Il nostro itinerario di preghiera sulla vita eterna è cominciato dallo sguardo sulle realtà ultime, i novissimi, e ci siamo ricordati che quella che sembra essere la fine, in realtà sarà l'inizio del compimento e del godimento della vita eterna. In quel giorno, in quel passaggio così decisivo, crolleranno tutti i giudizi imperfetti, provvisori.
Resterà solo il giudizio di Dio. E abbiamo anche detto che tutto questo è un dono che possiamo già iniziare a gustare, perché la vita eterna è quello che Dio ci ha già cominciato a dare. I primi cristiani su questo erano incredibilmente chiari e vi annunciamo la vita eterna, perché la vita si è fatta visibile. Noi l'abbiamo veduta e di ciò vi
rendiamo testimonianza. Ricordiamo tutti il prologo della prima lettera di Giovanni. Davanti a tutto questo scenario nasce una domanda quasi spontanea, come mai non riusciamo ad accorgerci di tutto questo, che la vita è qualcosa di eterno fin d'ora? Com'è possibile essere così distratti riguardo a quello che ciascuno di noi in fondo, desidera avere, la garanzia che quello che siamo? E quello che possiamo essere duri per sempre, perché esistono la paura, l'odio, le ingiustizie e le guerre.
Forse non dovremmo essere troppo sorpresi da questa diffusa insensibilità di fronte al dono della vita eterna. Perché la tradizione biblica ci mette in guardia e ci ricorda che l'uomo, fin dalla notte dei tempi, appare indifferente, ostile. All'azione e ai doni di Dio i profeti così rimproveravano l'incredulità ottusa del popolo, trasmettendo la voce dell'altissimo, ecco, io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Le cose non sono nemmeno migliorate quando la voce di Dio si è fatta pienamente udibile nell'incarnazione del suo figlio. Il quale ha cercato di verbalizzare il dono di vita eterna, annunciandolo con la sua vita, con le opere, con le parole, rendendosi conto che la sua proposta non riusciva a ricevere tutto il consenso che meritava. Un giorno Gesù ha iniziato a parlare in immagini, in parabole, paragonando il Regno di Dio a tanti aspetti della vita quotidiana.
Incuriositi da questa strategia comunicativa, i discepoli si sono avvicinati a Gesù e gli hanno chiesto, perché parli in parabole? E la risposta di Gesù è quasi sconcertante, perché a voi è dato conoscere i misteri del Regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha verrà dato e sarà nell'abbondanza, ma a colui che non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole. Perché guardando non vedono udendo, non ascoltano e non
comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice, Udrete sì, ma non comprenderete, guarderete sì, ma non vedrete, perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile. Sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi. E non comprendano con il cuore e non si convertano. E io li guarisca. Questa spiegazione lascia interdetti.
Lo dovremmo un po' riconoscere, perché Gesù sembra affermare che il suo ricorrere ad immagini non è un modo per semplificare concetti difficili, ma per evidenziare come e quanto noi possiamo essere insensibili alla sua voce. E al dono della vita eterna abbiamo orecchi ma non riusciamo a intendere. Abbiamo occhi, ma non riusciamo
a vedere. La domanda quindi si rinnova e continua, come è possibile essere diventati così insensibili a quello che dovrebbe essere la soluzione di tutti i problemi del mondo e della nostra vita umana? La vita eterna, la risposta che troviamo nel nuovo testamento. E anche nell'antico, insomma nella rivelazione biblica è da un lato semplice, dall'altro sorprendente, con diversi
accenti e sfumature. Nel nuovo testamento si ribadisce questo concetto, noi siamo già morti, ma non ce ne siamo ancora accorti a causa del peccato. Le attestazioni sono infinite. Voi siete morti colossesi, 3, 3. Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati. Efesini 2 1. Noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti.
Due corinzi 5 14 e Paolo riprende un'idea che c'era già nel primo testamento, nel libro della Sapienza, ascoltiamo, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità, lo ha fatto a immagine della propria natura, ma per l'invidia del diavolo. La morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. Di quale morte parliamo? Perché se parliamo soltanto di quella biologica, ecco che questo discorso ci riguarda fino a un certo punto.
Non c'è ancora accaduta. Certo ci accadrà un giorno, ma è domani, non oggi. Ma le parole dell'apostolo parlano di un morire che ci è già accaduto. Voi siete morti a causa del peccato, il mistero è ben più grande. Del resto le cose per noi non sono soltanto degli eventi, ma anche qualcosa che cominciamo a sentire, a pregustare, quindi ad acquisire con la nostra sensibilità man mano che ci avviciniamo a essi. Per cui la morte non è soltanto qualcosa che ci sta davanti, ma
ci sta anche dentro. Insomma, la notizia che non vorremmo ascoltare ma che è scritta è la seguente, pur facendo parte di una creazione buona, uscita dalle mani di un Dio generoso e fedele, la morte non è soltanto qualcosa che domani ci accadrà, ma è un gusto amaro che la vita comincia ad avere oggi e di cui tutti abbiamo esperienza.
La notizia è ben più grave di quella che qualsiasi medico ci possa avere detto o un giorno magari ci dirà, noi siamo già morti e lo abbiamo appena cantato nella liturgia, grande è il nostro peccato. Noi siamo morti perché se il peccato vuol dire non riuscire a diventare noi stessi, cioè fallire l'obiettivo della nostra umanizzazione secondo il disegno di Dio. Allora morire è proprio questo. Tutte le volte che ci accade questo noi è come se fossimo
morti, cioè non noi stessi. Ora, in che modo possiamo accogliere questa diagnosi, che in realtà spiegherebbe la maggior parte delle cose che a volte ci affatichiamo a discutere e su cui tentiamo di ragionare? Perché la diagnosi più profonda a un primo livello lo abbiamo appena detto. Noi capiamo la morte tutte le volte che non riusciamo a cogliere gli obiettivi
importanti della nostra vita. E non parliamo di errori recuperabili, parliamo dell'incapacità di diventare noi stessi insieme agli altri, gli errori più grandi, quelli che ci vuole una vita a recuperare. Ma c'è un livello anche più profondo di questo gusto di morte che ci raggiunge, si stabilisce dentro di noi e rimane.
Ed è la nostra sfiducia nei confronti della vita degli altri e magari anche di Dio. Anche se per noi questo livello è molto difficile da riconoscere, perché noi professiamo una fede in Dio e lo facciamo per desiderio e anche perché è il nostro mestiere. Ma questo è il livello più radicale della morte. La dove sono scossi gli equilibri della fiducia che ci consentirebbe invece di vivere
ogni giorno. Se volessimo avere una narrazione potente e luminosa per capire questa insensibilità che chiamiamo essere già morti, sappiamo bene qual è il racconto a cui dobbiamo attingere. Parliamo del testo della genesi nei primi capitoli, un testo. Che va a letto con certe precauzioni. Perché non è un racconto, no, storico, è un racconto molto più profondo che dice la verità continua della esistenza umana. Conosciamo tutti qual è la parola che accompagna il sorgere della vita.
Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché nel giorno in cui tu ne mangerai certamente. Dovrai morire. Il messaggio è chiarissimo, la vita dice il signore è garantita la dono io. Tuttavia, questa vita non è una risorsa illimitata. Se desideri accogliere questo dono, devi anche accettare di non poter conoscere tutto, di non poter controllare ogni cosa.
Ti devi fidare. Devi lasciare delle zone d'ombra davanti al tuo sguardo, altrimenti la vita per te diventa come un morire. Sorprende il fatto che la festa si guasti fin dall'inizio. Nelle battute iniziali del LIBRO si parla subito della morte. Quello che noi non riusciamo mai a nominare è nominato immediatamente da Dio e questo ci deve far riflettere. La vita umana è ai suoi sviluppi iniziali e già compare lo spettro di una sua temibile
conclusione, la morte. Eppure il fatto che subito Dio decida di nominare questo spettro vuol dire che della morte bisogna imparare anzitutto ad accorgersi senza farne un dramma. Quanto a quando questo accade, che è proprio quello che farà Dio. Non appena l'uomo conoscerà la morte a causa del peccato. Anzi, se c'è una cosa che conviene fare è parlarne subito per tenerla ben presente come reale esperienza in cui è possibile decadere e forse nel nostro tempo questa è la vera
grande rimozione. In un tempo no di riscoperta e di ritrovata libertà, la fatica di porre un limite a questa libertà. Altrimenti moriamo. È difficile da dire. Tuttavia, questa precisazione è il segno di una grande attenzione di Dio nei confronti dell'uomo. Stamattina dicevamo che Dio dà i doni secondo le capacità. L'uomo è appena nato, non sa ancora usare bene la sua libertà. Allora questo limite vuole essere anche una salvaguardia?
Ha una libertà che deve maturare dentro una fiducia con Dio. E c'è un equilibrio meraviglioso descritto alla fine del capitolo due di genesi. Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, e non provavano vergogna. L'uomo e la donna erano in questo equilibrio molto fragile. La vita è tua, ma attenzione, potresti morire. Eppure questo non era un problema, non c'era vergogna attorno a un dono costituito anche da un limite.
Ora questa condizione non va confusa come una sorta di purezza originaria che abbiamo perduto, ma forse è più la descrizione di qualcosa verso cui possiamo incamminarci una condizione dove la nostra creaturalità la nostra affinitudine. Non deve essere un motivo di vergogna o di paura. Questo forse è il traguardo della vita umana. Sappiamo come vanno le cose.
Secondo il racconto di Genesi, anziché rimanere in questa serena incertezza, la coppia umana cerca di accedere a un maggior controllo della realtà e la situazione precipita. Il personaggio che fa? Scivolare nella tentazione di autonomia, la coppia è il serpente, definito il più astuto di tutti gli animali. Il suo ragionamento sembra banale, ma in realtà è molto raffinato.
Il serpente non fa altro che stravolgere da un punto di vista grammaticale in un modo abilissimo, spostando una parola e basta, ciò che Dio aveva detto all'uomo. Dunque Dio avrebbe detto che non potete mangiare di nessun albero del giardino. Di solito questa traduzione noi la leggiamo con il punto di domanda, alla fine, che in realtà potrebbe non esserci quella del serpente è +1 subdola affermazione che non un'importante domanda.
Ed è questo sempre il tranello che ci fa precipitare verso la morte quando noi cominciamo a perdere l'aggancio alla parola di Dio. E ne stravolgiamo i termini, facendo diventare quel dono di vita segnato da qualche limite, un limite insopportabile. Scompare la vita e rimane soltanto la limitazione. Tutte le volte che ritorniamo nel morire. Si parte sempre da qui, dal percepire la vita come qualcosa di pesante anziché di possibile.
La donna si mette a dialogare con la suggestione del serpente e senza accorgersene, offre al serpente l'occasione di formulare la sua ingannevole proposta, non morirete affatto, anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male. Ecco, nell'analizzare questa proposta del serpente credo che dobbiamo fare un po' di
attenzione. Il cammino dell'umanità che ci ha permesso di conoscere e capire tante cose, superando confini di ignoranza, è una cosa buona e Benedetta. La suggestione del serpente non va intesa come un impedimento al voler conoscere, quasi che Dio ci abbia creato per tenerci un po' nelle tenebre dell'ignoranza. La tentazione è acquisire questa conoscenza in modo autonomo. Senza riferire a Dio le cose che comprendiamo e alla relazione
con lui. E infatti, se pensiamo anche alla nostra vicenda personale, i momenti davvero rischiosi della nostra vita non sono quelli in cui, cercando di capire, di conoscere, di fare maggiore esperienza, abbiamo fatto qualche errore. Questo fa parte del progredire di tutti, ogni. Processo ha bisogno di una
maturazione lenta e tortuosa. La morte l'abbiamo assaggiata quando ci siamo illusi di poter esercitare un controllo assoluto sulla nostra vita o peggio ancora, su quella degli altri, scivolando così nel possesso, nella manipolazione e nell'egoismo. Lì abbiamo toccato la morte. Mi viene una provocazione. E se Adamo ed Eva avessero alzato subito la mano, chiedendo scusa, dicendo abbiamo sbagliato? Che storia diversa avremmo
ereditato? Perché capite, quando c'è l'errore, poi spesso c'è l'errore nell'errore. Dopo aver iniziato a chiudersi, l'uomo e la donna lo fanno ulteriormente. Impediscono a Dio di avvicinarsi subito, nascondendosi per paura. Ecco, la morte dilaga, purtroppo non quando facciamo un errore, ma quando, dopo aver sbagliato, ci chiudiamo, impedendo all'errore di manifestarsi anche come luogo di redenzione e di rinascita. È in questi momenti che ci accade.
Che la vita diventa un morire, lasciandoci soli e smarriti, anche se all'esterno forse sembra che siamo ancora vivi e vegeti. Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile. Per acquistare saggezza prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito che era con lei e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi. Intrecciarono foglie di Fico e se ne fecero cinture.
Il dado è tratto, ma il frutto di questa trasgressione non si rivela all'altezza delle aspettative. Anziché scoprirsi simili a Dio, i due si accorgono che la loro nudità improvvisamente è un imbarazzo. Improvvisamente ciò di cui non si doveva avere nessuna paura e vergogna, diventa qualcosa da dover nascondere. Nessuna morte evidente, ma qualcosa dentro ha cominciato ad
andare in una necrosi. Ricordiamo tutti le parole dell'Apocalisse, una diagnosi lucidissima e spietata su questo aspetto, ti si crede vivo e sei morto. Ed è questo il problema da cui non riusciamo quasi mai a partire, che noi siamo morti che sembrano vivi e fatichiamo ad ammetterlo. Nel viaggio della vita tutti noi troviamo un modo per convivere con questa drammatica realtà.
Le foglie con cui la coppia umana si si copre sono un po' tutti i vestiti, i ruoli, le cose con cui nel viaggio della vita. Tentiamo di mettere davanti agli occhi degli altri qualcosa che siamo capaci di fare, qualcosa che siamo riusciti a diventare, qualcosa che crediamo di essere. Ciascuno di noi ha delle foglie di Fico dietro a cui nasconde, a volte con vergogna, la propria umanità. Ed è proprio questo il meccanismo di cui ci parla il racconto. Noi di solito parliamo di una
prima morte, quella biologica. A cui potrebbe seguire una seconda morte che nessuno di noi vorrebbe vivere, che è la morte dell'anima. Stando al racconto e al linguaggio biblico potremmo invece anticipare questa numerazione e parlare della prima morte come di quella cosa che abbiamo già tutti in qualche modo assaggiato, è la morte a causa del peccato. E quindi la seconda morte con cui dobbiamo imparare a misurarci potrebbe essere invece quella biologica verso cui tutti siamo incamminati.
Questa prima morte la potremmo definire una sorta di indebolimento dell'anima, una perdita di senso che ci isola e ci deprime. Ma la sorpresa, leggendo la rivelazione biblica, è che agli occhi di Dio questa morte non è una fine, anzi. È il drammatico esordio della nostra libertà. Ricordiamoci che genesi 2 3 lo potremmo rileggere ogni mattina, perché svela il senso di ogni nostro giorno, cosa succede ogni nostro giorno?
Che noi moriamo, ma che per Dio questo non è un punto di fine, è il luogo dove la sua voce torna a raggiungerci con delle domande, dove sei? A differenza del serpente che insinua facili affermazioni, Dio, vedendoci spaventati e nascosti, ci interroga come fa un medico? Come fa la maestra? Dove sei? Chi ti ha cominciato a far pensare le cose che ti ronzano in testa tutti i giorni? Queste sono le domande con cui Dio cerca di recuperare la nostra vita.
Ma l'uomo con sua moglie si nasconde, no? Sappiamo la presenza del Signore, questo potrebbe. Questo scenario che abbiamo evocato credo che ci possa far comprendere perché. Torniamo quindi alla domanda iniziale, l'annuncio della vita eterna non riesce ad agganciarci in modo semplice e immediato? Perché siamo nascosti a causa del peccato? Lo cantiamo e cito ancora l'inno dei Vespri. Grande è il nostro peccato, siamo tutti morti, ma più grande è il tuo amore.
Però tu sei la vita, signore. La liturgia ci educa a non nasconderci, ma a invocare, a supplicare. Ma finché non riusciamo ad accettare questa prima morte, è chiaro che anche il dono di una vita eterna non riesce a raggiungerci, perché noi riceviamo soltanto le cose di
cui ammettiamo di aver bisogno. E se la vita la stiamo ancora tentando di fondare sulle nostre forze senza renderci conto che siamo morti, è chiaro che l'annuncio di una vita eterna non sarà al centro della nostra speranza. Potrebbe essere questo forse il senso del Giubileo, che tutti ci rimettiamo in cammino dalle nostre presunte false posizioni di forza e torniamo a essere un corpo debole morente? Che cammina verso il suo signore, che invece è la vita.
Non sarebbe questo forse il segno anche da mostrare al mondo? Non è questa la nostra speranza, che grande è il nostro peccato, ma più grande è l'amore, è la vita del Signore. Se ci facciamo caso e andassimo al capitolo quattro della genesi, troveremmo una conferma di questa lettura. La grande rivelazione che sta nel racconto di Caino e Abele è che Dio sembra maggiormente preoccupato di difendere Caino da se stesso, che non di proteggere la debolezza di Abele.
Abele muore in un silenzio e in una inerzia del cielo che non fa nulla per difenderlo. Ma non appena Abele è morto e Caino inizia a pensare malissimo di se stesso, ecco che Dio interviene con tante parole, anche con dei gesti forti, per impedire che Caino si tolga la vita è un'altro testo fortissimo. Sembra che per Dio sia quasi più grave il suicidio dell'omicidio. Adesso che ci costringe molto a riflettere e credo che ci suggerisca di riguardare.
A questa nozione dell'essere morti a causa del peccato, rimettendo forse più al centro l'essere morti che non a causa del peccato, intendo dire che per tanti secoli anche la nostra tradizione cristiana ha portato come dato culturale quello del peccato, una parola su cui abbiamo calcato così tanto la mano che oggi si fa fatica a parlarne con tutti i sensi di colpa che ne derivano. Siamo peccatori. E quindi abbiamo delle colpe da espiare.
Ecco, forse ci siamo dimenticati che questa è semplicemente la conseguenza dell'essere morti. È chiaro che un morto pecca perché tenta di sopravvivere, ma la radice da guardare e da considerare attentamente è che siamo morti. Forse questo andrebbe a riequilibrare un po' il nostro linguaggio. Pensate se cominciassimo a dire di più questo che non. Non il fatto che siamo peccatori, ma che siamo morti. La morte ci ha già raggiunto. Forse questo è quello che i racconti biblici ci vogliono
ricordare. Dio non ci vuole avvolti dal senso di colpa, ma consapevoli di essere morti a causa del peccato. Allora questo ci invita a recuperare uno sguardo diverso su di noi. Quando parliamo della morte, quando la morte accade attorno a noi, anziché mettere la testa sotto la sabbia dovremmo fare un po' come Gesù insegnava a fare quando veniva presentata alla sua attenzione qualche episodio in cui la morte stava al centro. Vi ricordo questa reazione di Gesù ha dei fatti gravi del suo
tempo. Dal Vangelo di Luca al capitolo 13, Versetti quattro e 5, quelle 18 persone sulle quali crollò la torre di siloe e le uccise. Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo, questo sguardo di Gesù. Vedete conferma. Un modo di guardare alla morte mai allarmato dopo il peccato. Si dice che Dio passeggia nel giardino e inizia a parlare con l'uomo.
Qui ci sono delle persone che parlano a Gesù di fatti di morte. E Gesù Vedete con con che libertà? Risponde. Beh, cosa pensate? La morte accade, la morte accadrà. Ma se non ci convertiamo la seconda morte ci potrà fare molto male. Non è un invito ad avere paura, come non lo erano i novissimi. È un invito a camminare verso la seconda morte che ci capiterà, profumati di gloria, di vita eterna.
Quindi non dobbiamo, ecco, guardare alla morte come qualcosa che ci deve incutere paure, anche perché un giorno ci accadrà. E come diceva Un Santo frate. La morte è quell'esame che tanto tutti passeremo. Solo uno non l'ha passato, quell'esame e fortunatamente era il signore della vita e della morte. La morte se la consideriamo come qualcosa che ci è già accaduta e
scansiamo l'argomento. Ecco, forse allora ci consente di renderci conto che sì, c'è capitato di morire, ma ci è capitata una cosa molto più importante, molto più forte della morte. Di vivere e che questo dono di
vita è eterno. A questo dobbiamo convertire la nostra attenzione e il nostro cuore, non al fatto che siamo morti e che moriremo, ma al fatto che siamo vivi e che viveremo per la promessa di Dio. Così inizia e ricomincia il nostro viaggio verso l'eternità e così diventiamo davvero pellegrini di speranza in questo anno del Giubileo. Quella speranza della vita eterna.
