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fr. Robero Pasolini - La speranza della vita eterna #7

Apr 04, 202532 min
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Corso di Esercizi Spirituali guidato da padre Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, sul tema “La speranza della vita eterna”.

Transcript

Questa mattina dicevamo che per entrare nella vita eterna bisogna rinascere. Ravvivando così per noi un dono che abbiamo già ricevuto, che è quello del battesimo, nel quale siamo diventati viventi viventi per Dio in Cristo Gesù. Oggi pomeriggio continuiamo l'itinerario di preghiera, provando a riflettere anzitutto su una circostanza che ci troviamo a vivere. Anche culturalmente e

storicamente. Ed è un chiarimento necessario da compiere riguardo a una condizione di fondo che tutti viviamo, che è quella della nostra finitudine, della nostra creatura creaturalità, della nostra condizione mortale. Lo dobbiamo fare perché il progresso scientifico, lo sviluppo economico, l'avanzare delle tecnologie.

Il miglioramento della medicina e della qualità della vita hanno creato uno scenario nel quale noi ci troviamo a vivere, in cui si respira una diffusa sensazione di immortalità e lo dobbiamo riconoscere. Anche la Chiesa è dentro questo contesto, perché la Chiesa cammina con l'umanità e scopre suo malgrado di essere a volte talmente affezionata.

A certi modi di concepirsi e di porsi, da non saper accettare la morte, cioè la fine di alcune forme che magari hanno garantito il suo sviluppo nel tempo e nello spazio. Credo che la nostra preghiera abbia bisogno di passare attraverso questo spazio sottile dove tutti ci immaginiamo un po' immortali e invincibili, non soggetti mai a una fine. Che invece incombe in tanti modi.

La prova di questo, e vi parla qualcuno che viene dal Nord Italia, dalla città di Milano dove è nato e cresciuto, è la difficoltà ad accettare i tempi morti a Milano, si direbbe, dove non si fattura niente. Ecco, quei tempi morti noi li patiamo molto, quelli nei quali non c'è niente da fare o da poter fare, quelle pause, quelle parentesi che poi sono a volte. Gli spazi più interessanti della vita, nei quali però noi soffriamo la fatica di una identità che ci manca.

In questo contesto i giovani sono oggi molto condizionati. La medicina ha coniato addirittura un nome per descrivere la paura che assale un giovane quando si sente tagliato fuori da qualche nuovo orizzonte. Fear of missing out, la paura di. Non poter essere presente a qualcosa che sta avvenendo di nuovo, di bello è un po' la malattia del presenzialismo, non è proprio una cosa così nuova, no?

Quel dover essere sempre presenti a tutte le cose che accadono, altrimenti non ci sembra di essere rilevanti o vivi peggio ancora. Tutto questo ha a che fare con una sorta di delirio che ci assale mentre iniziamo a vivere l'illusione di poter durare per sempre. Di non dover mai uscire di scena. Di non dover mai accettare i cambi di stagione che a volte ci dicono di metterci da parte per fare spazio a qualcos'altro. Vivere un po' come se fossimo senza la morte.

Immortali come supereroi di una saga. Tutto questo avviene in una società che abbiamo costruito anche con buone intenzioni, come una società fatta di comodità. Di ben essere. Tutti valori buoni entro una certa misura, quando non diventano un'anestesia al dovere di vivere, anche aderendo alla nostra finitudine e alla mortalità. Credo che ce ne accorgiamo di questo, quando il morire poi accade e come dicevamo qualche giorno fa, ci troviamo tutti un po' Muti, tanto gli atei privi

di trascendenza. Quanto i credenti sprovvisti di parole e di esperienza di risurrezione. Se facciamo caso quando qualcuno muore, magari quando qualcuno di importante muore e bisogna dire qualcosa, i giornali spesso fanno giri di parole per descrivere quello che è accaduto senza nominare troppo la morte, nascondendosi anche dietro al diritto alla privacy. Ma noi, uomini e donne di fede.

Anche noi a volte balbettiamo qualche parola, anche quando celebriamo magari un funerale importante, con la paura di violare qualche coscienza. A volte non nominiamo nemmeno il risorto. A casa nostra non sappiamo più dire una parola di fronte all'evento della morte, perché la morte ci coglie tutti, mentre stiamo tutti provando a vivere

come se lei non ci fosse. E allora viene come un ladro, come dicevamo qualche giorno fa. Un tempo la morte era un capitolo ben presente e comunemente accettato. Nel percorso di una vita esistevano riti e linguaggi collettivi con i quali si interpretava, anche in modo pubblico questo passaggio. Certo, forse era un codice che si imponeva a tutti, non in modo ugualmente libero per ciascuno

per cui si facevano preghiere. Si nominava la morte in un certo modo, perché era il codice culturale vigente per la maggior parte delle persone. Oggi quei quei riti e quelle parole non hanno più senso. E ce ne accorgiamo a volte, quando dobbiamo celebrare dei riti di morte con persone che non hanno più quel linguaggio e quell'esperienza della Pasqua di Cristo, della fede nella vita eterna, abbiamo parole grandissime. Che dobbiamo fare? Atterrare in contesti che non sono.

Pronti ad accoglierle, ritrovare parole e rappresentazioni adeguate, a farci attraversare i passaggi di morte. Anche per noi, come Chiesa, quando c'è da cambiare qualcosa, quando bisogna di dire una cosa è finita e iniziammone un'altra, è urgente. Altrimenti una parte così importante dell'esperienza umana, Io credo che oggi rimane in ostaggio o del potere scientifico o di quello

mediatico. Un morto per la scienza medica è un boccone prelibato, è un campione importante, ma lo è anche per il mondo mediatico che ne fa spettacolo, le religioni. La fede cristiana dovrebbe accompagnare la morte con un'altro interesse, anzi senza alcun interesse, ma con una

parola di speranza. Questo per dire che siamo ben lontani dal riferirci alla morte, come Francesco al termine della sua vita è riuscito a fare no, chiamandola sorella laudato sii, mi signore persora nostra morte corporale dalla quale null'uomo vivente può scappare. E Francesco aveva tentato di scappare in tanti modi, poi alla fine della sua vita la

abbracciano come una sorella. È proprio questa fuga dalla morte che dovremmo provare a interrompere, perché la morte arriva nella società e nel tempo in cui viviamo, tante volte a guastare una festa in cui lei sembra essere un'ospite clandestino, mentre invece sappiamo che la morte fa parte dello scenario in cui viviamo da sempre, dal giorno in cui

veniamo in questo mondo. La ricaduta pratica di questa rimozione della morte, per cui ci sentiamo tutti un po' illimitati, è la fatica a compiere delle scelte. Perché è chiaro, se la mia vita è un è una risorsa a cui posso sempre attingere, perché fare una scelta definitiva quando domani ne posso fare una nuova? È il fascino, no? Della novità che ha bisogno proprio di un orizzonte

illimitato per nutrirsi. Nei tempi passati, nei gloriosi tempi passati, che forse poi i gloriosi, come a volte ci diciamo non lo erano, le scelte definitive si dovevano fare e basta. Mi ricordo La Sapienza Popolare di di mio nonno, cosa fatta capo a una cosa fatta è ormai legge. Bisogna andare avanti perché quella cosa c'è. È un po' l'impostazione, no? Che avevamo un tempo.

La deontologia si deve fare, così oggi per la reazione a pendolo siamo passati all'estremo opposto, se me la sento lo faccio, sennò fa niente. Sono come due estremi, no? Con cui però patiamo la cosa fondamentale che la vita ha dei limiti. Ci sono limiti nella nostra volontà e ci sono limiti nella realtà. E noi dobbiamo riconoscerli e onorarli per non diventare persone che non sentono niente o che sentono troppo. Anche perché poi facciamo esperienza a tutti del male e del peccato.

Se non stiamo attenti ai limiti che ci sono. I cristiani hanno sempre trovato un antidoto al peccato, di cui abbiamo già parlato nei giorni scorsi. È riempire di amore le nostre scelte. Ma l'amore concreto, non quello poetico su cui siamo tutti d'accordo. Quell'amore silenzioso, invisibile, che fa della nostra vita una donazione quotidiana. C'è un'espressione bellissima con cui, nel nuovo testamento, si certifica che noi stiamo vivendo un passaggio reale

dentro la vita eterna. Fratelli scrive nella sua lettera San Giovanni al capitolo Tre Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte e con l'antidoto a una vita che rischia di concepirsi come illimitata l'amore, la cosa più concreta che esista quando è vissuta nella verità. È concreta per due motivi fondamentali che sono l'utilità

antropologica dell'amore. L'amore è quell'esperienza in cui finalmente noi ci prendiamo cura non solo di noi stessi, ma anche di qualcun altro. È l'unico luogo della realtà dove accade questo. Ma l'altra opportunità dell'amore per noi è che quando amiamo finisce l'incubo della nostra solitudine. Che è il nostro grande problema

con cui nasciamo e cresciamo. Quindi il passaggio dalla morte, che è l'egoismo e la solitudine, avviene solo e unicamente quando noi amiamo, cioè quando noi versiamo il nostro corpo, la nostra vita nelle relazioni che viviamo. E si capisce, no, quel sacrificio vivente di cui parla anche l'apostolo, un sacrificio vivente. Noi oscilliamo? No? Tra momenti in cui ci sacrifichiamo e basta e altri momenti in cui tentiamo di vivere e basta. L'amore unisce queste due cose e fa dei nostri istanti

esistenziali, dei sacrifici. Cose anche faticose ma che hanno un profumo di vita e ci fanno fare questo passaggio dal morire inevitabile al vivere. Quello che stiamo cercando di dire in questa prima parte della meditazione è che in uno scenario dove ogni cosa e anche tutte le persone sono tentate di concepirsi come immortali, il primo passo da fare è quello di ricominciare invece a concepirci non immortali, ma eterni, che è una cosa un po' diversa e forse anche il passaggio storico che

stiamo vivendo. Ci sta ridicendo questo, che la morte non è qualcosa di cui avere così tanta paura. L'eternità, invece, è qualcosa di cui avere profondo desiderio e ritrovarlo. Tutto questo ci lancia una sfida, una sfida che è in corso da 2000 anni, la sfida dell'incarnazione. Una sfida molto cara al nostro Santo Padre che anche questa sera vogliamo salutare.

L'incarnazione è la scelta che Dio ha fatto innanzitutto di non revocare i limiti che segnano la realtà e la nostra condizione creaturale, anzi quei limiti li ha abbracciati e abitati, facendoci credere e capire che ogni frammento limitato della storia della realtà di ciascuno di noi.

Può essere colmato di eternità. Il prologo della prima lettera di Giovanni, che abbiamo già citato in questi giorni, dice tutto questo in modo magnifico, quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo, è che le nostre mani toccarono del verbo della vita. La vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò

diamo testimonianza. E vi annunciamo la vita eterna che era presso il padre e che si manifestò a noi quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il padre e con il figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia piena. In questo prologo ci sono dei verbi che ci fanno capire come l'eternità di Dio, la sua vita.

Sia davvero entrata nella carne nella storia, al punto da essere udibile, palpabile sperimentabile? Nella storia del pensiero teologico è prevalsa per tanto tempo l'idea che Dio si fosse incarnato, perché c'era estremo bisogno che lui facesse questo per la nostra salvezza. Ora questa motivazione è sicuramente legittima, perché

noi di questo avevamo bisogno. Ma un filone nella storia teologica di cui noi francescani siamo anche responsabili, ha sempre continuato a ripetere che Dio si sarebbe fatto carne ugualmente per amore di noi, per rispetto alla dignità con cui c'è posto in essere, non per un motivo per noi, infatti noi diciamo, per noi e per la nostra salvezza è importante ricordarci di questo, altrimenti. Questo è il primo motivo per cui noi smettiamo di incarnarci tante volte quando vediamo che

non c'è bisogno di salvezza. Mettiamo tra parentesi la nostra umanità. Quando non dobbiamo fare no delle cose, delle prestazioni conformi al nostro ruolo, ci permettiamo di andare in 1000 altre direzioni, anche un po' al di sotto della nostra umanità. E invece l'incarnazione è un dovere, ogni giorno, in ogni momento. Quando ci soffiamo il naso e quando predichiamo nell'Aula Paolo sesto, sempre perché vuol dire autenticare in ogni istante il dono di vita che Dio ci ha fatto.

Non perché c'è qualcuno che ci guarda, non perché c'è qualcuno che si aspetta qualcosa da noi, non perché siamo in un atteggiamento di dover dare a qualcuno la salvezza, ma semplicemente perché siamo vivi e perché siamo vivi in Cristo. In un Vangelo, quello più antico, quello di Marco, si dice una cosa molto importante a proposito dell'incarnazione,

richiamo cose quasi sicuramente note a tutti i presenti. il Vangelo inizia con queste parole, inizio del Vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio. Al principio di questo primo racconto della vita di Gesù si svela subito chi è il personaggio principale del Libro Gesù.

Il Cristo, il figlio di Dio curiosamente, al termine del libro la prima buona notizia scritta su Gesù, I titoli precipitano come in Borsa, il giovane vestito di bianco, accogliendo le donne dentro il sepolcro, dice loro, voi cercate Gesù Il Nazareno, il crocifisso. C'è in questo una grande sorpresa. All'inizio del racconto, subito i titoli altisonanti, il Cristo, il figlio di Dio. Al termine il Nazareno, l'uomo che viene da Nazareth, crocifisso come un malfattore, Marco.

In questo modo decostruisce la nostra immaginazione di Dio, dicendoci quello che noi ci aspettiamo, un Cristo, un figlio di Dio, forte e potente, per poi svelarci. Pian piano quello che invece Dio è uno che è risorto non benché, ma perché crocifisso, che è quello che Gesù cercherà di spiegare ai due discepoli di Emmaus che ancora non riescono a concepire che la rivelazione di Dio possa aver passato quel fallimento, e lui dice loro, ma bisognava che Dio si facesse

carne anche lì? Dove voi avete paura di essere carne, di essere uomini e donne. Quando arriva la sofferenza, quando arriva la prova. Ecco perché le donne all'udire per la prima volta il Vangelo della Pasqua, scappano e non dicono niente a nessuno perché avevano paura. Sapete che quest'ultimo versetto del Vangelo di Marco nella liturgia non lo leggiamo nemmeno? Perché. Ci fa un po' paura anche a noi? Come mai l'annuncio della Pasqua non suscita immediatamente

testimonianza e corrispondenza? Forse abbiamo smarrito una consapevolezza fondamentale che invece nelle prime generazioni cristiane probabilmente era molto attestata, quello che suscita l'incarnazione di Dio e quindi anche la sua morte e risurrezione. Certo, è gioia, sorpresa, stupore, ma anche paura. Scandalo suscita gioia, perché sennò non si spiegherebbe come mai il cristianesimo si è propagato ovunque in modo anche così veloce.

Una notizia così bella come faceva a rimanere confinata? Dio ci ama e dona se stesso per noi, ma al contempo tutto questo. Non poteva che generare anche sconcerto o paura. Se la morte è sconfitta, se la nostra umanità è il luogo dove si manifesta la vita di Dio, noi possiamo vivere. Non c'è più nessuna scusa per noi. L'acceleratore lo possiamo schiacciare fino in fondo e questo ci crea un sacco di paure, perché noi volentieri staremmo nella corsia dove si va

sano e lontano anziché andare. Fino in fondo a percorrere il mistero e la sfida della nostra umanità. Questa resistenza, anzi questo tentativo di tornare indietro dopo aver udito la buona notizia, era una pratica invalsa già nelle prime comunità cristiane. Per questo si registrano in diverse lettere sferzanti appelli a fare attenzione dopo aver ascoltato il Vangelo. A non ricominciare a pensare come si faceva prima.

Mi meraviglio che così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo, voi passiate a un'altro Vangelo. Però non ce n'è un'altro se non che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. Ma se anche noi stessi, oppure un Angelo dal cielo, vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema.

Come siamo tutti. L'inizio della lettera ai Galati come mai delle persone, dopo essersi entusiasmate alla vita di Dio, al Vangelo, ricominciavano a pensare che le loro giornate si potevano costruire su piccole pratiche, su forme di rassicurazione molto più basse, molto più piccole rispetto alla vita secondo il Vangelo?

Perché la legge? Qualsiasi legge ci dà molta più sicurezza che non la libertà dell'amore, la libertà del Vangelo. Stamattina dicevamo che bisogna rinascere dall'alto, bisogna farsi guidare dallo spirito. Ecco, questa cosa è molto difficile, molto esigente. Perché vuol dire banalmente non sapere esattamente che cosa ci attenda, che cosa sia giusto fare o non fare. Vuol dire approfondire la fatica di mettersi a valutare le cose. Magari insieme a chi non la pensa come noi.

Esige una maturità relazionale, la voglia di parlare, ma soprattutto di ascoltare l'altro, magari proprio la voce di chi non ha mai capitolo, non ha mai voce in alcun capitolo. Capite? Tutto questo è molto esigente, ma questa è la vita secondo lo spirito, non realizzare ogni giorno dei piccoli schemi in cui noi ci sentiamo.

Al sicuro, perché abbiamo fatto delle cose che sappiamo essere magari gradite a Dio, ma fare la fatica di trovare, di cercare nella realtà continuamente che cosa è buono, che cosa è gradito davvero a Dio? Cioè iniziare le giornate sapendo che le cose più importanti non sono quelle che abbiamo già messo in conto di fare, ma quelle che scopriremo vivendo. Capite perché suscita paura il Vangelo? Perché è questo, è l'autorizzazione a vivere così. Non secondo la legge, ma secondo

la grazia. E la grazia va cercata continuamente. Per fortuna Ostolti Galati dice ancora Paolo, il capitolo tre chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato dal vivo Gesù Cristo crocifisso. Questo solo, vorrei sapere da voi, è per le opere della legge che avete ricevuto lo spirito o per aver ascoltato la parola della fede. Siete così privi di intelligenza che dopo aver cominciato nel segno dello spirito, ora volete finire nel segno della carne.

Sentite, non è un rimprovero, è un'esortazione a non abbandonare quella fiamma che ha messo in moto i nostri passi. Abbiamo cominciato ad abbracciare il Vangelo perché abbiamo visto l'amore di Dio nella croce del suo figlio. Perché ricominciamo a vivere per cose molto più piccole di questo. Paolo cerca di far leva su una legge molto più profonda di tutte le piccole leggi osservanze che ogni giorno ci possiamo dare, quella legge scritta nel nostro cuore, il desiderio di amare.

Questa è la legge scritta dal dito di Dio dentro di noi. Ma l'amore? Come stiamo dicendo, ci chiede di fare una cosa molto importante, che è mettere alla prova gli spiriti, cioè le cose che ci vengono in mente di fare. Questo è il è il campo di battaglia di ogni nostra giornata. No, ci alziamo e passiamo in rassegna tutte le cose che dobbiamo fare. Gli appuntamenti, le sfide e a volte II nostri discernimenti non sono secondo lo spirito di Dio, ma secondo quello che più

ci appaga, che più ci gratifica. Sempre San Giovanni scrive così. Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. In questo potete conoscere lo spirito di Dio. Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne è da Dio. Ogni spirito che non riconosce Gesù non è da Dio. Questo è lo spirito dell'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel

mondo. Ora lo spirito che riconosce Gesù venuto nella carne non è semplicemente quello che approva il credo di nicea e le formulazioni dogmatiche. Cerca la sua vera umanità, perché su questo credo che siamo tutti abbastanza soliti. L'adesione all'incarnazione del verbo è un atto esistenziale, non formale, non teorico, e io lo definisco sempre così. È una sorta di discernimento zero che noi dobbiamo fare all'inizio di ogni nostra

giornata, noi ci alziamo. E il primo discernimento, che verifica se abbiamo l'incarnazione dentro di noi oppure no, è riascoltare le parole che Gesù dice all'inizio del suo ministero, il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino. Nella misura in cui riusciamo a sintonizzarci con questa interpretazione della realtà,

siamo dentro l'incarnazione. Quando cominciamo a sospirare i tempi che non ci sono più OA guardare in avanti con con tristezza o con terrore, stiamo uscendo dall'incarnazione, non riusciamo più a renderci conto che il tempo è compiuto. Adesso il Regno di Dio è a portata di mano. Ora questo è il principio dell'incarnazione, inchiodarci alla realtà, alla storia, al tempo e accettare.

Che dentro questi confini avvenga il passaggio alla vita eterna in un momento del mio cammino umano ma anche vocazionale difficile, in cui tutto quello che oggi pomeriggio ho provato a dirvi non era per me facile crederlo. Ho fatto un giro in biblioteca perché a volte le parole scritte nei libri sono portatrici di salvezza ed è, come uscito dallo scaffale, un libro che non avevo mai preso in mano.

Un libro scritto da una mistica francese del secolo scorso di nome Madeleine Delbrelle noi delle strade in cui in quel testo cerca di lasciare un po' un testamento della sua intuizione vocazionale battesimale, di gente che non ha bisogno di chiudersi in un convento o da qualche parte, per vivere tutta la bellezza e la fierezza della propria consacrazione. E lei scrive così, noi altri,

gente della strada. Crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo, dove Dio ci ha messo, è per noi il luogo della nostra Santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manca, perché se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato. Ricordo che quando ho letto queste parole, tutte le nuvole che avevo in testa si sono come dissipate.

Mi sono seduto nel chiostro e mi sono fatto un piccolo pianto di consolazione, perché queste parole mi riportavano proprio al centro dell'incarnazione e del Vangelo. Niente di necessario ci manca, se ci mancasse Dio ce l'avrebbe già dato. Questa è la logica dell'incarnazione e la cosa impegnativa che ci chiede l'incarnazione è ricominciare sempre a credere che la realtà. Così com'è può essere vissuta, attraversata anche nella sofferenza, come il luogo dove Dio regna e dove avviene un

sicuro passaggio all'eternità. L'evidenza quotidiana è piena di smentite di tutto questo, guerre, malattie, situazioni umanamente spiacevoli, cambiamenti che ci tolgono la terra sotto i piedi. Eppure la sfida dell'incarnazione è proprio questa, vivere come se Dio fosse il padre di tutti e noi fossimo tutti fratelli e sorelle nella

nostra umanità. Del resto, se la vita non fosse questo, un mistero di eternità dentro una finitudine, il prezzo da pagare per vivere semplicemente sarebbe troppo alto. Nessuno riuscirebbe a farlo. Se Letta con fiducia, invece, la realtà e la storia umana racconta tutto il contrario. Amare. Amare fino alla fine non solo è possibile, ma è la scelta che tanti uomini e donne hanno fatto e continuano a fare, una sorta di canto incessante che accompagna l'avvicendarsi delle

generazioni umane. Ebbene, questo canto umilmente anche noi possiamo intonarlo con la nostra vita. Nella misura in cui accettiamo di non essere mortali, di essere mortali, ma anche nella misura in cui rinnoviamo la nostra fiducia che non siamo immortali, siamo però eterni memorie incancellabili nel cuore e nella mente di Dio.

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