, non preoccuparti, è tutto passato. Non ci pensiamo più, ma in realtà le nostre ferite stanno sanguinando ancora e il cuore non è in pace. Per questo ci mostriamo buoni forti agli occhi degli altri. Gesù fa proprio il contrario, perché quello che a lui interessa non è mostrarsi forte, ma è togliere dal cuore dei discepoli anche la più piccola traccia di risentimento e di dolore. I discepoli possono finalmente capire che risorgere significa
questo, prendersi. Il sorriso, la gioia di qualcuno che è felice, anche se tu lo hai deluso, perché questo per lui è stato l'occasione di confermarti il suo amore. Noi tante volte, davanti all'amore di Dio, abbiamo solo un problema, non riusciamo a credere e quindi a prendere questo amore. Tanto è grande, tanto è inimmaginabile. Dio è felice di noi anche dopo che lo abbiamo deluso. Quando andiamo a confessarci, questo è in genere la paura che dobbiamo attraversare.
Ma può Dio avere ancora un amore infinito? Per me è il brivido che ci percorre ogni volta che ci avviciniamo a lui. Il grande sospetto. Ecco, questo amore, questo tipo di amore non si può né spiegare né insegnare a parole, ma solo trasmettere. Per questo il cristianesimo non potrà mai ridursi a una dottrina OA una cultura. È un incontro con un volto capace di infondere questa intensità di amore.
E tutte le volte che la Chiesa, ecco, si fermerà troppo, no a concetti, a parole da dire, perderà l'eredità più grande che ha, che invece è la trasmissione di un'esperienza di amore, non la riduzione di questa esperienza. A un concetto seppur chiaro e legittimo da formulare, Gesù disse loro di nuovo pace, a voi, come il padre ha mandato me, anche io mando voi. Detto questo, soffiò. E disse loro, ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati.
A coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati. Questo passo è meraviglioso, perché Gesù non solo non licenzia i suoi amici, i suoi collaboratori, ma li conferma raddoppiandogli il mandato che non va inteso tanto come l'esercizio di un potere, ma come l'assunzione di una responsabilità, la più bella, come se Gesù dicesse loro, state
gioendo nel vostro cuore. Bene, se non sarete voi strumento di riconciliazione nel mondo che avete vissuto questa esperienza di amore, ma chi potrà esserlo, andate, non tenetelo per voi. È esattamente la stessa cosa che Gesù aveva detto loro nell'ultima cena, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue versato per molti. Non trattenetelo, non è soltanto per voi. E questa sarà la forza della prima evangelizzazione.
Uomini e donne che non riuscivano a non far vedere quel sorriso di risurrezione che il signore aveva generato in loro ed era contagioso. Altri uomini e altre donne vedevano che alcune persone, risorgevano dai loro peccati, si rialzavano dalle loro macerie. E questo era inarrestabile. Gesù si manifesta ai discepoli non solo per liberare dal senso di colpa o suscitare una emozione passeggera.
Soffiando sui discepoli lo spirito che ha guidato la sua missione, il risorto comunica loro la sua stessa vita e il suo stesso ardore di carità. Perché risorgere significa anche questo. Ridare la vita a chi l'ha perduta, restituire fiducia a chi non ha più la forza di credere nemmeno in se stesso. E questo significa essere generativi e fecondi che è l'obiettivo di una vita risorta. Tuttavia lasciarsi generare, rigenerare non è semplice.
Ne sa qualcosa Tommaso, che non era presente quando Gesù appare. E dona ai discepoli lo spirito e la pace. Il suo comportamento, tante volte etichettato come incredulità, è in realtà qualcosa di scomodo ma di importante con cui la Chiesa ha dovuto fare i conti da sempre.
Tommaso non si lascia sedurre facilmente dalla notizia della Pasqua, non perché ne abbia meno bisogno degli altri, ma perché prima di tornare a respirare e a sorridere vuol essere certo che Dio. Non si è limitato a dimenticare il male, ma ha saputo ricordarlo in un modo nuovo, cioè a Tommaso non basta una buona notizia, una pacca sulla spalla. Non crede alla risurrezione finché non ci mette il naso, perché le le piaghe di Gesù non vuole soltanto vederle, ma le
vuole persino toccare. Così si esprime se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi. E non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco. Io non credo. Tommaso incarna quella parte di noi che non si accontenta di asciugarsi le lacrime e abbozzare una qualche felicità, ma desidera ritrovare una gioia autentica, piena per tornare davvero a vivere. Non cerca una consolazione di
passaggio, ma una risposta vera. Capace di reggere allo scandalo del dolore e della perdita, cioè di quel dolore misterioso che tutti proviamo quando le cose finiscono. Per questo, prima di lasciarsi toccare dalla risurrezione, è lui che vuole toccare le ferite dell'amore. 8 giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù a porte chiuse, stette in mezzo e disse, pace a
voi. Poi disse a Tommaso, Metti il tuo dito e guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. E non essere incredulo, ma credente. Gli rispose Tommaso, mio signore e mio Dio. Gesù non lo rimprovera quando arriva, ma anzi gli offre tutto ciò di cui Tommaso ha avuto il coraggio di dichiarare di aver bisogno, piuttosto che accettare passivamente il racconto degli altri.
Tommaso è testimone dell'importanza del dissenso rispetto a quello che la Comunità sta dicendo in un dato momento, si è preso tutto il suo tempo necessario per lasciarsi raggiungere dall'amore di Cristo, fino a poterne fare un'esperienza personale e profonda. E alla fine sorpassa tutti, Tommaso, perché non dice soltanto che Gesù è il signore, ma che è il suo signore, il suo
Dio si appropria. Della risurrezione, è molto bello che questa lettura di Tommaso, la Chiesa, la celebri proprio nella seconda domenica di Pasqua, al termine di quegli 8 giorni in cui nel cristianesimo primitivo, dopo che i neofiti si erano battezzati e avevano celebrato per 8 giorni il mistero di Cristo con le albe addosso, si arrivava alla domenica in Albis depositis.
Quando deponendo quei vestiti bianchi, si aveva anche il coraggio di dire questo, abbiamo messo dei segni sul nostro corpo per dire che siamo di Cristo, che siamo nuove creature. Ora questi segni li togliamo perché dobbiamo diventare nuove creature con i nostri propri lineamenti, con la nostra unicità. E questo è un'altra esigenza della Pasqua. Non si può credere soltanto comunitariamente, ma bisogna credere anche personalmente.
Perché la forza della risurrezione vuole essere un dono per tutti, ma anche per ciascuno. E ciascuno ha il diritto di fare il suo cammino personale per appropriarsene. L'ultimo passo che facciamo è torna alla domanda iniziale, ci fa tornare lì? Abbiamo visto che il risorto non ha bisogno di compiere gesti appariscenti e straordinari per poter rivelare la sua nuova esistenza. La luce della resurrezione sembra essere meno abbagliante di quella della Trasfigurazione.
Nessuno dei suoi amici è in grado immediatamente di riconoscere il risorto. Maria di Magdala lo confonde con un giardiniere, gli apostoli lo prendono per un pescatore importuno, i discepoli di Emmaus lo scambiano con il più ignaro degli abitanti di Gerusalemme. Perché tutta questa riluttanza, questa mancanza di effetti speciali? Ascoltiamo un'altro testo, lo prendiamo dal Vangelo di Luca. Mentre i discepoli parlavano Gesù in persona, stette in mezzo
a loro e disse, pace a voi. Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro, perché siete turbati? E perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io toccatemi e guardate, un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi, ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse,
avete qui qualcosa da mangiare? Gli offrirono una porzione di pesce arrostito, egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Verrebbe da formulare questa domanda. Dunque il risorto si è rialzato solo per poter dire ai discepoli, mangiamo qualcosa insieme? La risposta è anche sì. E in questa semplice convivialità che il risorto sceglie di stabilire con i suoi amici, ci sono due significati importanti.
Il primo è molto semplice. Gesù non è un fantasma o uno spirito, ma un corpo risorto dalla morte. E questo ci svela un destino a cui tutti noi andiamo incontro, la risurrezione della carne, non solo la salvezza dell'anima. Quindi noi abbiamo nei confronti del nostro corpo una grande responsabilità, anche di non smettere mai di conoscerlo, di comprenderlo. Il secondo significato. È più difficile da descrivere, ma è meraviglioso da gustare.
Gesù si prende del tempo per fare con i discepoli un gesto assolutamente ordinario, per spiegare loro che dopo la resurrezione ogni momento della vita può diventare manifestazione e anticipazione del Regno dei cieli. Mangiare, lavorare, camminare, pulire, scrivere, aggiustare, attendere e affrettare tutto. Ma proprio tutto quello che la realtà ci consente di fare può esprimere la vita dei figli di Dio. Tutto è ormai grazia e quindi ogni cosa può diventare un rendimento di grazie.
Questa è la conseguenza della Pasqua. La realtà, qualunque realtà così com'è può essere un'occasione di
felicità. Se sappiamo viverla in apertura a Dio e agli altri, questa cosa l'aveva capita splendidamente Madeleine Delbrel, che mi sembra abbiamo già avuto modo di citare una volta che nelle pagine di un libro giustamente celebre, scrive così, il fatto di abbandonarci alla volontà di Dio ci consegna nello stesso istante alla Chiesa, che da questa volontà è resa costantemente salvatrice e madre di grazia.
Ciascun atto docile ci fa ricevere pienamente Dio e dare pienamente Dio in una grande libertà di spirito. Allora la vita è una festa. Ogni piccola azione è un avvenimento immenso nel quale ci viene dato il paradiso, nel quale possiamo dare il paradiso. Non importa che cosa dobbiamo fare, tenere in mano una scopa o una penna, stilografica, parlare o tacere, rammendare o fare una conferenza.
Curare un malato o battere a macchina, tutto ciò non è che la scorza della realtà splendida l'incontro dell'anima con Dio, rinnovata ad ogni minuto, che ad ogni minuto si accresce in grazia, sempre più bella per il suo Dio, suonano presto, andiamo ad aprire, è Dio che viene ad amarci. Un'informazione, eccola, è Dio che viene ad amarci, è l'ora di metterci a tavola, andiamoci, è Dio che viene ad amarci.
Lasciamolo fare. Se c'è un'ombra che può rallentare questa festa, questa intensità di vita, è l'aspettativa di una realtà in cui la croce non deve mai arrivare. E questo l'ultimo dubbio che il risorto cerca di strappare dalla mentalità dei suoi discepoli. Ricordiamo tutti l'episodio di Emmaus. A un certo punto questo fiandante misterioso che cammina con i due discepoli tristi dice loro, stolti e lenti di cuore, a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti.
Non bisognava che il Cristo Patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria e, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui. Il punto incompreso è proprio quello della della. Della Croce è il motivo per cui i discepoli non riescono a fare il salto dentro la gioia della Pasqua. La sofferenza non doveva esserci, la sofferenza non dovrebbe esserci.
Qui noi puntiamo i piedi. Siamo stolti e lenti di cuore a capire non che a Dio serva la sofferenza, ma che proprio attraverso la sofferenza si manifesti l'intensità l'inarrestabilità dell'amore di Dio. Quando poi arrivarono nella locanda, sappiamo come va a finire il racconto, quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero, ma egli sparì dalla loro vista, ed essi dissero l'un l'altro, non ardeva forse in noi il nostro cuore, mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le scritture? Alla fine di questo episodio c'è un particolare molto importante, i discepoli si accorgono che nonostante il dolore, la tristezza, i fallimenti, in fondo al loro cuore c'era una brace che non si era mai spenta, la brace dell'amore di Dio.
Per questo si accorgono che i loro cuori ardono dopo. Ecco, questa è. La modalità più ricorrente con cui il risorto riesce a riprenderci e a farci rileggere quei momenti che noi avremmo volentieri cancellato dalle pagine della nostra vita, aiutandoci a credere che l'amore, cioè il legame con lui, in realtà non si è mai definitivamente tolto, distrutto. Le grandi acque non possono spegnere, l'amore è quello che sperimentano i due discepoli di Emmaus.
Concludiamo, nella sua risurrezione, il signore Gesù ci ha lasciato un testamento prezioso, rivelandoci alcuni tratti importanti della nostra umanità. Quando si lascia condurre dallo spirito, Cristo non ha improvvisato quel momento di risollevamento dalla morte, ma l'ha preparato in tutta la sua vita.
Imparando a vivere queste disposizioni interiori che ora riepiloghiamo, stabilendo con noi delle relazioni di amore gratuito, il signore ha compreso che prendersela quando le cose non vanno come previsto è inutile. E l'ho raccomandato anche ai discepoli. Quando non vi accoglieranno, andate avanti, scuotete la polvere e ricominciate. Non prendetevela, non serve.
Poi la resurrezione ci ha mostrato che rimanere liberi, anche nelle relazioni più difficili, è l'unico modo per far riaffiorare la possibilità della vita attraverso un autentico perdono. Il perdono esiste, è la capacità di mettere davanti agli occhi dell'altro le ferite che abbiamo ricevuto e poi ricominciare. Solo così, senza rancore e senza
risentimento, si diventa. Testimoni dell'amore più grande, quello che le grandi acque non possono spegnere, quello che rimane come brace in fondo a tutte le nostre umanità. Allora preghiamo, o padre, che per mezzo del tuo figlio Unigenito hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna. Concedi a noi che celebriamo la risurrezione del Signore, di rinascere nella luce della vita.
Rinnovati dal tuo spirito per Cristo nostro signore, nel nome del padre, del figlio e dello Spirito Santo.
