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fr. Robero Pasolini - La speranza della vita eterna #9

Apr 06, 202528 min
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Corso di Esercizi Spirituali guidato da padre Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, sul tema “La speranza della vita eterna”.

Transcript

Cosa accade se raccogliamo sul serio l'invito di entrare nella vita eterna? Vivendo di più accade che possiamo già in questo mondo entrare nel riposo, che è il frutto della vita. Però nei confronti del riposo credo che abbiamo tutti qualche ambiguità da sciogliere. Io confesso la mia. Fin da piccolo, quando sentivo la famosa preghiera per i defunti, l'eterno riposo dona a loro, o signore, e splenda ad essi, la luce perpetua dentro di me, mi dicevo, ma insomma, tutto qui?

Cioè questo è quello che ci auguriamo e che chiediamo a Dio di donare a quelli che sono morti una bella dormita infinita. Questo contraddiceva molto quel desiderio no, di vita che fin da giovane mi accompagnava. E questo credo che sia sempre una difficoltà che noi abbiamo

nei confronti del riposo. La leggiamo in un modo sempre un po' ambiguo e questo chiaramente getta un'ombra su quello che è anche lo scenario dell'eternità della vita eterna, come un grande dormitorio che più vado avanti con gli anni e più capisco che il sonno è davvero una cosa fondamentale. Però creare questo assioma, vivere uguale dormire, chiaramente è tutto da da discutere.

Crescendo mi sono reso conto che in realtà nei confronti del riposo abbiamo davvero un rapporto ambiguo, pur sapendone il valore, pur desiderandolo profondamente, lo trascuriamo, ne abusiamo, lo gestiamo con colpevole indifferenza. Oggi, in modo particolare, viviamo in un tempo in cui, grazie alle scoperte scientifiche e tecnologiche, potremmo davvero lavorare molto più dei nostri predecessori e

riposare meglio. E invece accade il contrario, lavoriamo di più e riposiamo di meno e questo ci pone una domanda nei confronti di questa attività, per altro così necessaria, come sappiamo anche dalla scienza, dalle scienze mediche. Riposare è proprio necessario alla vita, al risanamento quotidiano del nostro corpo? La maggior parte dei nostri piccoli disguidi si risolve dormendo, non prendendo medicine.

E invece siamo una società che ha persino bisogno di medicine per dormire, per placare l'agitazione, l'ansia, cioè per fare il gesto più naturale e desiderabile che il nostro corpo ha bisogno di fare. Simbolicamente questo pone

tantissimi problemi. Nei confronti del nostro rapporto con la vita, con la vitalità, offro un piccolo contributo a un problema molto più grande di quello che in questa sede possiamo e dobbiamo risolvere, richiamando un dato della nostra rivelazione, anche del nostro pensiero teologico su cui credo abbiamo ancora poco indagato e da cui abbiamo ancora poco tratto delle conseguenze anche per il nostro vivere. Mi riferisco al mistero della discesa agli inferi di Gesù.

Credo che sia un frammento della rivelazione, peraltro che appare in modo un po' irregolare nella liturgia. Nel nostro celebrare il mistero Pasquale è molto più presente nell'Oriente cristiano che da noi. Ebbene. Di cosa parliamo? Del fatto che Gesù non è soltanto morto, come dicevamo già in questi giorni, ma morto e sepolto. E sembra che questa sepoltura, descritta con dovizia di dettagli in tutti i Vangeli, sia proprio una tappa importante, quasi più del momento della morte.

Tutti i Vangeli raccontano in in modo estremamente accurato come Gesù sia entrato nel sepolcro. In una roccia, in un giardino nuovo, però, ha fatto questo passaggio che da un punto di vista fenomenologico di apparenza sembra un niente. Il corpo di Gesù è è rimasto fermo, immobile, per un po' di tempo. Eppure già questo, come dicevamo, è già un elemento per noi di riflessione, cioè del fatto che. La morte e la sepoltura sono due momenti necessari per entrare nel riposo.

Noi tante volte, dalle piccole morti che attraversiamo, ci rialziamo a volte troppo in fretta, come dalle guarigioni no delle malattie. Adesso stiamo cercando di tenere Papa Francesco il più possibile in uno stato di guarigione, altrimenti sappiamo benissimo che questo si rimette a lavorare e a fare il Papa il più presto possibile. Ma siamo tutti fatti un po' così.

Non appena vediamo un semaforo vagamente verde, ripartiamo senza aspettare, no, i tempi e i modi in cui invece la morte, intesa anche come semaforo rosso, deve dire qualcosa, la nostra vita. Alcune cose devono finire prima di poter ricominciare. La tradizione cristiana ha riletto quel momento di assoluta. In attività di Gesù nel sepolcro in modo estremamente interessante, nel momento di massima quiescenza, il signore Gesù in realtà compie un'opera straordinaria di salvezza.

Che cosa fa svuota gli inferi? Conosciamo tutti l'antica omelia anonima del Sabato Santo. Che cosa è avvenuto oggi? Sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il Regno degli

inferi. Certo, egli va a cercare il primo padre, come la Pecorella smarrita, egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte, Dio e il figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. Il riposo di Cristo nel sepolcro non è soltanto un tempo di pausa. Ma di silenziosa e misteriosa fecondità. Mentre il corpo riposa nella Terra, il Regno delle tenebre inizia a svuotarsi, restituendo

alla luce i corpi dei morti. Nella prima lettera di San Pietro troviamo una attestazione di questo mistero, Cristo è morto una volta per sempre, per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio. Messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito e nello spirito, andò a portare l'annuncio anche alle anime prigioniere che un tempo avevano

rifiutato di credere. È come se avessimo tentato di documentare e di descrivere un evento metastorico che la morte di Gesù e la sua sepoltura consente di immaginare, infatti, nella mentalità antica. Gli inferi erano non l'inferno, ma il luogo dei morti, il luogo dove stavano i corpi dei morti

in attesa di redenzione. Un appassionato interprete delle scritture, caro a ogni Esegeta Origene, è testimone di un certo modo di pensare il sabato Santo, molto diffuso nei primi secoli della Chiesa. Scrive così in un'omelia sull'esodo. Un tempo la terra teneva noi tutti inghiottiti nelle profondità degli inferi. Per questo il signor nostro non è sceso solo fino alla terra, ma fino nelle profondità della terra.

E là ci ha trovati inghiottiti e seduti nell'ombra della morte e tirandoci fuori ci prepara un posto non sulla terra, per timore che siamo ancora inghiottiti, ma ci prepara un posto nel Regno dei cieli. Vi suggerisco di guardare agli inferi proprio in questo modo, con questa chiave simbolica, non la terra, ma un luogo sotto la terra dove noi siamo come inghiottiti, perché gli inferi, al di là di una descrizione geografica di cui non abbiamo elementi per poterla fare.

Sono qualcosa profondamente attestato nella scrittura e anche nei suoi testi, sapienziali e oranti, come i salmi. Nella mia angoscia ho invocato il signore, ed egli mi ha risposto, dal profondo degli inferi ho gridato, e tu hai ascoltato la mia voce, questo è giona. E nei salmi, certo, Dio riscatterà la mia vita, mi strapperà dalla mano degli inferi, Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere. Perché non scendessi nella

fossa? Noi scriviamo, leggiamo e preghiamo queste parole perché di queste parole noi abbiamo esperienza. Gli inferi non sono soltanto un luogo dove noi un giorno andremo, sono già il luogo dove la nostra vita è inghiottita e attende la sua redenzione. Per questo tutti stiamo capendo in qualche modo questo mistero di cui ci parla la tradizione cristiana. Ebbene, in questo luogo Cristo aveva bisogno di entrare, ed è l'altra faccia della medaglia del suo riposo.

Cosa accade quando Cristo Riposa? Scende negli inferi? Potremmo dire che gli inferi sono il luogo dove tutti noi ci troviamo a causa di quel peccato che ci ha reso morenti. E dove abbiamo bisogno di essere raggiunti e salvati. Per quanto parliamo di un luogo abbastanza misterioso, seppur di cui abbiamo una qualche consapevolezza, gli inferi possono essere anche considerati come il vero punto di arrivo del percorso abbracciato da Dio fin dal suo battesimo. Voleva arrivare lì Cristo.

Con la con la sua scelta di incarnazione, non gli bastava risorgere dalla morte, aveva bisogno di scendere negli inferi. Un inno della liturgia bizantina lo afferma in modo chiaro, sei disceso sulla terra per salvare Adamo e non avendolo trovato sulla terra, o signore, sei andato a cercarlo fino agli inferi. Quante volte Gesù era davanti a delle persone. Bisognose di salvezza, in qualche modo morte a causa del peccato, ma non riusciva a raggiungerle.

Ecco perché si innervosiva quando aveva davanti i sepolcri imbiancati, perché non riusciva a raggiungere le persone lì, in quelle profondità, dove realmente si trovavano. Erano come nascoste, sepolte nella loro stessa vita. E lo raccontava che il desiderio di Dio era raggiungere l'uomo lì. Quante parabole sulle pecore smarrite che hanno bisogno di essere cercate e trovate.

Quindi gli inferi sono semplicemente il luogo dove Dio sa che noi ci troviamo fin da quel giorno in cui abbiamo deciso di sottrarci dalla sua presenza. Allora dobbiamo immaginare il sabato Santo e questo corpo immobile di Gesù. Come l'ultimo atto di una rincorsa di amore che Dio ha fatto nei nostri confronti.

C'è un Vangelo apocrifo che racconta la discesa agli inferi, è il Vangelo di Nicodemo. È una finzione, diciamo letteraria, in cui si immagina che due fratelli Gemelli, leucio e carino, figli dell'anziano Simeone di cui parlano i Vangeli sinottici. Dopo la morte di Gesù vengono risuscitati, come racconta il Vangelo di Matteo? No, che nel momento della morte di Gesù ci sono alcuni che risorgono, ecco, loro sarebbero tra questi e lo accompagnano nel suo viaggio nel Regno della morte.

Evidentemente è una finzione per dare corpo narrativo a quello che diceva, per esempio la prima lettera Di Pietro, quando questi due giovani gemelli dialogano con le autorità, dicono loro queste parole. Perché vi stupite che Gesù sia risuscitato? Non è affatto questo il prodigio. In realtà il prodigio è che non è risorto da solo, ma ha risuscitato molti altri morti. Questo testo apocrifo c'è contenuta questa riformulazione della risurrezione che mi sembra molto interessante.

Noi abbiamo. Descritto, diciamo, la risurrezione di Gesù anche attraverso l'arte, come il trionfo di un singolo, di un individuo molto bravo, il figlio di Dio. Pensate a tutte le rappresentazioni, no? di Gesù fuori dal sepolcro, col vessillo della vittoria, ce l'ha fatta, ha sconfitto la morte. Quello che racconta questo testo è che il prodigio non è tanto che lui ce l'abbia fatta. Ma che lui ce l'abbia fatta a

raggiungere noi. Non che lui sia risorto, ma che ci abbia teso la mano e abbia fatto risorgere noi con lui. Perché questo è quello che a Dio interessava, non farci vedere la sua forza, ma mostrarci che la sua potenza d'amore proprio verso di noi voleva dispiegarsi. Noi siamo i destinatari della risurrezione. Non è Dio stesso. Come avesse fatto quasi un atto riflessivo nei suoi confronti.

La risurrezione è un evento di comunione, non è un trionfo individuale, è l'affermazione di una forza di relazione, non la vittoria di un singolo. Eravamo noi la meta del viaggio. Forse anche noi dovremmo rivedere. Certe preghiere che facciamo, certe richieste con cui chiediamo a Dio di estendere la sua forza di risurrezione sui nostri problemi, sulle nostre difficoltà.

Noi tante volte vorremmo che alcune tensioni si sciogliessero, che alcune persone con cui stiamo facendo fatica uscissero dal nostro Orizzonte, che alcuni problemi si diluissero, ma queste sono tutte immaginazioni, molto lontane da quello che è la risurrezione. La resurrezione è la forza di riconciliarci tra di noi, non di scansare problemi o persone che possono procurarci una certa

sofferenza. Per questo, quando preghiamo Dio come padre, Gesù lo ha detto chiaramente nel Vangelo, il vero banco di prova è se siamo disposti al perdono, altrimenti possiamo chiedergli tutte le cose del mondo, ma non arriveranno mai, non saranno mai risolutive. Perché quello che serve veramente è che i nostri rapporti ritrovino riconciliazione.

È molto importante, credo, cogliere questa mano di Cristo che si allunga sui nostri progenitori nella scena della discesa agli inferi, per capire che quella è la risurrezione. Si risorge insieme, non da soli, continuando per un attimo ancora il racconto di questo Vangelo di Nicodemo. C'è un'altro tratto che ci può suggerire una riflessione.

Come spesso accade, i primi istanti di un avvenimento sono indimenticabili e questi due testimoni raccontano questo come primo effetto della discesa di Gesù negli inferi. Noi eravamo negli inferi con tutti coloro che erano morti fin dall'inizio dei tempi, ma a 00:00, in queste tenebre sorse una luce sfolgorante come quella del sole. Noi tutti ne fummo illuminati e ci potevamo vedere l'un l'altro. Sentite che dettaglio è stato colto da questo testo?

Cristo entra negli inferi e che cos'è che accade? Finalmente ci vediamo tra di noi, così ci fa capire forse cosa sono gli inferi, tutti quei luoghi dove noi non abbiamo più tempo, pazienza, magari anche voglia. Di guardarci gli uni gli altri, magari passando gli uni accanto agli altri tutti i giorni. Non sono un luogo così remoto,

così lontano. Forse a volte non ci rendiamo più nemmeno conto di quanto, in un tempo di grandi connessioni e di prossimità così forti come quello in cui viviamo, rischiamo di vivere davvero profondamente isolati gli uni dagli altri. Senza nemmeno riuscire più a scambiarci quell'omaggio fondamentale e assolutamente umano che è il guardarci negli occhi. Magari quando facciamo insieme le cose siamo tutti magari molto operativi, no?

Ci diciamo cosa fare, non fare, ci passiamo le consegne, gli incarichi, le cose, ma ci dimentichiamo di fare la cosa fondamentale di cui abbiamo bisogno, che è guardarci, riconoscerci. Perché questo basterebbe a tenere in piedi le nostre giornate. Se anche soltanto una persona, ogni giorno della nostra vita, ci guardasse negli occhi e ci facesse capire che per lei è importante che noi ci siamo, questo ci basterebbe ad addormentarci in pace e che tante volte questo manca.

Siamo talmente distratti che guardiamo tutto e tutti, tranne chi ci passa accanto. Oggi più che mai con questi strumenti no che ci permettono di essere qui. E altrove, nello stesso tempo, perché Cristo riesci a sprigionare tutta questa potenza di amore, di guarigione della nostra umanità. Potremmo dirla così, perché quello che fa nel suo morire, rimanere sepolto, scendere negli inferi, lo fa perché è in pace con quello che ha vissuto.

E con quello che ha patito. Questo è il segreto del suo riposo. E questo è il segreto in generale del riposo. Quand'è che noi riusciamo a riposare bene? Quando siamo in pace con quello che abbiamo vissuto? Quando non c'è un'ultima cosa da fare o da guardare, quando non c'è un ultimo pensiero da revisionare nella nostra testa per una cosa che abbiamo detto o fatto, quando siamo in pace. Quello che abbiamo fatto l'abbiamo fatto e possiamo dormire.

Non c'è nessuna recriminazione, non c'è nessun nessuna cambiale in tasca che teniamo. Questo è il Giubileo. E il Giubileo potrebbe dovrebbe essere questo atto di grande, universale riposo che noi ci prendiamo, in cui facciamo riposare le nostre relazioni, la terra. Perché? Perché smettiamo di stressarci e di stressare le risorse che Dio ci ha dato. Ritroviamo distanza, riposo da esse. Questa è una legge, è una regola. Lo shabbat l'ha osservata persino Dio, che tante volte

trascuriamo di vivere. Oggi viviamo nel mito delle cose che vanno 365 giorni all'anno, 24 ore su 24, mai spenti, mai in pausa. Invece la cosa più importante da fare dopo aver fatto qualcosa. È fermarsi e godere di quello che abbiamo potuto fare, non pensare immediatamente a un'altra cosa da fare. E invece siamo spesso insonni e eternamente insoddisfatti perché c'è sempre qualcosa che ci manca

e che ci sfugge. Ma allora vuol dire che quanto stiamo vivendo non riesce a nutrirci, a darci il riposo del cuore. In convento ho imparato ben presto che bisogna saper gustare quello che passa il convento e questa è un'arte non solo di sopravvivenza nelle fraternità francescane, ma è una regola di vita. Quello che passa il convento è la misura di ogni giorno che noi possiamo imparare a gustare e di cui dobbiamo imparare ad

accontentarci. Lo diceva anche Gesù Nel Vangelo, e vi ricordo una bellissima parabola che potrebbe venirci in mente alla sera di ogni giorno che viviamo. Chi di voi, se ha un servo ad arare OA pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo, vieni subito e mettiti a tavola, non gli dirà. Piuttosto, prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu. Avrà forse gratitudine verso quel servo?

Perché ha eseguito gli ordini ricevuti tra parentesi? In realtà sì. Quando noi arriveremo nel Regno di Dio, Dio si metterà a servirci e avrà gratitudine nei nostri confronti. Ma facciamo finta di non sapere queste cose. Così anche voi, quando avete fatto quello che vi è stato ordinato, dite, siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare. È una frase sempre un po' sgradevole. Ma piena di libertà e di felicità. Quando la leggiamo e la

ascoltiamo con intelligenza. Perché qui sta il segreto del riposo. Dopo aver fatto quello che dovevamo fare, cosa dobbiamo aspettarci? Niente, in questo c'è la gioia e il riposo della vita eterna. Noi invece facciamo le cose e poi cominciamo ad avere delle aspettative su quello che abbiamo fatto. E qui iniziano gli inferi, la solitudine, la divisione tra di noi. Solo quando facciamo le cose, senza aspettarci nulla, entriamo in una pace profonda e viviamo

una profonda libertà. Questo è il segreto del sabato Santo. Questo è la sepoltura di Gesù, questa capacità di sapersi accontentare e riposare con fiducia dopo aver fatto tutto quello che si poteva fare. La lettera agli ebrei dice che tutto questo è un'arte, che dobbiamo imparare anche noi a coltivare, cioè nel riposo bisogna saper entrare, dice così al capitolo quattro l'autore.

Chi è entrato nel riposo di lui riposa anch'egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo. Perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza. In queste parole forse si svela l'ultimo segreto di quest'arte e del riposo. Noi non sappiamo riposarci, Cristo lo sa fare e noi possiamo imparare a entrare nel suo riposo, quindi ogni tanto guardare, metterci davanti agli occhi il sabato Santo, il sepolcro credo che sarebbe forse.

La strategia risolutiva di tanti problemi che non dovremmo ricominciare sempre a tentare di risolvere, forse a volte dovremmo semplicemente non fare niente e attendere e nell'attesa dare spazio alla logica della fiducia e dell'amore, come fa Gesù nella sua discesa agli inferi, l'ultima forma di

riposo. Visto che siamo in Quaresima, è bene accennarne, è quella dai vizi e dai peccati, perché poi sono queste le cose che ci stancano davvero, quelle azioni che ripetiamo pur sapendo che in esse non c'è veramente una felicità e un appagamento. Però ci siamo abituati a farle, ci siamo abituati anche a confessarle e quindi sono lì le false strategie di sopravvivenza che purtroppo continuiamo a

coltivare. Il riposo definitivo è l'allontanamento anche da tutto ciò che, proprio perché è peccato ed è vizio, non ci fa vivere e quindi non ci fa nemmeno riposare. Riletto in questi termini, il riposo è tutt'altro che un atteggiamento passivo e di rinuncia. Potremmo dire che è lo Stato in cui vivono le persone che vivono massimamente. Chi entra nel riposo di Cristo ha la libertà non di fare quello che vuole, ma quello che fa bene a sé e agli altri.

Quindi il riposo autentico è lo stato di massima vitalità a cui in realtà possiamo aspirare, nel quale tutto diventa possibile. Potremmo dire che è un modo di vivere in cui non è più il timore a governare il nostro cammino, ma è la fiducia. Questo lo dice molto bene, ancora una volta alla lettera di Giovanni. In questo l'amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione, che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, così siamo anche noi in questo

mondo. Nell'amore non c'è timore, al contrario, l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell'amore. Per Dio noi siamo già perfetti se ci lasciamo accogliere dal suo sguardo privo di giudizio e ricco di misericordia, perché ai

suoi occhi noi siamo già figli. Ecco, questo modo di vedere può diventare anche il nostro, nella misura in cui accettiamo di osservare la realtà con grande delicatezza e con un grande e profondo rispetto per ogni cammino umano. Questo è il riposo del cuore che un giorno potrà diventare eterno. E se riusciamo a entrare in questo riposo, ci accorgiamo che il Regno di Dio è presente e cresce in mezzo a noi. E anche in questi frammenti ci accorgiamo che è cominciata la vita eterna.

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