Siamo morti a causa del peccato, ma siamo soprattutto vivi in eterno e se restiamo nella volontà di Dio, la seconda morte può non farci male, alcun male. E la vita eterna non verrà come un ladro. Perché forse poi questo sarà la grande sorpresa che quello che noi temiamo, venire come un ladro, in realtà sarà il dono definitivo che saremo pronti ad
accogliere. Per incamminarci verso questa grande responsabilità che Dio ci ha affidato, dobbiamo però abbandonare un modo di guardare a noi, alla vita del mondo, secondo uno schema un po' troppo semplicistico che divide la realtà in due, i vivi e i morti. Anche se noi abbiamo tante altre categorie nomenclature con cui definiamo la nostra vita e quella degli altri, questo modo di ragionare entra un po' anche nella nostra mentalità religiosa.
Tante volte ci sono i vivi che saremmo noi e poi ci sono i morti, quelli che sono già passati da questo mondo al padre. Tuttavia, mentre portiamo avanti questo schema con cui tutti facciamo un po' i conti.
Ci accorgiamo di una cosa molto singolare, che in realtà ogni volta che la morte la dobbiamo nominare perché qualcuno muore, siamo noi, i vivi, a sperimentare un certo disagio nei confronti di qualcosa che per chi è morto non è +1 problema perché è morto, mentre per noi che siamo ancora vivi lo è ancora perché ci fa da specchio. Vediamo davanti a noi la grande paura.
Il grande problema che non abbiamo ancora finito di risolvere o di affrontare, cioè la morte smette di essere un problema per chi ci ha lasciato, mentre lo è ancora per noi che, pur continuando a definirci vivi, abbiamo però un legame con la morte non ben chiarito. Ricordiamo tutti il linguaggio che utilizzavamo e che ascoltavamo nel periodo della pandemia. Qual era la narrazione delle morti? Con quale lessico, con quale linguaggio avveniva? Quante persone sono state
stroncate oggi? Quando contavamo il numero delle vittime? Sono morti oggi? Era tutto un modo di guardare a quel punto a noi distante, attraverso un lessico che tradiva una certa paura o perlomeno un certo disagio. Segno che questa divisione così netta. Tra vivi e morti, forse non è la descrizione più autentica della realtà.
Per entrare in questo mistero, proviamo a rievocare un episodio del Vangelo. Innanzitutto lo troviamo al capitolo 11 del Vangelo di Giovanni e lo conosciamo tutti molto bene, perché è la risurrezione di Lazzaro. Così passa in genere questo racconto, anche se sappiamo bene che il quarto Evangelista preferisce parlare di segni, non di miracoli, guarigioni o risurrezioni. La storia è nota, ma vale la pena riassumerla. Lazzaro, fratello di Marta e Maria, è gravemente malato.
Le sorelle informano Gesù, il quale indugia attende. Si dirige a betania solo quando. L'amico è morto prima di richiamarlo alla vita incontra le sorelle che in lacrime esprimono la loro angoscia. È chiaro che né Marta né Maria riescono ancora a credere fino in fondo che Gesù sia la vita e la risurrezione. Anche l'umanità di Gesù si scuote davanti al cadavere di Lazzaro, piange per il suo
amico. Davanti alla tomba, con un grido rivolto a Dio, Gesù comanda a Lazzaro di uscire dal sepolcro, il defunto esce ancora avvolto in fasce e bende viene slegato e lasciato andare. Ora, se questo racconto è un segno, non è soltanto la cronaca di un prodigio, dobbiamo farlo diventare anche noi tale. Che cosa ci segnala questo episodio? Dove ci sposta lo sguardo?
Si potrebbe iniziare proprio dal finale, dove c'è un dettaglio molto insolito, un morto che sembra capace di fare tutto quello che gli altri non sono capaci di fare, cioè riconoscere la presenza di Cristo e ascoltare la sua parola di vita eterna. Lazzaro lo fa, gli altri no, gli altri sono spaventati davanti alla morte. Accade quello che raccontavamo oggi, nella immagine delle ossa inaridite che ascoltano la voce del profeta e si rianimano. Ecco, è quello che accade a Lazzaro.
Lui, il morto, uno che per definizione non ha più né capacità di sentire né di volere, ascolta e obbedisce. Beh, i due grandi obiettivi della nostra vita di tutti i
giorni. Sembrano gli altri protagonisti del racconto ad avere invece una difficoltà che ora proviamo a esaminare, a partire proprio dalle sorelle Marta e Maria, che ripetono a Gesù la stessa Filastrocca che anche noi conosciamo, abbiamo nella bocca, abbiamo nel cuore, signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Queste parole verbalizzano una specie di assioma che abbiamo tutti in mente, se Dio è presente, allora alcune cose non
devono accadere. Questo è il motivo per cui tanti non credono. Ma questo tante volte è anche il modo in cui noi crediamo. Se Dio c'è e allora deve fare qualcosa. Questo modo di pensare, molto diffuso tra credenti e non credenti, in realtà richiama un modo di parlare che nei Vangeli potrebbe essere addirittura
quello del tentatore. Abbiamo tutti celebrato la prima domenica di Quaresima, quindi ce l'abbiamo ancora nelle orecchie la voce del nemico, se tu sei davvero figlio di Dio, allora deve accadere questo e quest'altro.
È proprio così. La dinamica l'ipotetica del nemico, un'ipotetica del ricatto o del riscatto e che insinua nel nostro cuore, approfondisce, conferma, rafforza l'immagine di un Dio forte, potente, invincibile, che non deve conoscere né sconfitta, né dolore, né morte, perché questa è la nozione di Dio difficile. Da togliere dal nostro lessico
interiore. E se ci pensiamo bene, questa voce, che nei Vangeli sinottici di Matteo e di Luca appare nelle tre formulazioni paradigmatiche delle tentazioni, nel Vangelo di Marco, che probabilmente è la forma più autentica di entrambe le altre due versioni dei Vangeli, risuona invece sulle labbra dei suoi amici. Marco, proprio a metà del Vangelo, racconta le tentazioni di Gesù. Per bocca di chi? Di Pietro, signore, questo non ti deve accadere. Se tu sei veramente il figlio di
Dio, evitiamo questo finale. E Gesù lo rimprovera e lo rimette dietro a sé, mettiti dietro a me. Satana non deve sembrarci così distante. Da quello che diciamo, da quello che ascoltiamo. La voce della tentazione. Perché la voce del tentatore è tante volte semplicemente il nostro buon senso, la ragionevolezza con cui diciamo e descriviamo tante situazioni
della vita. Siccome abbiamo tutti paura delle stesse cose, diventiamo anche solidali in questo modo di neutralizzare la vera immagine di Dio. E modificarla con una in cui la sofferenza, la malattia, la morte non deve esserci. Potremmo porci una domanda, ma qual era la malattia di Lazzaro? Non viene detto, si dice soltanto che era affetto da una grande debolezza, non si sa quale. Però si dice che alla fine la guarigione da questa malattia è che Lazzaro viene sciolto da
bende e fasce. Che lo tenevano legato. Quindi non sappiamo bene qual è la malattia, ma alla fine scopriamo qual è la guarigione, lo scioglimento. Lazzaro alla fine non è più avvolto in un bozzolo, è libero, può ascoltare finalmente la voce di Dio e camminare nella sua libertà. Possiamo fare un'ipotesi? Tanto siamo in un clima di esercizi. Per fortuna EE non è. È una Commissione teologica,
questa? E se la malattia che teneva legato Lazzaro fosse la paura di vivere, quella paura che purtroppo viene veicolata, rafforzata, proprio all'interno dei legami più familiari, più immediati, che abbiamo? Era un maschio tra due sorelle. Lazzaro Eh 1 1 situazione.
In cui c'era anche qualcosa di difficile da portare avanti in quanto essere umano maschio con accanto 2 2 sorelle di sesso diverso è solo un'ipotesi, ma ci permette di pensare a situazioni che tutti un po' conosciamo, genitori eccessivamente protettivi, figure di autorità un po' timorose, educatori
ansiosi o ansiogeni. Non abbiamo tutti un po' di esperienza di questo clima in cui la vita fa fatica a fiorire e tutti ci sentiamo giorno dopo giorno, come un po' avvolti da bende che ci impediscono di essere un po' più noi stessi e sempre un po' più invece quello che ci si aspetta da noi, in un clima di aspettative, di sensi, del dovere eccetera? Ecco, forse era qualcosa del genere, la malattia di Lazzaro, che lo teneva legato e paralizzato.
Si sentiva ingabbiato, controllato, oppresso da cumuli di aspettative, come un corpo troppo fasciato che non può compiere i suoi movimenti naturali. In questa prospettiva possiamo intendere la malattia di Lazzaro come una paura di vivere che forse è ben più grave e ben più
profonda della paura di morire. Perché è quella mancanza di libertà, di sensibilità, di creatività con cui tante volte noi andiamo avanti giorno per giorno, vivendo sì, ma senza poter esprimere quello che è il meglio della nostra umanità. Allora, in questa prospettiva, il segno per loro e per noi non sta tanto nel fatto che Lazzaro sia risorto. Ma che i veri morti non erano quelli dentro il sepolcro, ma quelli che stavano fuori. E questa lettura, guardate, non
è così singolare. Perché se pensate al segno del cieco NATO, questo è proprio il finale, quando Gesù cerca di dire, ma forse i veri ciechi siete voi, non lui, che ora ci vede. La prima persona a cogliere questa consapevolezza è proprio Marta, a cui Gesù rivolge una domanda, io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno.
Credi tu questo? Gesù cerca di parlare con i veri morti per vedere se riescono anche loro a udire. La parola di vita eterna di cui lui è portatore. In questo racconto credo che riusciamo tutti a capire come credere alla vita eterna è qualcosa di cui abbiamo assoluto bisogno oggi, non in punto di morte. La vita eterna è necessaria per poter vivere. Come facciamo ad abbracciare? La nostra vita, la nostra vocazione, senza l'orizzonte dell'eternità già presente.
È chiaro che prima o poi la benzina finisce. È il minimo che ci possa succedere, cercare di essere noi stessi fino in fondo, davanti a Dio, senza vedere l'eternità. È chiaro che poi si cade nello schematismo, nella paura, nello scrupolo, nella ripetizione arida di gesti, parole in cui non possiamo più. Donare noi stessi.
Marta non è ancora morta, però si trova in quell'ombra di morte, per cui preghiamo tutte le mattine il Cantico del Benedictus per venire a visitare quelli che si trovano nell'ombra della morte. E allora Gesù cerca di portarla fuori da quest'ombra, metterla nel fascio di luce della vita eterna. E ottiene questa risposta, sì, o signore, Io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio, colui
che viene nel mondo. Posto in questi termini, il segno di Lazzaro può diventare una provocazione per noi che ci invita a riflettere su cosa siamo, siamo i morti di domani o
siamo i viventi di oggi? Abbiamo iniziato a credere che la vita eterna, il signore Gesù, è qui ora, cioè la vita eterna sta mettendo ali, passione, creatività, amore al nostro modo di vivere, oppure anche noi, come Lazzaro, ci sentiamo avvolti in una spirale di doveri di necessità senza poter dispiegare davvero le nostre ali? E prendere il volo della nostra vita. In una parola, siamo morenti, ancora o già viventi. Questa non è una domanda, una domanda teorica o emozionale.
Non si tratta di dire se siamo ottimisti o pessimisti, se vediamo il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Si tratta di verificare dove stanno le radici della nostra speranza. Il segno di Lazzaro scava nel profondo del nostro cuore e questo devono fare i segni del Vangelo, illuminare le fondamenta del nostro cuore e rivelarci se le radici sono rivolte verso Dio oppure no. Passiamo ora a un'altro episodio, perché qui, nel caso di Lazzaro, il morto non fa quasi nulla.
Tutto accade per iniziativa di Gesù. E con la forza della sua parola. Ma c'è un'altra scena, simile a quella di Lazzaro, ma per certi versi molto diversa, che ci ricorda che se vogliamo anche noi vivere questa esposizione alla voce di Dio e alla vita eterna, dobbiamo trovare il coraggio di esporci e di andare incontro al signore, come fa una donna nel Vangelo, che sembra animata dalla dalla fiducia, dalla speranza quasi disperata. Che la vita possa avere ancora
qualcosa da offrirle. È quella donna di cui parla il Vangelo di Marco, la famosa emorroissa, ora una donna che aveva perdite di sangue da 12 anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando. Udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti. Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata. Decifriamo subito i simboli. 12 sappiamo che per la Bibbia è un
numero che indica pienezza. Il sangue è la vita per cui questa donna da sempre perde la vita. La sua malattia è è universale. È quella che kierkegaard chiamava la malattia del vivere, è semplicemente la nostra condizione umana di fragilità. E la sua situazione ci descrive così bene, perché anche noi, come lei, conosciamo questo meccanismo di difesa dalla morte. Spendiamo tutte le energie, a volte anche tutti i soldi. Per fare che cosa? Per tamponare questa emorragia.
Con cosa? Con i medici, con le medicine che troviamo nella realtà, che tante volte sono soltanto gli idoli a cui ci attacchiamo per avere un po' di stabilità. Ma è tutto inutile. Questa donna come noi le prova tutte, ma nessun muro riesce a reggere davvero il peso. La gloria della sua vita, e quindi il sangue continua a scendere. Viviamo in un mondo splendido oggi, ma mai come oggi una fucina di idolatrie. Oggi per un giovane è molto più difficile schivare gli idoli.
Perché ne nascono un numero incalcolabile? Ogni giorno false promesse di vita nelle quali si è tentati di trovare rifugio. Questa donna prova a fare quello che ha fatto già tante altre volte, però questa volta non incontra un idolo, ma il figlio di Dio e le cose vanno diversamente. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era stata guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo, chi ha toccato le mie vesti? I suoi discepoli gli dissero, Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici, chi mi ha toccato? Egli guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo, ciò che la donna sperava avviene, il sangue si ferma. Tuttavia anche Gesù. Sperimenta qualcosa, sente che qualcuno lo ha toccato in un
modo diverso. Ci sono proprio due verbi diversi, per la folla che si stringe attorno a Gesù, quasi schiacciandolo, e per questa donna che invece lo tocca con la delicatezza della disperazione e della vera fede. Tante volte si dice no, ma come si fa a pregare? Che cos'è la vera preghiera? È un esercizio di misura. La vera preghiera è quella che riesce a toccare il cuore di Dio in un certo modo, con una certa forza, ma anche con una certa
libertà. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse, figlia, la tua fede ti ha salvata, va in pace e sii guarita dal tuo male. Gesù sembrava aver fatto una cosa un po' indelicata, guardare e cercare questa donna che già era imbarazzata da tutta una vita e sembra metterla in un'ulteriore imbarazzo. E invece vediamo nel finale del racconto che Gesù stava cercando soltanto di condurre questa
donna a piena salvezza. E la sua strategia funziona. Superando la vergogna e l'imbarazzo, questa donna avanza tra la folla, crolla i piedi di Gesù e c'è scritto così, EE gli disse tutta la verità, un'espressione sintetica in cui forse dobbiamo leggere qualcosa più del sono stata io. Forse questa donna finalmente riesce a raccontare quei 12 anni terribili in cui ha sofferto, in cui si è sentita sola, in cui non è mai riuscita a riprendere in mano la sua vita.
Questa è tutta la verità che quella donna si sente libera di raccontare a Gesù, il mistero della sua vita che non aveva mai raccontato fino in fondo a nessuno. Questo è l'incontro con Dio di cui ci parlava ezechiele. Questa mattina io aprirò i vostri sepolcri. Ecco il momento in cui avviene, capite? Non è magia, non è passività assoluta. Ma è il nostro desiderio che incontra il desiderio di Dio e
la salvezza. È proprio uscire finalmente dal recinto della vergogna, permettere a quelle cose che trasciniamo nel viaggio della vita, come i nostri segreti inconfessabili, le nostre paure recondite, portarle finalmente alla luce e tornare a quell'immagine di speranza di genesi. Erano nudi e non provavano vergogna. Essere salvi non vuol dire essere guariti, ma vuol dire essere liberi, anche di manifestare noi stessi fino in fondo. È quello che Gesù riconosce a questa donna.
Prima era soltanto guarita, ora è salva. Perché? Perché ha potuto dire finalmente tutta la verità. L'esperienza che ha fatto questa donna noi la assaporiamo in tanti episodi della nostra vita. È bello quando leggiamo un libro. Quando siamo magari ragazzi e troviamo nelle storie scritte prima di noi qualche frammento di noi stessi, è già come un po'
poterci riconoscere. È terapeutico parlare tra amici, confidarsi cose che non si direbbero ad altre persone un livello più profondo di guarigione. Lo otteniamo magari anche con un cammino psicologico dove finalmente usciamo da certi labirinti di colpa in cui per tanti anni viviamo. Per i credenti c'è una possibilità in più di vivere questa esperienza di cui parla il Vangelo, dialogare con un fratello, una sorella, un padre o una madre spirituale, in cui si riconosce la mediazione di
Dio possibile. Dobbiamo riconoscere che lungo i secoli questa occasione è stata condensata, a volte forse un po' confinata nel sacramento della confessione, dove sappiamo di poter andare e dire tutta la verità. A qualcuno che quella verità non la dovrà dire mai. A nessuno, sapendo che questo è una consegna che noi facciamo a Dio stesso. Ora, la validità di questa prassi è indiscutibile, figuriamoci se possiamo mettere in discussione qualcosa di così bello e consolidato come il
sacramento della penitenza. Tuttavia, dovremmo chiederci se il modo in cui ci accostiamo. Ho visto che siamo tanti di noi sacerdoti, facciamo accostare le persone a questo momento. Offre davvero un'esperienza di salvezza e di eternità. Se è vero che in un confessionale possiamo entrare in qualsiasi condizione ci troviamo, anzi peggio, peggio stiamo EE più bottino possiamo fare, è altrettanto vero che non dovremmo mai uscire da un confessionale senza.
Un cuore arricchito di speranza. Non possiamo entrare e uscire allo stesso modo. Quando ciò non accade. Certo potremmo dire, non ho trovato il confessore giusto, forse domani il signore me lo donerà. Però potremmo anche chiederci, se la nostra fede è viva, perché Gesù dice a questa donna, la tua fede ti ha salvato? Le mediazioni sono importanti, gli incontri sono necessari.
Però poi nella vita dobbiamo avere il coraggio di verificare quanto noi stiamo credendo a quello che Dio da tanto tempo forse continua a dirci. Continua a sussurrare al nostro cuore, perché possiamo aspettare sempre che i miracoli accadano e che Dio prenda l'iniziativa di fare qualcosa. Ma il più grande miracolo della nostra vita lo dobbiamo fare anche noi. È la nostra fede che ci può
salvare. Allora concludo questa meditazione con un invito, Eh, per questi giorni siamo qui, perché dovevamo essere qui io per primo, qualcuno di voi magari poteva anche assentarsi, io ci dovevo essere per forza. Alcune cose che ci capitano sono scritte sul calendario e le dobbiamo fare persino la preghiera, persino gli esercizi
spirituali, però. Abbiamo sempre la possibilità di rompere un po' il cerimoniale di Corte, lo schema e perché fra un po' gli esercizi finiranno, li avremmo fatti, ci stringeremo la mano, ci diremo grazie perché in questi giorni non prenderci la libertà di tirare fuori davanti a Dio, magari anche a noi stessi, tutta quella verità che da un po' di tempo portiamo dentro di noi e non riusciamo a manifestare alla luce.
Magari anche cose semplici, magari semplicemente raccontare a Dio che siamo un po' stanchi, che facciamo fatica a credere, che facciamo fatica a indossare i panni, i ruoli che abbiamo scelto per amore di lui, della Chiesa e del mondo, che abbiamo ancora un po' paura degli altri e vergogna di noi stessi, ma anche che a questa vita eterna abbiamo iniziato a crederci. E vorremmo essere aiutati a crederci un po' di più, perché
da soli non ce la facciamo. Ecco, forse questa potrebbe essere la verità che che tiriamo fuori, il nocciolo che sputiamo in questi giorni di preghiera. Perché la preghiera, ricordiamoci, deve essere anche un passo di fatica che facciamo. Non perché Dio abbia bisogno di vederci affaticati, ma perché per noi è sempre faticoso dire la verità.
Una donna un giorno lo ha fatto facendo anche leva sulla forza della sua disperazione e ha compiuto un salto nella fede che noi oggi leggiamo e ascoltiamo come Vangelo. Si è immersa nella misericordia di Dio, si è riscoperta sua figlia e da morente ha iniziato a diventare vivente. Che Dio conceda anche a noi di poter compiere in questi giorni santi di preghiera questo passo di salvezza.
