Buongiorno e che sia un Buongiorno soprattutto per il Santo Padre, a cui va il nostro saluto, il nostro affetto e la nostra preghiera. All'inizio di questo giorno abbiamo passato la metà delle meditazioni, quindi inizia la discesa e cambia anche un po' sensibilmente il contenuto delle meditazioni. Abbiamo indugiato molto sulla
morte, sull'essere morenti. Ora prendiamo proprio sul serio l'appello che ci è appena stato rivolto dal signore nella lettura breve convertitevi, formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Convertitevi e vivrete. Ecco, cominciamo a riflettere sul serio sull'importanza di dedicarci con tutte le energie di cui il signore ci rende capaci a raccogliere l'invito a vivere.
E visto che ci troviamo in una condizione di morte seria, di cui abbiamo parlato lungamente, la possibilità che dobbiamo prenderci in base al nostro battesimo è proprio quella di rivivere, cioè di non accontentarci di portare avanti la nostra vita per come è, ma di approfondire sempre di più quella vita nuova che abbiamo ricevuto in Cristo. Per farlo entriamo in una scena evangelica. Che prendiamo sempre dal Vangelo di Giovanni, che ci sta un po'
accompagnando fin da ieri. Ed è il famoso incontro notturno tra Nicodemo e Gesù, questo fariseo che va di notte a cercare un dialogo con lui, si sente rispondere immediatamente queste parole, in verità, in verità io ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il Regno di Dio.
Nicodemo era andato con delle domande molto più semplici, ma Gesù accelera, come fa spesso nel Vangelo di Giovanni, e questo, visto che siamo in giorni di preghiera, dobbiamo un po' ricordarcelo e tenerlo ben presente. Quando preghiamo noi ci presentiamo a Dio così, con le nostre aspettative, con i nostri pensieri, con i nostri ragionamenti. E tante volte noi facciamo
subito questa lettura. No che nella preghiera viviamo delle distrazioni, non riusciamo a tenere il filo, il signore non ci ascolta, non ci risponde per come noi immaginiamo. Ecco, forse un livello più profondo di lettura delle nostre preghiere è che Dio rilancia e approfondisce, spesso con grande velocità. Noi ci facciamo un segno di croce, distrattamente lui cerca già di affondare.
La sua voce dentro il nostro cuore e noi ci sentiamo un po' smarriti, come Nicodemo. E che subito viene incalzato da questo ritmo profondo e tenta di stare in dialogo con Gesù per come gli è possibile. Ecco perché la preghiera non è facile, lo dobbiamo mettere. È facile all'inizio, poi quando entriamo un po' nella ripetizione e nella profondità. Noi tendiamo a scappare dal confronto con Dio, perché Dio ci
dice cose simili a queste. Se uno non rinasce dall'alto, non può entrare nel Regno di Dio. E allora noi lì cominciamo a guardarci attorno per vedere se c'è qualche altra notizia un po' più a buon mercato, perché questa è impegnativa. Oppure, come fa Nicodemo, tentiamo di accampare qualche scusa, come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?
E visto che qui non siamo più tutti giovanotti, credo che questa è proprio la nostra grande obiezione, no? Ogni volta che ci fermiamo ad ascoltare la parola di Dio. Ma cosa può volere il signore da me? È una vita che vivo, che mi conosco, che qualcosa di nuovo ci può essere. Diciamo questo non solo perché magari abbiamo già una certa età. Ma perché nella vita abbiamo maturato tutti un certo scoraggiamento rispetto alla possibilità di ricominciare
rinnovare i nostri giorni. Lo abbiamo fatto tante volte, ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo detto da domani questa cosa la cambio e qualcosa siamo anche riusciti a fare. Fortunatamente nella vita riusciamo anche a mettere in atto qualche programma, qualche strategia. Ma i risanamenti più profondi, quelle cose che ci accompagnano un po' da sempre, non siamo mai riusciti a toccarle fino in fondo, perché lì ci accorgiamo che non dipende solo da noi.
Certe trasformazioni, certi passaggi, dalla morte alla vita, non sono farina del nostro sacco, sono una grazia che il signore ci può donare. E noi tante volte non riusciamo ad accoglierla. È questo il motivo per cui tendenzialmente dopo un po' diventiamo statici, ci assestiamo no, su alcuni livelli, capacità che abbiamo maturato. E diciamo A noi e silenziosamente, magari anche a Dio, io sono arrivato qui, non mi cambiate ulteriormente le carte.
Noi frati facciamo tra i voti no anche un po' quello dell'itineranza, per cui ogni tot di anni siamo disponibili al cambiamento. All'inizio pensavo che questo fosse il voto più semplice. Più passano gli anni e più mi rendo conto che questa è la parte più impegnativa della nostra vita. La smobilitazione continua, accettare l'idea che si deve fare bagaglio e ricominciare e
ripartire. Ricordo una volta di avere ascoltato per un periodo della mia vita una donna che aveva il marito con problemi di alcol e lei mi raccontava che il suo desiderio all'inizio era quello di strappargli di mano queste bottiglie per non vederlo più soffrire, finché un giorno ha capito che non era sufficiente togliergli le bottiglie. Il marito doveva cambiare la mentalità, perché finché non cambia questa. Una bottiglia la si cerca sempre e questo è il problema del nostro.
Rinascere dall'alto vuol dire rigenerare proprio le radici della nostra vita, non cancellare degli eventi o dei gesti che potrebbero non essere appropriati, ma rinnovare profondamente il nostro modo di vedere le cose e quindi anche poi di viverle. Gesù non ha paura di continuare
in questa direzione. Rispose Gesù, in verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e spirito, non può entrare nel Regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne e quello che è nato dallo spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto, dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così e chiunque è nato dallo
spirito. Gesù senza esitazione dice che questo rinnovamento è un'opera di Dio, è un evento dello spirito e non bisogna troppo ragionarci né temerlo, perché è qualcosa che ci sta davanti, non dietro noi quando tentiamo di rinnovare un po' la nostra vita, di mettere qualche aggiustamento. In genere andiamo con la memoria. A quei momenti in cui ci è sembrato di aver fatto bene le cose, viviamo più di nostalgia
che di rinnovamenti. Ah, come pregavo quando ero al Noviziato, Eh. Intanto mi piacerebbe tornare a quei tempi, a quei modi in cui la mia preghiera si stabiliva con Dio. Ma mi rendo conto che è un'illusione. Il cambiamento non sta mai alle spalle, ma sta davanti. Ed è gestito da Dio, dallo spirito. Eppure noi abbiamo paura di abbandonarci a movimenti, a futuri che non dipendono da noi,
dal nostro controllo. Pensate anche come Chiesa, quanta fatica in questo cambiamento d'epoca stiamo facendo per accettare che lo spirito va in direzioni che non avevamo immaginato. Che tanti numeri sarebbero cambiati improvvisamente. Che la cultura sarebbe entrata dentro un frullatore e ci avrebbe posto domande a cui non sapevamo rispondere, che scenari economici, politici, culturali
ci avrebbero travolto? Quanta fatica ad accettare che tutto questo non sia né una colpa né una sconfitta, sia semplicemente un luogo nuovo dove Dio ci chiede. Di abbandonarci alla sua volontà. E vorremmo invece portare dietro tutte le tende, tutti i picchetti, tutti i bagagli che abbiamo accumulato nel tempo. E la smobilitazione è molto difficile. Eppure la vita ha bisogno di questo.
Una mistica. Simon Weil, che credo tutti conosciamo, nel commentare il padre nostro, dice che quando noi diciamo padre nostro dovremmo credere. Che il futuro sia vergine e intatto, altrimenti non stiamo pregando Dio. Se non crediamo che il domani sia un dono pieno, perfetto, a cui non manca nulla, dovremmo azzerare il conto di tutte le nostalgie quando preghiamo il
Dio vivo e vero. E questo credo che sia, visto che in questi giorni Maria ci ha accompagnato silenziosamente e poi la sera con il Rosario, il valore della verginità di Maria. Maria è vergine e noi ricorriamo a lei come tale proprio per questo, perché lei ci insegna a credere nel futuro, che il futuro sia nelle mani di Dio, non in quello che noi abbiamo saputo fare per lui, ma in quello che lui saprà fare ancora
per noi e per tutti. Infatti la replica di Nicodemo, guardate, assomiglia proprio a quella di Maria davanti all'angelo. Come può accadere questo tante volte nella preghiera? Se noi riuscissimo anche soltanto a arrivare a questa esclamazione, avremmo fatto una bella preghiera. Non se riuscissimo a capire, a dire al signore delle cose belle, ma a fargli la domanda importante, ma davvero mi stai dicendo questo?
Sorprenderci di fronte al fatto che Dio è vivo e ci parla di cose vive, risponde Gesù, tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose. In verità, in verità io ti dico, noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto, ma voi non accogliete la la nostra testimonianza se vi ho parlato di cose della terra e non credete? Come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo se non colui che è disceso dal
cielo, il figlio dell'uomo. E come Mosè Innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto. Ma abbia la vita eterna. Dio infatti non ha mandato il figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia
salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato perché non ha creduto nel nome della Unigenito figlio di Dio. Gesù spiega a Nicodemo che le cose stanno un po' come stavano un tempo nel deserto. Quando il popolo usciva dalla schiavitù, camminava verso la libertà. E nel viaggio difficile, temibile, comparivano questi serpenti che i padri hanno sempre riletto, come le passioni che ci assalgono durante la vita.
In quella circostanza bisognava alzare lo sguardo, guardare un simbolo, un serpente di bronzo, per ritornare a camminare verso la terra. Ecco, Gesù dice. Quelli erano esempi. Ora c'è la realtà. La vita per voi, per tutti, resta un attraversamento nel deserto in cui si ha enorme, enorme paura di morire. Lo abbiamo detto fino alla nausea in questi giorni. Ecco, durante questa paura cosa bisogna fare?
Volgere lo sguardo al simbolo che Dio ci ha lasciato, che non è +1 serpente di bronzo, ma il figlio innalzato sulla croce. Un tempo bastava guardare. Quel segno per noi oggi, grazie a Dio, bisogna vedere e credere. Capitano, ci hai chiesto questo per accedere alla vita eterna? Dio non ha salvato il mondo in un'altro modo, ha dato alla nostra libertà l'opportunità di credere al suo amore infinito. Questo è il grande esame da passare durante la vita, camminare, cadere, rialzarci,
fare quello che vogliamo. Ma non rinunciare al test più importante, chiederci in fondo al nostro cuore per chi verso dove stiamo camminando? E questo segno, la croce che infatti abbiamo cercato di mettere dappertutto. Ci vuole proprio ricordare questo e non dobbiamo vedere con troppa tristezza il fatto che questa croce sia stata tolta da
tanti luoghi dove era appesa. Perché forse questo ci ridà semplicemente l'opportunità di credere che forse quel segno possiamo essere anche noi nel mondo, non soltanto degli oggetti. Forse il mondo non vedeva più in quegli oggetti il segno dell'amore di Dio, ma lo può vedere in chi continua a crederci nel suo corpo, nel corpo di Cristo. Ecco questa esperienza di guardare un segno di amore e crederci.
E ricominciare a camminare lieti verso un destino di eternità era esattamente quello che vivevano i cristiani fin dalle origini, quando accoglievano la grazia del battesimo, entravano consapevolmente nel fonte battesimale, abbandonando una vita morente e abbracciandone una eterna, quella di Cristo. E questo sacramento non esigeva un'immediata svolta.
Certo, si chiedeva ai neofiti di dare dei segni che questa fede in Cristo era davvero cominciata, ma il segno del battesimo era la scelta forte, l'indirizzo di una vita verso un'altra direzione che era l'eternità nell'esperienza antica. Quando? Ci si immergeva nelle acque battesimali, ci si calava in enormi vasche che assomigliavano proprio a un sepolcro.
Ed era molto plastica l'immagine di un gesto che raffigurava una morte, i corpi che annegavano e poi una rinascita, emergendo dall'acqua, dicevano e testimoniavano una vita nuova e scendendo dai gradini, entrando nell'acqua, si annegava. Per incamminarsi verso una vita nuova, dando vita a un simbolo che oltre alla tomba, rappresentava anche una realtà
molto bella, un grembo. Era come se uomini e donne scoprivano che c'era un grembo nel mistero della Chiesa, dove si poteva entrare e uscire abbracciando un'esistenza rinnovata e si usciva da quel grembo e da quella tomba lasciandosi la morte alle spalle.
Cioè consapevoli che la morte come evento biologico rimaneva, ma come evento simbolico era ormai risolto, non era +1 problema da risolvere perché nella morte avevano incontrato il mistero di Cristo. Per loro credo fossero chiarissime delle parole che noi quando. Nel nuovo contesto in cui viviamo dobbiamo tentare di capire o peggio ancora, di spiegare. Facciamo sempre un po' fatica. Provo a leggere, sono talmente belle che non meriterebbero nessun commento.
Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte per mezzo del battesimo. Siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché. Come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente Uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della
sua risurrezione. Lo sappiamo, l'uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato. E noi? Non fossimo più schiavi del peccato, infatti chi è morto è liberato dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più, la morte non ha più potere su di lui, infatti egli morì e morì per il peccato una volta per tutte.
Ora invece vive e vive per Dio. Così anche voi. Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù. Quella notte Gesù non poteva dire tutte queste parole a Nicodemo, era ancora troppo presto. I tempi non erano maturi. Sarebbe stata necessario attendere la Pasqua di risurrezione, la formazione della prima generazione cristiana, il genio teologico di San Paolo.
E poi, soprattutto, l'evento della Pentecoste che avrebbe chiarito finalmente il grande mistero, per farci vincere la morte, Dio non doveva ricominciare la storia del mondo, era sufficiente farci scoprire che noi potevamo immergerci nel mistero del suo figlio e riprendere il cammino verso la vita eterna attraverso un rito che nel tempo avrebbe preso il nome di battesimo. Molti uomini e donne iniziavano a testimoniare al mondo che rivivere, rinascere è davvero
possibile. Ben prima del giorno della nostra morte alcune persone smettevano di essere semplicemente dei vivi e iniziavano ad essere dei viventi. E questo slittamento linguistico dice tutto quello che è forse la nostra conversione, non accontentarci di vivere. Ma preoccuparci di essere viventi non da soli, ma per Dio. In Cristo Gesù stiamo guardando un po' il battesimo ed è giusto accorgerci di dove ci troviamo.
Nel corso dei secoli c'è stato un certo indebolimento dell'efficacia di questo sacramento. All'inizio non ce ne siamo forse accorti, i numeri cominciavano a ridursi, almeno qui in Italia, e nell'Occidente cristiano, ma non destavano ancora grandi sospetti. Più recentemente stiamo osservando delle diminuzioni che stanno costringendo anche i più tenaci ottimisti a considerare attentamente le cose. Perché, possiamo chiederci,
hanno smesso? Di riscuotere così tanto successo dei gesti che abbiamo portato avanti per tanti secoli. La lettura più semplice è perché il nostro continente ha smarrito la fede. Ma la domanda davanti a questa lettura è, e perché ha smarrito la fede? Forse perché chi quella fede la incarnava aveva perso di convinzione, di smalto, di luminosità.
Per cui il rifiuto di qualcosa che non è ben testimoniato non è nemmeno un evento negativo e forse anche la richiesta silenziosa di offrire un segno più convincente. Quindi, in questo momento storico, credo che non dobbiamo leggere la diminuzione dei battesimi come un problema soltanto, ma come un appello che forse il mondo implicitamente,
indirettamente ci rivolge. Anche perché, al di là dei numeri e delle statistiche e della produttività della Chiesa, c'è in gioco qualcosa di molto importante che il Santo Padre, nel documento fratelli tutti, ha ricordato come compito delle grandi religioni, stiamo perdendo il trascendente, stiamo perdendo l'orizzonte della vita eterna. Questo è il vero problema, rischiamo di vivere troppo legati. A traguardi, a interessi, a
destini non ultimi ma immediati. E su questo credo che invece dovremmo riuscire a ritrovare nuovi punti di solidarietà, perché l'eterno invece interessa a tutti, il battesimo in questo momento no. Ma la vita eterna è senz'altro e pensate un po', la vita eterna era proprio. È proprio una delle parole con cui noi possiamo iniziare il rito del battesimo. Che cosa chiedi alla Chiesa?
La vita eterna. E non è un caso che le persone che ritrovano la fede in questi giorni, in questi decenni così complicati, vivano spesso proprio dei momenti di risveglio, di risurrezione interiore che poi devono ancora incontrarsi, magari con il patrimonio della Chiesa, con il sapere teologico e spirituale, però, mentre alcuni riti sembrano non funzionare più. Ecco che le persone vivono proprio passaggi, momenti di illuminazione e di rigenerazione
di cui hanno profondo bisogno. Allora credo che dobbiamo semplicemente trovare il modo di ricollegare domanda e offerta le cose che succedono e i tesori che noi abbiamo a disposizione per metterci a servizio della felicità del mondo. Ora, in cosa consiste questa possibilità che il battesimo dischiude a chi lo accoglie? Ascoltiamo le parole di Gesù che ci ricorda quali sono le condizioni per poter cominciare una vita nuova, una vita dall'alto.
Chi ama o padre o madre più di me non è degno di me. Chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me. Chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà. E chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà. Gesù non intende dettare delle condizioni a qualcosa che è un dono gratuito, vuole solo illustrare quali sono le conseguenze imprescindibili per chi decide di seguirlo nel viaggio verso la vita eterna.
Si tratta di relativizzare tutti quei legami di sangue in cui la nostra umanità ha cominciato a prendere forma. Il maggior amore da riservare a Cristo non è una pretesa di cui Dio ha bisogno per donarci la vita eterna. Serve a noi assumere seriamente Cristo e la sequela per capire che è l'unico modo per camminare verso l'eternità già in questo mondo. Lasciarci alle spalle tutte le cose che ci hanno sì iniziato a generare, ma non possono darci la vita vera, la vita definitiva.
Questo era il dubbio di Nicodemo, ma come faccio io? Dove sta questa vita che nasce dall'alto di cui mi parli? E Gesù diceva, Vieni, seguimi, non continuare a pensare e basta. Non sta dentro la tua testa, la risposta sta fuori. Nel soffio dello spirito, Gesù su questi punti era estremamente insistente. Vi leggo un'altro passaggio. Ora, nel Vangelo di Giovanni, chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.
Nei Vangeli e nel nuovo Testamento è come se si parlasse di due vite che noi abbiamo. C'è la psiche. Il bios, la vita biologica, psichica, psicologica, la vita umana, quella di cui in genere massimamente parliamo, ne parla tutta la nostra scienza moderna, come siamo fatti, cosa pensiamo, cosa sentiamo? Stiamo finalmente esplorando tutto questo livello con grande competenza.
Va benissimo, ma questo è un pezzo della nostra vita, una dimensione del nostro esistere, quello che siamo, quello che sentiamo. Quello che desideriamo. Quando Gesù dice di odiare, questo non significa di disprezzarlo, di trascurarlo di o di non prendersene cura. Anzi lo dobbiamo fare, ma di accorgerci che c'è un'altro livello che è la Zoe nel nel lessico di Giovanni c'è un germoglio di nuova vita che non vuol dire vivere in modo strano
o estraneo alla nostra umanità. Ma è come se potessimo iniziare a prenderci la libertà di seguire altre logiche, pur restando pienamente umani come siamo. La potremmo dire anche così, in termini molto semplici, smettere di vivere come persone infantili e iniziare a vivere pienamente come persone adulte, smettere di prendere la vita e possederla. Iniziare seriamente a darla, capite?
In questi termini non sembra così strano tutto il discorso di Gesù, chi odia la propria vita, cioè chi smette di vivere per se stesso, la troverà già in questo mondo, in un orizzonte più grande. Qualche anno fa, e ormai gli anni credo che siano quasi 26, uscì un film di nome Matrix. Un film di fantascienza dove si raccontava un po' questo. La vita che noi vediamo non è reale, è un grande Matrix, è una
grande simulazione fatta dai computer. 26 anni, 26 anni fa questa era fantascienza, oggi sta diventando la realtà. Quello che noi vediamo non è esattamente reale, è frutto di un digitale, di una produzione informatica. C'è la possibilità di svegliarsi, di accorgersi di questo scenario prendendo una pillola, che è quello che accade al personaggio principale di questo film, e scoprire che la
realtà è ben diversa. Quest'uomo prende questa pillola e si accorge di essere come una batteria umana dentro un grandissimo ingranaggio che succhia le sue energie vitali. Se volete è un po' la rivisitazione moderna del mito della caverna di Platone. Vi ricordate, no, che gli uomini vedono le ombre dentro una caverna che non è ancora la realtà. Sono le ombre della realtà. Ecco, quando Gesù e tutte le volte che la scrittura usa questo linguaggio dove si contrappone una vita a un'altra?
È questo che si vuole dire, non guardare alle ombre, ma cercare di cogliere la realtà già presente. Scoprirci figli di Dio, perdonare gli altri, amare i nemici, trovare gioia nella povertà e nella debolezza, porgere l'altra guancia a tutte le cose assurde che Gesù raccontava. Non erano un modo strano o impossibile di vivere la nostra umanità, erano le parole di qualcuno che davanti agli occhi non aveva le ombre, aveva la realtà, aveva la realtà di Dio padre del Regno di Dio e della
vita eterna. E allora indicava questi gesti, per noi molto impegnativi e costosi, come dei gesti pienamente umani in cui la nostra umanità manifesta la sua pienezza. Quando noi avvertiamo in queste parole di Gesù qualcosa di troppo duro, di troppo difficile, di troppo, impossibile non è perché Gesù ci sta chiedendo di fare cose folli, ma è perché noi non vediamo l'orizzonte di eternità. Dentro cui questi gesti potrebbero iscriversi, se volete, l'esempio più semplice è
quello di un martire. Perché un martire, come accadeva spesso nei primi secoli davanti a chi lo sta per uccidere, dice uccidimi pure perché ha davanti agli occhi la vita eterna. Non perché è bravo, non perché è un eroe. Capite allora? Quanto è decisivo quello che abbiamo provato a mettere in questi giorni come fondamento
del nostro pregare? L'orizzonte della vita eterna è ciò che ci consente di leggere e di comprendere la parola del Vangelo. C'è un'ultima immagine che può riassumere tutto e forse riconsegnarci l'appello di questa mattina, in termini profondamente umani.
Perché Gesù? Prima di salutare i suoi discepoli utilizza un'immagine che è quella del parto, la donna quando partorisce è nel dolore perché è venuta la sua ora, ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più della sofferenza per la gioia che è venuto al mondo. Un uomo così. Anche voi siete ora nel dolore, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno. Potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete
più nulla. La metafora del parto intesa in relazione alla vita eterna ci suggerisce che per entrare in questa modalità di vita di cui parla il Vangelo, la sofferenza è inevitabile. Ma se noi la assumiamo e la interpretiamo come la fase di un parto. Ecco che allora siamo tutti in grado di compiere qualcosa che diventa a questo punto partorire noi stessi il meglio della nostra umanità secondo il Vangelo. Questo è il gesto di conversione difficile da fare.
Convertitevi e vivrete cosa significa partorite finalmente il figlio di Dio che è in voi. Quel corpo di vita nuova che tra l'altro è già entrato nelle acque del battesimo, quindi è già pronto, è già capace di vivere tutto quello che il Vangelo dice. Si tratta soltanto di dargli l'autorizzazione a fare quello che Dio vuole e desidera da noi. Per noi figli di San Francesco c'è un'immagine molto forte che riassume tutto questo e ogni volta che io la riprendo o ci
ripenso. Mi accorgo che è un gesto che non si compie mai una volta per tutte nella vita. Mi riferisco a quando Francesco di Assisi, nella piazza della sua città, si spoglia davanti al padre di fronte al vescovo e dice queste parole, d'ora in poi non dirò più padre Mio, Pietro di Bernardone, ma dirò padre nostro che sei nei cieli. In quell'immagine così densa, così forte possiamo riconoscere. I momenti di conversione autentica e di validazione del battesimo che noi siamo chiamati a vivere.
C'è sempre qualcosa a cui dobbiamo dire addio delle abitudini, lo zucchero nel caffè, tutte le cose che sostengono un pochettino. La nostra vita da tanti, da tanti anni, da sempre. Sono le abitudini che abbiamo preso, sono i Conforti. Psicologici interiori a cui ci siamo abituati per vivere, che però ci accorgiamo anche che sono dei limiti, perché ci impediscono di prendere tutta la nostra libertà, guardare Dio come padre e provare a fare la
sua Santa volontà nel mondo. Invece noi possiamo sempre, ogni giorno prenderci la libertà di essere un po' meno noi stessi, secondo la natura. E diventare un po' più noi stessi, secondo la grazia di Dio. C'è sempre una piccola soglia, un piccolo passo di avanzamento
che possiamo fare. Ed è questa la fatica della conversione, riuscire a scorgere dove il signore ci chiede di riconoscerlo come autentico padre e di incamminarci verso la vita che lui non solo desidera, ma può donarci una vita eterna.
