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fr. Robero Pasolini - La speranza della vita eterna #8

Apr 05, 202527 min
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Corso di Esercizi Spirituali guidato da padre Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, sul tema “La speranza della vita eterna”.

Transcript

Buongiorno e un saluto colmo di affetto e di gratitudine al nostro Santo Padre in questo giorno così speciale. È il dodicesimo anniversario della sua elezione. E se 12, come dicevamo, è un numero tondo di pienezza, possiamo davvero ringraziare Dio perché il dono di Papa Francesco alla Chiesa e al mondo è compiuto e sicuramente in questi 12 anni ha avuto modo di di esprimersi in pienezza che il signore lo. Lo custodisca e lo benedica sempre. Dicevamo che siamo eterni, anche

se non siamo immortali. E da questo nasce una conseguenza splendida che oggi proviamo a considerare nella nostra preghiera, la responsabilità di vivere e di vivere di più, non di meno. Gesù ha parlato in alcuni passi della responsabilità di vivere eternamente, cioè in abbondanza.

E oggi proviamo a passarne in rassegna qualcuno, a partire forse dal più celebre, quello che viene in mente quando pensiamo a quando Gesù ha rivolto l'invito della vita eterna a qualcuno o ha provato a farlo ragionare su sugli aspetti che essa determina. Conosciamo tutti l'incontro tra quel tale. Forse un giovane che si inginocchia davanti a Gesù chiedendogli, maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?

Così lo racconta Matteo, è un interrogativo splendido, molto bello, perché questo tale chiede proprio l'essenziale a Gesù, La vita eterna. Eppure la formulazione della domanda tradisce alcuni modi di pensare che probabilmente Gesù riconosce subito. Che cosa devo fare? Cogliamo già in questo quel protagonismo quell'attivismo no, con cui noi pensiamo ancora di dover meritare le cose o di doverle in qualche modo conquistare per avere la vita

eterna? Ecco, c'è forse anche un po' di possesso in questa formulazione, come se la vita eterna fosse qualcosa di cui possiamo disporre, forse anche un po' a piacimento. E infine il punto di domanda che denota la perplessità di questo giovane che come sappiamo è già sulla strada buona dei comandamenti. È già amico di Dio perché gli viene il dubbio e chiede, che

cosa gli manca? Ecco, forse Gesù parte proprio da quest'ultima considerazione, sa che lui, come accade a tante persone, alle persone, specialmente religiose. Mentre percorrono la via della legge di Dio, dei suoi comandamenti, della sua volontà, sono colte dal dubbio, ma cos'è che mi manca? Perché vivo da tempo la sequela del Signore e ho sempre l'impressione che qualcosa manchi all'appello, infatti, Gesù risponde, perché mi

interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo, se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. È una risposta un po' reticente, no? Quasi un po' di indifferenza o che rimanda all'interlocutore a chiedersi lui qualcosa più che a chiederla a Dio. È come se Gesù gli stesse dicendo, Ma hai l'impressione che stai camminando verso la vita eterna, sì o no? Perché lo chiedi a me? Ecco, Gesù sta offrendo a questo tale l'occasione di verificarsi su quanto.

Sta vivendo. E su quanto è convinto di vivere questo tale risponde, tutte queste cose le ho osservate. Che altro mi manca? Sentite di nuovo la sensazione che manchi qualcosa? Gesù va dritto al cuore della questione e formula il suo invito, che non ottiene purtroppo il risultato sperato, almeno non in quel momento. Gesù gli disse, Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo e vieni. Seguimi.

Udita questa parola, il giovane se ne andò triste, possedeva infatti molte ricchezze. Gesù presenta la vita eterna come non l'ultima cosa da fare. Ma il coraggio di lasciare tutto, in realtà quello che sia, facendo capire che la vita eterna non è né un merito né una conquista. Bastano due mani aperte per accoglierla. È come se, mentre noi facciamo tante cose per Dio, il segreto sia quello di non credere a nessuna di queste cose, ma continuare a presentarci a lui a mani vuote.

Davanti a questa notizia il giovane se ne va triste. È come se sia l'ultima curvatura della sua parabola. A dispiacergli fin qui era andato tutto bene, ma quando si tratta di dover lasciare cessale la tristezza, segno che forse è quello che stavamo cercando di fare lo stringevamo troppo tra le mani. E molto bella la reazione di tutti gli altri discepoli davanti a questa scena.

Pietro prende la parola, come accade sempre nelle situazioni in cui ci vuole un leader, e dice, ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Che cosa dunque ne avremo? Non si sa se i discepoli erano più convinti e contenti di quel giovane o anche loro stanno cercando di chiedere a Gesù, noi andiamo bene invece, vero? E Gesù risponde, come sappiamo

in verità io vi dico. Voi che mi avete seguito, quando il figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su 12 troni a giudicare le 12 tribù di Israele. Chiunque avrà lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o figli o campi per il mio nome riceverà 100 volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi. E molti degli ultimi saranno primi.

Gesù prova a rassicurare i 12 dicendo che nella misura in cui si è disposti a lasciare tutto per fare della vita eterna l'unica eredità, allora non c'è da avere alcun timore. È curioso che quello che a noi fa più paura o tristezza. Sia quello che sappiamo bene che tanto ci dovrà accadere, perché lasciare le persone e lasciare le cose è l'unica certezza che

abbiamo nella vita. Eppure, quando Dio ci svela che nel fare queste cose che comunque ci attendono, c'è in realtà una ricompensa enorme, una vita eterna, una pienezza, perché il nostro cuore si rattrista sapendo che tanto quel passaggio lo vivremo, ci viene annunciato che. In quel passaggio, però, riceveremo molto di più di quello che perdiamo. Il nostro cuore si rattrista, è curioso. È come se noi vedessimo soltanto una faccia della medaglia e non riusciamo a permettere a Dio di

girarla. Sarebbe come se un allenatore dicesse ai suoi giovani atleti, chiunque è disposto a non fare tardi la sera con gli amici, a non bere. A non andare al cinema tardi, allenarsi seriamente. Riuscirà a vincere una medaglia alle Olimpiadi? Sarebbe un discorso pienamente ragionevole e accolto da qualsiasi atleta. Ma quando Dio ci fa, ci fa questo discorso, a noi viene paura e tristezza.

Qualche anno fa, quando ero studente qui a Roma, ho avuto la fortuna, la grazia di veder vivere e poi anche morire. Chiara corbella petrillo, che molti di voi certamente conoscono, una giovane donna che ha compiuto la sua vita in profumo di Santità ed è morta ad appena 28 anni dopo essere stata sposata ed essere stata madre. Per tre volte. Ha avuto due figli che non erano compatibili con la vita e sono

andati subito in cielo. Il terzo, di nome Francesco, è nato in perfetta salute, però durante quest'ultima gravidanza chiara ha scoperto di avere un tumore. Che ha cercato di curare come fanno le mamme, senza nuocere alla vita del figlio che è nato sano il 30 maggio 2011. Le cure mediche non hanno portato la guarigione sperata e chiara muore a 12:00 del 13 giugno 2012 dopo aver salutato tutti, parenti, amici a uno a uno.

Due settimane prima di morire si è tuffata nel suo cuore di madre e di sposa, ma soprattutto di figlia di Dio e insieme al marito Enrico ha scritto a Francesco il figlio. Una lettera che si conclude con queste parole, tu ti chiami Francesco perché San Francesco ci ha cambiato la vita e speriamo che possa essere un esempio anche per te. È bello avere degli esempi di vita che ti ricordano. Che si può pretendere? Il massimo della felicità.

Già qui su questa terra, con Dio come guida, sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande. Il signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirà il cuore. Fidati, ne vale la pena. Mamma chiara e papà Enrico, mi sembra che chiara con un linguaggio più moderno, più fresco. Abbia ripetuto al figlio le stesse parole che Gesù ha cercato di dire a quel tale e ai

discepoli. Chiara rivela a suo figlio il segreto che lei ha scoperto, la felicità massima, cioè la vita eterna, è qualcosa che dobbiamo pretendere di vivere già in questo mondo. É l'unico, è l'unica verifica che l'abbiamo capita davvero. Non certo da soli, e lei lo dice bene, ma a partire dall'esperienza di avere Dio come guida e compagno dei nostri passi. Quindi, non si tratta di privarsi di qualcosa o, peggio ancora, di privare la vita di qualche sua dimensione

fondamentale. Come anche noi. Noi cristiani forse a volte siamo stati tentati di fare demonizzando eccessivamente aspetti come il corpo. L'affettività la sessualità, la libertà, l'intelligenza, tutti i doni che abbiamo il dovere di coltivare e di vivere secondo la verità di Dio. La proposta del Vangelo della vita eterna è un invito semplicemente a vivere intensamente ogni situazione in cui ci troviamo immersi, proprio

perché sapendoci eterni. Dovremmo aver meno paura di sbagliare, di rischiare la vita, perché senza un po' di rischio non ha senso niente. Nel quarto Vangelo, che ci continua ad accompagnare nelle meditazioni di questi giorni, Gesù spiega che questo superamento dal possesso e dai legami avviene nella misura in cui noi riusciamo ad ascoltare la sua voce e ad uscire nei pascoli della vita.

In sicurezza, in libertà. Ascoltiamo dal Vangelo di Giovanni, capitolo 10, Versetti 7 e 10, Gesù disse di nuovo, in verità, in verità io vi dico, io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti, ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta, se uno entra attraverso di me sarà salvato. Entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere.

Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Gesù si paragona a una porta, eh? Quest'anno del Giubileo è d'obbligo fare i conti con lui, come una porta da attraversare lucidamente, una porta diversa

da quelle che. Apriamo tante volte con grandi speranze, ma che poi ci lasciano un po' derubati, un po' soli, un po' tristi perché mentre tutti e tutte le cose prima o poi ci chiedono il conto, Dio si presenta a noi come l'unica relazione libera e liberante, dove l'unico prezzo da pagare è decidersi in favore di una vita piena, abbondante. Questo per noi è difficile da credere, che Dio non voglia altro da noi che viviamo. E viviamo in abbondanza questa

cosa. Sapere di essere mortali, finiti e dover vivere in abbondanza, cioè dover fare prove di vita eterna continuamente, è naturalmente un equilibrio molto delicato. È un grande paradosso. Paolo lo descrive così, so vivere nella povertà come so vivere nell'abbondanza. Sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame. All'abbondanza e all'indigenza tutto posso in colui che mi dà la forza.

Ecco, con grande realismo dobbiamo dire che per stare dentro questo equilibrio, dove essere poveri è come essere ricchi, dove star bene assomiglia AA star male. Noi abbiamo bisogno di un nutrimento, perché è un equilibrio che le nostre forze fortunatamente non riescono a gestire. Allora.

Vi propongo di fare alcune considerazioni ora su il famoso segno dei pani, che per noi è anche sempre un grande approfondimento del dono dell'eucarestia, sappiamo come nasce quell'episodio nel Vangelo di Giovanni, con Gesù che mette alla prova i discepoli chiedendogli, dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? È una domanda trabocchetto perché evidentemente è impossibile comprare così tanto pane per così tante persone.

Infatti Filippo, il più logico e razionale del gruppo, lo dice subito, a Gesù, non basterebbe un anno di stipendio, Gesù è impossibile. All'improvviso però viene fuori un ragazzo che con fiducia e creatività dice che ha 5 pani d'orzo e due pesci. Andrea, fratello di Simon Pietro, segnala questa cosa ma non sembra esserne troppo convinto. Ma che cos'è questo per tanta

gente? Il segno che Gesù vuole compiere quel giorno si fonda su questa premessa, cioè il segno non sarà che Dio è capace di creare dal nulla tante cose, non ha bisogno di fare questo tipo di segni. Il segno voleva dire ai presenti. Che il nostro modo di leggere, il poco che abbiamo e il poco che siamo, può imparare a leggersi in modo diverso, cioè il nostro sguardo vede sempre pochezza. Noi diciamo sempre, sì, ma cosa possiamo fare davanti alla realtà?

Ed è il motivo per cui non viviamo eternamente. Questa è la scusa principale per non vivere la vita eterna. Notare che. Le cose sono troppo grandi per le nostre deboli forze. Il segno che Gesù compie è come se fosse una protesta a questo atteggiamento rassegnato di fronte alla realtà, dove non tiriamo più fuori le cose dalle tasche. Perché sono piccole, perché non sono sufficienti, perché i cambiamenti da fare sono enormi. E allora tutti aspettiamo che il primo passo lo faccia qualcun

altro e le cose rimangono. Immobili. Finché qualcuno non ricomincia a credere nella vita eterna, Gesù prende i pani, rende grazie, gli diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci. Bellissima la conclusione, quanto ne volevano. Quello che c'è non solo basta, ma basta per saziare, non le quantità. Ma i desideri? Nel mondo c'è tutto il necessario perché ciascuno sia felice nel proprio desiderio profondo. Questa è l'eternità già presente

nel mondo. Nessuno lo capisce questo segno. E forse non dobbiamo avere nemmeno la pretesa noi di capirlo, né oggi né immediatamente, ma continuare a rifletterci. Gesù scappa perché le persone hanno frainteso quello che è successo, hanno pensato che ci pensa Dio e che era tutto il contrario di quello che Gesù tentava di dire. Gesù scappa sul Monte e i discepoli attraversano il Lago, avranno paura, Gesù li

raggiungerà e poi la scena. L'indomani si sposta sull'altra sponda del lago, dove i discepoli e le folle sono di nuovo davanti a Gesù, il quale dice, in verità io vi dico. Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il figlio dell'uomo vi darà. C'e un cibo che nutre la nostra vita per la vita eterna, ma

nessuno se n'e accorto. Gesù a un certo punto lo dice chiaramente, io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Non arriveremo alla fine di questo discorso, ma sappiamo già ricordiamo tutti come va a finire. Tutti se ne andranno. Quel giorno nessuno capirà. Un linguaggio così duro, come può Dio offrirci la sua carne? Qual è la pretesa che ci sta dietro?

Perché dobbiamo mangiare la sua carne per avere la vita eterna? In verità, in verità, io vi dico, se non mangiate la carne del figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Chi mangia questo pane vivrà in eterno. Se non mangiamo la carne di Cristo e non beviamo il suo sangue, non abbiamo in noi la vita. C'è una pretesa altissima in

queste parole, quale vita? Quella eterna. Noi abbiamo detto e ripetuto per tanto tempo che non andare a messa è un peccato grave, è un peccato mortale. Ora questo teologicamente è corretto. Nella misura in cui uno si rende conto di questo che a messa noi andiamo per avere la vita eterna di Cristo. Se uno non arriva a rendersi conto di questo dirgli che è un peccato grave non essere andato a messa, può anche spaventarlo.

È corretto quello che dice la nostra teologia, ma dobbiamo arrivare a capirlo e a spiegarlo bene che il motivo per cui è fondamentale nutrirci del corpo di Cristo. Non è per assolvere a un precetto OA un dovere morale, ma per continuare a onorare la vita come qualcosa di eterno, cioè vivere come Cristo. Altrimenti è soltanto il dispiego di una pratica. E questo è quello che Gesù tenta di dire. Ed è questo che è avvertito come

linguaggio duro dalla gente. La gente capisce che Dio gli sta dicendo, ma guardate che il pane lo potete moltiplicare anche voi. La vita di Dio ce l'avete anche voi, la dovete masticare, assimilare e poi vivere. Questo è è la grande responsabilità davanti all'eucaristia non è andarci o non andarci, ma è assimilare quello che in quel gesto noi compiamo, trasformare il rito in vita. Per questo Giovanni non indugerà

tanto. Sulla istituzione dell'Eucaristia e racconterà la lavanda dei piedi per ricordare a una comunità che quel gesto ormai lo faceva, che la cosa importante non è tanto entrare o uscire dall'Assemblea cristiana dal raduno domenicale, ma è continuare a chinarci sui piedi degli altri, riconoscendo in quei piedi i piedi di un fratello o di una sorella per cui Cristo ha dato la vita,

altrimenti è tutto inutile. Era la stessa cosa che già San Paolo rimproverava le comunità quando uno mangiava e l'altro non mangiava, quando uno si divertiva e l'altro sedeva a tavola solo e triste. Non va bene, diceva Paolo. O c'è una reale comunione tra voi o il simbolo dell'eucarestia è profanato? Ecco cosa significa. Chi mangia di me vivrà per me non è la promessa. Di una specie di corsia preferenziale fatta di qualche privilegio per vivere in questo mondo con un po' più di

facilità. È il contrario, è l'autorizzazione a percorrere la via dell'amore, cioè della Croce, sapendo che ogni cosa la vivremo per Cristo con Cristo e in Cristo, e quindi quello che è accaduto a lui, per grazia,

accadere anche a noi. Quando noi facciamo la comunione, quando partecipiamo all'eucaristia, abbiamo forse solo una difficoltà davanti a tutto questo, perché credo che la nostra testa capisce e condivide tutto il ragionamento e che mentre ci uniamo a lui corporalmente non accade nulla di sensibile. Il segno dell'eucaristia è un segno molto povero. Perché quello che accade quando noi ci raduniamo per celebrare la cena del Signore, la sua visibilità è una soltanto, lui in noi e noi in lui.

Basta come due innamorati che si abbracciano, che si guardano negli occhi, che si dicono parole di fiducia e di amore. Questo è quello che accade quando celebriamo l'eucarestia. Ma se tutto questo. Ha valore ed è vero per noi. Cos'altro ci serve per poi ricominciare a vivere se non la fiducia che è tutto vero. Dio ci ama, Dio ci considera membra del suo corpo, figli suoi amati.

Forse è la nostra aspettativa nei confronti dell'eucarestia a renderci difficile diventare noi il segno della vita eterna. Nel mondo, allora l'eucaristia che noi celebriamo come misterioso gesto di comunione tra noi e Dio, ecco, forse può essere ricompreso da noi oggi, come quel segno in grado di estinguere per sempre la fame presente in noi. Ciò che la folla e anche i discepoli quel giorno non capirono e noi tutti i giorni facciamo fatica a capire, è che.

Se la vita eterna si è davvero manifestata nell'umanità di Cristo, allora ogni realtà, anche la nostra, ha un valore pieno e inestimabile agli occhi di Dio. Infatti quello che siamo e quello che abbiamo, anche se è poco, diventa tutto se siamo disposti a offrirlo. Questo era il segno, poco uguale tutto quando è nelle mani di Dio. Per noi questa è un'equazione bizzarra. Eppure davanti a Dio le le cose

stanno proprio così. La povertà nostra diventa totalità quando è offerta con fiducia e libertà. Per questo noi che siamo mortali diventiamo eterni. E allora, abbracciando questa logica, nutrendo il nostro cuore e il nostro corpo di questo pane, cioè di questa logica di vita, tutto, ma proprio tutto quello che viviamo e patiamo in ogni giorno della nostra vita può diventare eterno.

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