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fr. Robero Pasolini - La speranza della vita eterna #4

Apr 01, 202527 min
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Corso di Esercizi Spirituali guidato da padre Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, sul tema “La speranza della vita eterna”.

Transcript

Buongiorno a tutti, ma il saluto più caro lo rivolgiamo al Santo Padre a cui ieri è stata sciolta la prognosi e sappiamo essere in comunione di di preghiera e di ascolto con noi e ci auguriamo che questo tema della vita eterna ecco sia la medicina in più per questi giorni per lui così particolari e di prova. Oggi resteremo ancora un po' sul tema della morte. È l'ultimo giorno in cui cerchiamo di approfondire bene

questo aspetto così delicato. Come dicevamo già del nostro vivere in questo mondo, ieri abbiamo toccato il dato così caro alla nostra tradizione dell'essere già morti a causa del peccato. Una situazione di cui però abbiamo sempre una parziale consapevolezza. Non riusciamo a riconoscerla e ad accettarla fino in fondo.

Al punto, dicevamo ieri, che passiamo la maggior parte dei nostri giorni a pensare di essere sbagliati, più che di essere morti, indugiamo più sulla colpa che non sullo stato di morte in cui si trova la nostra anima. E questo non è un problema soltanto di qualcuno di noi. Di singoli può essere anche un problema di noi.

Come chiesa sappiamo bene di poter essere stati nei secoli e di poterlo essere ancora un luogo più attento all'errore che non al dolore, un luogo più simile a un tribunale che non a un ospedale da campo, come il Santo Padre invece ci ha ricordato in questi suoi anni di pontificato. Vediamo allora, in questo stato di morte in cui noi ci troviamo a causa del peccato, che cosa accade, che cosa accade a noi e che cosa Dio cerca di fare per venire a salvarci.

Sarebbe bello trovare nella Bibbia Sfogliandola racconti che ci dicono come gli esseri umani si sono riconciliati in fretta con questa condizione, non solo di essere mortali. Ma di essere in qualche modo già morenti. Come dicevamo, purtroppo la storia, anche la nostra

personale, procede lentamente. Quindi vediamo nella saga dei patriarchi, nel cammino di liberazione dell'esodo nell'ingresso nella Terra Santa, poi nel tempo della monarchia di Israele, l'immagine di un'umanità che prova a mettere in alleanza con Dio questa vita. Destinata all'eternità e pure segnata dalla morte. E le cose non procedono in modo lineare. Il popolo oscillerà continuamente tra opposti, tra fedeltà e idolatria, tra compassione ed egoismo, tra generosità e codardia.

La storia di Israele, con tutte le sue luci e le sue ombre, diventerà nei secoli sufficientemente rappresentativa. Di ogni procedere umano, manifestando che vivi lo siamo ancora, certamente, eppure non riusciamo a stare dentro la terra dove la vita è promessa per sempre. Dio ha affidato, in particolare ai profeti, lo dicevamo già, il compito di scuotere il torpore di un popolo di noi che facciamo fatica a renderci conto di questa situazione in cui ci troviamo.

Una delle voci più incandescenti di questa letteratura profetica è senza dubbio quella di ezechiele, un profeta che appartiene alla classe sacerdotale e che ha suddiviso la sua predicazione in due parti, prima in Palestina fino alla caduta di Gerusalemme nel 587, e poi in Babilonia, dove è costretto a raggiungere gli esuli.

Il suo ministero profetico, lo sappiamo e lo ricordiamo tutti, probabilmente dai nostri studi, è caratterizzato da numerosi gesti simbolici molto forti, con i quali il profeta cerca di destare il popolo dal suo torpore, e poi da alcune visioni pittoresche con cui forza l'immaginazione dei suoi ascoltatori, fino a dilatare l'orizzonte della speranza nella seconda parte del suo libro. Il profeta fornisce proprio delle visioni sul futuro di Israele, nonostante il tempo

presente molto difficile. È in questa sezione che troviamo le profezie più belle e giustamente celebri, come per esempio quella del cuore nuovo. Al capitolo 36 vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati. Io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.

Questo trapianto di cuore non sarà per nulla facile da realizzarsi, anche perché sappiamo bene che. La premessa necessaria a qualsiasi tipo di terapia, anche una forte come questa, è la coscienza da parte del malato di trovarsi in in uno Stato di grande necessità, forse consapevole di questo, che questa condizione non è pienamente radicata nel popolo. Il profeta, nel capitolo successivo, aggiunge un'altra visione.

Lo spirito lo rende partecipe di questo siamo al capitolo 37 di Ezechiele. La mano del Signore fu sopra di me, e il signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa. Mi fece passare tutt'intorno, accanto a esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle, e tutte inaridite, mi disse. Figlio dell'uomo, potranno queste ossa rivivere? Io risposi, signore Dio, tu lo

sai. Agli occhi del profeta l'umanità del popolo appare come un grande cimitero a cielo aperto, dentro cui si può persino passeggiare. Gli scheletri del popolo sono in stato di avanzata decomposizione, inariditi dal tempo e dall'arsura. Di fronte a questo spettacolo raccapricciante, che è un'immagine di quello che il popolo sta effettivamente vivendo, risuona la domanda di Dio. Torna l'immagine di un Dio a cui

piace porre domande. La forma interrogativa non è il pretesto per esibire la propria potenza da parte di Dio, è un modo invece molto rispettoso per orientare la sensibilità del profeta. Verso una speranza che a prima vista sembra impossibile. Questo è il motivo per cui Dio interroga il profeta, cosa vedi? E cosa pensi potrà rivivere questo spettacolo di morte? Ezechiele non si sbilancia, signore, tu lo sai. E allora questo fornisce a Dio

l'occasione di continuare. Egli replicò, profetizza su queste ossa e annunzia loro. Ossa inaridite udite la parola del Signore, dice il signore Dio a queste ossa, ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete, metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete saprete che

io sono il signore. Anziché spiegare al profeta quello che Dio intende fare, la rigenerazione della nostra umanità, ecco che il signore coinvolge ezechiele affidandogli un compito tanto bello quanto assurdo, ezechiele deve mettersi a parlare con dei morti, anzi ossa in stato di decomposizione, come fossero ancora dei vivi. Annunciando loro che Dio intende fare un lavoro di ricostruzione chirurgica che neanche l'ospedale più eccellente oggi sarebbe in grado di fare.

Sembra una cosa folle, ma chiunque come noi ha provato nella sua vita ad annunciare la voce profetica di Dio, sa benissimo che non è un'immagine, è la realtà. La parola di Dio è rivolta a persone che si trovano in uno stato di morte e devono. Rivivere di nuovo ezichile è come se dovesse anzitutto risvegliare le persone che pregano, forse come abbiamo pregato noi. Nell'ora media conserva la luce ai miei occhi, perché non mi sorprenda il sonno della morte. Ecco dove ci troviamo, lì dove

la morte c'è già. Ma noi preghiamo Dio perché non ci sia per sempre. Il profeta deve raggiungere lì la nostra umanità e in qualche modo è partecipe di quello che Dio dovrebbe fare. Dio ha creato l'uomo, l'uomo è entrato nella morte e lo dovrebbe salvare. Lui invece chiede all'uomo di diventare partecipe di quest'opera di salvezza. È come se Dio chiedesse all'uomo che si è nascosto di diventare consapevole di questo

nascondimento e di svegliarsi. Ora, se le ossa inaridite che sembrano una distesa di morte sono in grado di ascoltare la parola del Profeta, ciò significa che non tutto è perduto, pur avendoci tragicamente segnata, segnato. Quella che abbiamo definito la prima morte non ha distrutto quel livello profondo dove sotto le maschere, le apparenze, noi siamo in attesa di quel soffio originario, di quel soffio che solo Dio può donarci e che può rianimare la nostra vita.

E infatti io profetizzai come mi era stato ordinato, mentre io profetizzavo. Sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa che si accostavano l'uno all'altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai ed ecco apparire sopra di essa i nervi, la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c'era spirito in loro. Chi nella sua vita ha vissuto dei momenti? Di guarigione, di illuminazione. Capisce la verità di queste

parole? Sono i momenti di risveglio di in cui il nostro corpo è come risanato improvvisamente, quando Dio ci raggiunge i modi e tempi che sono unici per ciascuno di noi, la sensazione è proprio quella di ricominciare a vivere, come se tutte le cose si riallineassero e riprendessero a funzionare. Come se ci svegliassimo da un lungo torpore per tornare lentamente alla luce.

Tuttavia, questo risveglio è solo l'inizio di un processo a cui manca ancora lo spirito, il dinamismo per rimettere in moto tutti i passi. Egli aggiunse, profetizza a lo spirito, profetizza, figlio dell'uomo, e annuncia allo spirito. Così dice il signore Dio spirito, vieni dai 4 20 e soffia su questi morti perché rivivano. Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi. Erano un esercito grande, sterminato.

Dio chiede al profeta non solo di parlare a dei morti, ma di ordinare. Allo spirito di Dio di fare qualcosa. Ma quanta audacia c'è in queste parole? Il profeta deve ordinare allo spirito di soffiare sui cadaveri per farli tornare a vivere. E così accade. Le ossa già coperte di carne e di pelle si trasformano in corpi capaci di alzarsi, di stare in piedi e di presentarsi come un esercito enorme pronto al combattimento più difficile. Più estenuante ricominciare a

vivere. Non sono queste le due cose che Dio, attraverso lo spirito, profeta profetico, chiede alla Chiesa di fare, annunciare ai morti la vita eterna e ordinare allo spirito di scendere per restituire vita a tutte le cose. Noi viviamo ogni giorno dentro questo scenario. Solitamente la parola dei profeti non ottiene un grande risultato, se non che il profeta muoia in qualche modo. No. Invece qui accade una cosa straordinaria. In questa occasione l'ambasciata profetica si compie. Perché?

Forse perché i destinatari sono in uno Stato tale da non potersi nemmeno opporre. Quando uno è così disteso da essere quasi morto, ha un vantaggio su chi è ancora vivo, può soltanto ricevere, non riesce più a opporsi e Dio finalmente può compiere quello che realmente desidera donarci ancora. La sua vita, che è eterna. È quello che Gesù riusciva a fare nel suo ministero pubblico. Rialzava i morti, rimetteva in piedi chi era sdraiato per

terra. L'oracolo di Ezechiele conosce un lieto fine, nonostante il tentativo delle ossa inaridite di resistere a questo sussulto di vita che vorrebbe rianimarle il signore. Forza le cose, mi disse, Figlio dell'uomo. Queste ossa sono tutta la casa di Israele. Ecco il dubbio. Sull'identificazione si scioglie. Ecco, essi vanno dicendo, le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti.

Ecco, questa è la nostra difficoltà davanti all'annuncio della vita eterna, indugiare su quello che non c'è, su quello che non va, sul vittimismo. Perciò profetizza e annuncia

loro. Così dice il signore Dio, ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra di Israele. Riconoscerete che io sono il signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o, popolo mio, farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete, vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il signore. L'ho detto e lo farò.

L'immagine di sepolcri sigillati approfondisce quella delle ossa inaridite, il popolo non è soltanto morto, è morto e sepolto, come anche Gesù, come anche a Gesù dovrà accadere. E sono così le situazioni veramente compromesse, non soltanto morte. Noi tante volte dalle morti riusciamo anche a rialzarci, ma quando siamo morti e sepolti non c'è più niente da fare. E sono quelle situazioni di vita

che di fatto abbiamo lasciato. Abbiamo ormai abbandonato quelle questioni, quelle parti di noi, quelle porzioni serie della realtà su cui amiamo ormai una grande sfiducia, di poterle riprendere in mano in qualche modo. Il profeta si rivolge a tutto questo.

Ciò che è morto ed è sepolto e il ritorno alla vita sembra la descrizione di un parto, un sepolcro che si apre e un corpo che finalmente viene alla luce, questa esperienza così intensa di un morto che vede la porta del suo sepolcro forzata e aperta e poi un volto che lo resuscita. È l'esperienza di Dio che non si dimentica più.

Dio lo possiamo conoscere in tanti modi, perché ne abbiamo sentito parlare quando eravamo piccoli, perché in alcuni giorni della nostra vita ci è sembrato di provare dei sentimenti nei suoi confronti. Ma c'è un tipo di conoscenza inconfondibile che penetra le profondità del nostro cuore e non ci abbandona più. Ed è questa quando. Sperimentiamo Dio come colui che ci può ridare ciò che noi

abbiamo perduto, la vita. Solo questo tipo di esperienza e di conoscenza di Dio ci Lega definitivamente a lui e ci rende capaci della perseveranza e della fedeltà quando nella vita ci scopriamo incapaci di continuare a camminare nelle vie che magari abbiamo scelto e abbiamo accordato col signore. A volte è semplicemente perché questa questo tipo di esperienza

non l'abbiamo ancora vissuta. Ed è per questo che il signore permette che noi conosciamo ancora la nostra fragilità e la nostra debolezza, perché in quella tomba ci siamo ancora e lui sta semplicemente venendo a cercarci, non ci sta rimproverando, sta cercando il nostro volto. Questo è quello che il profeta tenta di dire a un popolo che in esilio si sente smarrito e colpevole. Ma desidera intimamente ritornare dentro la terra.

Per capire cosa significa tutto questo nella vita nostra di tutti i giorni, basterebbe ricordare un po' quelle parole che Gesù rivolgeva a persone che incontrava lungo la strada, nella sinagoga, nel tempio a cui diceva, Guai a voi, perché siete come quei sepolcri. Che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo. Sia chiaro, Gesù non si imbarazzava mai davanti a nessuno e cercava di non mettere mai nessuno in imbarazzo. Non è lo stile di Dio.

Ma ogni tanto Gesù si prendeva la libertà di scuotere le persone che vedeva afflitte dal male più grave, non avere degli errori. Nella propria vita, ma far finta di vivere mentre dentro si trovavano morte. Questo tocca di più il cuore di Dio, non i nostri errori, ma il nostro aver rinunciato a vivere, il nostro aver creduto alla morte più che alla vita. Che fare? Mentre siamo raggiunti da tutte queste parole che ci toccano, ci incontrano proprio lì dove anche noi siamo.

Mi permetto di prendere spunto da una parola di San Francesco, prima o poi doveva arrivare, essendo io un frate, il quale nel Cantico di qui ricordiamo proprio l'anniversario scrive così, Beati quelli che la morte troverà. Nelletuesantissimevoluntati.ca, la morte seconda non farà male. Francesco qui usa il linguaggio tradizionale, dice, Beati quelli che la morte, quella biologica, li troverà nelle volontà di Dio, perché la seconda morte, quella dell'anima, non li colpisca.

Ecco, noi potremmo anticipare la numerazione di Francesco a quella che abbiamo usato in questi giorni. E prendere spunto dalla sua indicazione, cosa possiamo fare noi che siamo già stati toccati dalla morte? La prima morte è quella del peccato e ci stiamo incamminando verso la seconda, che ci fa tanto paura, la seconda intesa come morte biologica, prima ancora di quella eventualmente dell'anima. Farci trovare nella volontà di Dio, cos'è che Dio vuole per noi?

Oggi il Vangelo di oggi era proprio il padre nostro, no, nel cuore del padre nostro c'è questa invocazione semplice, umile, sia fatta la tua volontà. Qui c'è il segreto della nostra pace. Riconsegnarci umilmente e docilmente a una volontà che tanti giorni non ci è ben chiara, ma dobbiamo credere che esista, perché in questo c'è il

riposo per noi. E la fine dell'ossessione di tenere tra le mani una vita che altrimenti deve diventare sempre corrispondente ai nostri progetti, alle nostre programmazioni, perché questa invece è la nostra volontà, che le cose seguano un disegno che abbiamo in mente noi. Gesù sapeva che il nostro cuore è afflitto un po' da questa tentazione, e spesso. Si paragonava a un ladro che può arrivare in casa da un momento all'altro, incutendoci quasi un

po' di timore per capire questo. Se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene, il ladro veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell'ora che non immaginate viene il figlio dell'uomo. Perché dovrebbe venire come un ladro il signore, lui che ci ha già donato la vita, la vita eterna? Perché un giorno dovrebbe venire a rubarci quello che ci ha messo nelle mani?

Perché questa è la nostra paura. Dopo aver iniziato a stringere questo dono come se fosse qualcosa di nostro, qualcosa che dipende da noi. Allora certo che abbiamo paura di poter essere derubati. Ma perché abbiamo smarrito il mittente del dono? Non perché veramente la situazione sia così tragica e in queste ore abbiamo tutti pregato, no? Per il Santo Padre, ciascuno avrà rivolto una preghiera a Dio particolare, ma quello che il Santo Padre stava vivendo e sta vivendo non è una cosa brutta.

In qualunque modo andrà a finire è un passaggio bello. Se rimarrà con noi ancora un po' ne vedremo ancora delle belle, altrimenti andrà incontro. Al signore che ha amato e servito in questo mondo. Non c'è niente di drammatico in quello che sta accadendo in queste ore. C'è molto di cristiano, c'è molto di vita eterna. E noi dovremmo avere la capacità di parlare e di illuminare questi eventi con la luce della fede, non parlarne come se fosse una tragedia di cui non conosciamo speranza.

Allora ecco, tornando a San Francesco e riprendendo un po' l'immagine di una cosa che per lui è stata molto cara, no, la povertà. Al punto che la chiamava Madonna povertà, una specie di sposa cui lui si sentiva unito. Ecco, forse questo è il segreto per invocare ogni giorno la volontà di Dio e il suo pane quotidiano. Serve semplicemente un cuore povero per fare questo. Perché chiedere a Dio queste due cose di farci intuire la sua

volontà? E di nutrire la sua vita eterna in noi con il pane di ogni giorno. Vuol dire accettare di non avere il controllo di questi doni, ma sapere di avere il diritto di riceverli ed esercitarlo. Se facciamo questo, se viviamo in questo stato di povertà interiore e di umiltà del cuore, allora ecco, per noi sono le parole dell'Apocalisse chi ha orecchi. Ascolti ciò che lo spirito dice alle chiese. Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte.

Noi sappiamo che verrà la seconda morte, quella biologica, ma potrà non colpirci nella misura in cui avremo allenato anche attraverso questi giorni, no, di speciale allenamento, di preghiera, il nostro cuore a restare nella volontà di Dio.

E a credere nel suo pane quotidiano, nella sua Provvidenza, se così perseveremo arriveremo a quel confine, a quella soglia, allo stesso modo in cui ci è arrivato Cristo, con la paura, con le lacrime, ma con la speranza di poterlo in lui attraversare per entrare per sempre nella vita eterna.

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