Abbiamo appreso che ieri sera il Santo Padre ha voluto collegarsi con noi per la prima meditazione, quindi credo di esprimere un po' il desiderio di tutti noi nel rivolgere a lui se anche questa mattina potrà farlo, il nostro affettuoso saluto, assicurandogli la nostra preghiera e soprattutto ringraziandolo per la sua testimonianza di di fede e di amore che si esprime nella sua umanità ora.
Alle prese con l'età anziana e la malattia, abbiamo iniziato il nostro itinerario di preghiera ieri, presentando anzitutto il tema della vita eterna, ricordandoci che su questo punto centrale della fede cristiana si è forse depositata un po' di polvere nel tempo, al punto che sicuramente il mondo, ma un po' anche noi, forse. E non l'abbiamo più così al
centro della nostra attenzione. Allora l'occasione di questi esercizi è proprio rispolverare forse il più grande tesoro di famiglia che abbiamo, cioè questo dono di vita, appunto eterna, che Dio ci ha già donato e che noi abbiamo la responsabilità di accogliere e di vivere nella libertà. Ieri siamo partiti un po' dallo scenario più tradizionale,
attingendo dal catechismo. Le tre categorie verso cui i tre orizzonti verso cui la nostra vita è incamminata, il cielo, che è il desiderio che Dio ha per ciascuno di noi, cioè la vita nella piena comunione con lui, l'inferno, la dannazione eterna che rappresenta la possibilità di volgere le spalle in modo definitivo a questo dono, e infine abbiamo guardato
con più curiosità il purgatorio. C'è questa tappa dove avverrà non l'ultimo perfezionamento della nostra umanità, processo che siamo sempre tentati di vivere secondo criteri ancora troppo nostri, ma dove avverrà l'ultima purificazione da tutte quelle logiche che non sono compatibili con l'amore e dunque con la vita eterna. Potremmo riprendere proprio le le parole ascoltate ora nella lettura breve dell'ora media.
Il purgatorio sarà il luogo dove impareremo definitivamente a non disprezzare niente e nessuno di tutto ciò che esiste e ad abbracciare la compassione per tutti, che è già il giudizio in atto, perché è lo sguardo di Dio sulla realtà, ma del quale noi non siamo ancora così convinti. Tutta questa riflessione, dicevamo, non vuole suscitare paura. Ma infondere fiducia nel cammino che stiamo compiendo oggi facciamo il secondo passo in questo itinerario.
Spostandoci un po' da quello che ieri chiamavamo no il giudizio particolare sulla vita di ciascuno a quello che invece definiamo il giudizio universale, riprendiamo un po' i contenuti dell'ultima meditazione di avvento fatta proprio in questa sala. Qualcuno forse li ricorderà.
E infatti andiamo proprio a quello che è il Vangelo peraltro di oggi, la celebre pagina di Matteo sul giudizio universale che il grande Michelangelo ha reso un'opera indimenticabile proprio a pochi metri di distanza da qui, nella Cappella Sistina. Questo insegnamento di Gesù in parabola che tutti conosciamo, direi quasi a memoria, è sempre stato compreso come un grande richiamo al tema.
Dell'amore verso il prossimo. Quando leggiamo o ascoltiamo quella pagina, ecco, ci ricordiamo che Dio si aspetta da noi, che facciamo del bene agli altri. Riprendo l'inizio e lo riascoltiamo. Quando il figlio dell'uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri come il pastore, separa le pecore dalle capre e porrà le pecore alla sua destra e le
capre alla sua sinistra. Il ritorno di Gesù come figlio dell'uomo, cioè come giudice alla fine dei tempi, è presentato come un momento in cui la vita di tutti verrà valutata in base al criterio dell'amore fraterno alla destra. Andranno felicemente tutti coloro che avranno avuto
compassione del loro prossimo. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra, venite, Benedetti dal padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete, mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto nudo e mi avete vestito malato. E mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a
trovarmi. Alla sinistra finiranno invece quanti hanno negato la loro sensibilità al prossimo, chiudendosi nell'egoismo. Poi dirà anche a quelli che saranno la sinistra, via lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare. Ho avuto sete. E non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Ci troviamo davanti a una specie di sintesi narrativa di quello che ieri il catechismo ci ha ricordato parlando di paradiso e inferno, però ci aiuta anche a intendere, in modo assolutamente umano, che cosa vuol dire aderire. Credere in Dio oppure rifiutare ostinatamente la sua presenza? Cosa vuol dire credere in Dio e camminare verso il cielo? Avere attenzione alla debolezza dell'umanità e soccorrerla, prendersene cura. Cosa vuol dire? Non credere in Dio e incamminarsi verso l'inferno?
Essere insensibili al bisogno di di chi è più piccolo accanto a noi. Possiamo notare una cosa importante che forse ci potrebbe anche sfuggire, in quel giorno, sembra dire Gesù, Dio non avrà bisogno di emettere nessun giudizio, ma soltanto di riconoscere quello che sarà avvenuto. Più che un giudizio è una solenne dichiarazione di quello che c'è stato. Allora propongo un piccolo ritocco al titolo che noi abbiamo sempre messo davanti a questa parabola, il giudizio
finale. Potremmo anche dire la fine di ogni giudizio. Perché quel giorno, almeno quel giorno, tutti i nostri giudizi ancora veloci, sommari, sbrigativi e spesso superficiali cadranno. E rimarrà soltanto lo sguardo di Dio su ciascuno di noi e su tutta l'umanità. Osservando con attenzione i personaggi di questo racconto parabolico, ci sono poi alcune sorprese con cui dobbiamo fare i conti per indicare la moltitudine che verrà posta davanti al al giudizio di Dio
alla fine dei tempi. L'evangelista utilizza il termine popoli. In greco ethnos si tratta di un termine specifico nel Vangelo di Matteo, il quale si rivolge a una comunità cristiana che vive di fianco ai popoli, agli etnici e quindi porta con sé la preoccupazione per il destino di chi non è cristiano. Lo scopo della parabola non sembra essere quello di svelare come avverrà il giudizio
universale per noi. Che già crediamo, ma di annunciare, cioè di svelare ai credenti come tutti quei popoli ancora ignari di Cristo potranno essere ugualmente giudicati e salvati attraverso un criterio oggettivo e comune. Quindi la parabola non va tanto intesa come un promemoria per noi cristiani. Per ricordarci che dobbiamo fare del bene agli altri. Anche perché questo un figlio di Dio dovrebbe già averlo ben chiaro.
La parabola vuole rammentare ai discepoli di Cristo che anche coloro che non hanno ascoltato il Vangelo potranno trovare salvezza. In che modo? Facendo attenzione e prendendosi cura dei fratelli più piccoli. A questo punto emerge un'ulteriore sorpresa. I fratelli più piccoli, nel Vangelo Secondo Matteo, sono la figura con cui i cristiani dovrebbero avere il coraggio di identificarsi. E un'espressione quasi tecnica.
Per Matteo, dire fratelli più piccoli significa discepoli di Cristo, cioè sono coloro che, ascoltando l'insegnamento del maestro, la legge delle beatitudini. La legge della carità verso i nemici hanno imparato a mettersi in secondo piano per far emergere gli altri.
Cioè sono coloro che hanno capito che esiste qualcosa di ancora più importante che fare del bene, permettere agli altri di compierlo allora questo suggerisce un'altra responsabilità, non la toglie a noi cristiani, ma ce ne indica un'altra. Il compito primario dei discepoli di Cristo non sembra essere tanto o soltanto quello di fare del bene agli altri. Ripeto, questo è un dovere universale. Il dovere specifico dei figli di Dio sembra essere quello di permettere agli altri di fare
del bene. In che modo la comunità cristiana può assolvere a questo compito? Innanzitutto facendo di questa piccolezza. Il vero criterio di conformità al maestro e signore, il quale, come ricordiamo proprio in questi giorni di Quaresima, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Ecco un primo significato di questa parabola che non andrebbe mai dimenticato, ancora prima di
fare del bene. È bello, è necessario ricordarsi di farsi più piccoli. Il senso comune della parabola appare quasi rovesciato, e lo potremmo collegare e contestualizzare nel discorso della vita eterna e del giudizio finale. I discepoli del Signore Gesù sono invitati a non coltivare una paura ossessiva nei
confronti dell'ultimo giorno. Ma ad approfittare del tempo presente per farsi così piccoli da poter attivare negli altri l'istinto della generosità e della cura che talvolta è soltanto assopito, potremmo dirlo anche così, a Dio non interessa soltanto che i suoi figli sappiano amare, ma anche che si lascino amare dagli altri.
E su questo punto credo che forse abbiamo dedicato ancora poche energie anche nei nostri cammini di verifica e di revisione personale o comunitaria, per esempio quando facciamo l'esame di coscienza alla fine della giornata, a metà o al principio, spesso ci domandiamo, credo se siamo riusciti a fare questo o quest'altro, se siamo stati bravi, capaci, in grado di. Ma la domanda se ci siamo lasciati raggiungere dagli altri CE la facciamo mai?
Se siamo riusciti a farci più piccoli di qualcuno che era accanto a noi oppure chi oggi abbiamo fatto emergere? Credo che siano domande importanti per esaminare se la nostra coscienza è in pace con questo destino di conformazione alla vita di Dio. C'è un'ultima sorpresa in questa parabola, ed è il fatto che in quel giorno sembra dire, Gesù tanto gli empi quanto i giusti esclameranno. Ma quando abbiamo fatto o non abbiamo fatto?
Ora che lo dicano gli empi è chiaro, eh, tentiamo sempre di giustificarci quando siamo colti in flagrante, ma che lo dicano i giusti. Questo ci pone una grande
domanda. Perché alle porte di accesso all'eternità noi non saremo nemmeno consapevoli di quel bene per cui saremo riconosciuti, pronti, adeguati all'eternità, perché quello che ci farà varcare la soglia della vita eterna e ce lo fa varcare già ora, non è quel bene intenzionale, cioè quelle cose che facciamo ancora così tanto concentrati su di noi, su quello che gli altri pensano di noi. Su quello che gli altri vedono in noi, abbiamo iniziato così la
Quaresima, no? Gesù ci ha detto, Andate a vivere in segreto, perché quello è il luogo dove c'è lo sguardo del padre, non la piazza pubblica dove tutti facciamo sfoggio no nelle nostre migliori qualità e profili, ma nel segreto dove le cose sono nascoste, cioè libere. Questo è quello che ci farà entrare nella vita eterna.
Quel tipo di amore e di bene che sarà diventato quasi inconsapevole, almeno a noi stessi, ma percepibile agli altri di quello Dio ci dirà un giorno, grazie, che bello entra. E quel giorno finalmente saremo in pace col fatto che Dio non ci stava chiedendo niente di più e niente di meno del diventare pienamente noi stessi nell'amore. C'è una parabola che precede quella del giudizio universale, che è proprio quella dei talenti.
Se vi ricordate, no, dopo quella delle vergini, quella dei talenti e poi quella del giudizio, che fornisce un'interessante conferma a questa nostra lettura. Il racconto lo conosciamo benissimo, ma lo riassumo, un padrone affida ai suoi servi diverse somme di denaro, i suoi talenti e poi parte. Due di loro investono i talenti ricevuti e raddoppiano questo capitale ricevuto. Il terzo, per paura, lo nasconde e non lo fa fruttare. Al suo ritorno il padrone premia ed elogia i primi due servi e
castiga l'ultimo. É un racconto che fa nascere molte domande, perché l'ultimo servo si chiude nella paura. Perché il suo errore appare così imperdonabile agli occhi del padrone? Inoltre, come può essere così crudele il padrone da togliergli il talento e darlo addirittura a quello che ne ha già 10? Infine, cosa significa questo invio nelle tenebre, dove c'è il pianto e lo stridore di denti? Questa immagine che ci evoca subito no, ciò di cui abbiamo
massimamente paura. Di poter un giorno fare questa fine senza renderci conto che tante volte non è la fine che faremo, ma è l'inizio di tante nostre giornate. Cioè è la condizione nella quale viviamo ora. L'ultimo servo sembra non aver compreso una cosa fondamentale, la fiducia che il padrone aveva e ha nei suoi confronti. Infatti non sente come suo il talento ricevuto e gli dirà,
ecco ciò che è tuo. Potremo riascoltare la voce del figlio maggiore della parabola di Luca 15, al quale il padre deve dire, ma ciò che è mio è tuo, non l'hai ancora capito? Per questo il suo fallimento è grande. Non è soltanto un errore imprenditoriale, è un errore
esistenziale. L'ultimo servo non ha saputo ricevere la sua stessa vita e goderne come qualcosa di suo collegandoci a quanto dicevamo ieri, potrebbe essere questa la malattia cronica dell'ultimo servo, essersi chiuso in un perfezionismo così grande e così tale da condurlo al terrore di sbagliare. E quindi piuttosto. Non fare nulla anziché vivere, che comporta sempre il rischio
di fare qualche errore. Per questo non riesce a vivere quell'esperienza felice che i primi due servi invece vivono, i quali, quando torna il padrone, accolgono volentieri il suo desiderio di incontrarli e di verificare quello che è successo. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. È una traduzione un po' infelice, dovremmo forse dire.
Il padrone tornò per rendersi conto con loro di quello che era successo, per sollevare con loro la parola c'è scritto letteralmente, questo è il regolamento dei conti che ci aspetta che il padrone si siede accanto a noi e ci chiede, com'è andata, cosa è successo? Questo avverrà alla fine dei tempi? Che Dio si siederà accanto a noi. Sfoglieremo l'album fotografico della nostra vita e Dio ci chiederà, Ma ti rendi conto di
quello che ti è successo? Guardiamolo insieme, rendiamoci conto insieme, gioiamo insieme, perché questo poi è il significato, no? Prendi parte alla gioia del tuo signore, perché Dio è contento di noi e desidera che un giorno anche noi entriamo in questa sua felicità, la felicità di. Che noi ci siamo e che noi stiamo vivendo in lui e per lui quella gioia che tante volte non ci prendiamo nelle nostre giornate, essere felici della felicità di Dio per noi.
Per questo è felice tanto quello che ne aveva 5 di talenti, tanto quello che ne aveva due, perché le differenze tra di noi ci sono, ma l'importante è raddoppiare, cioè coinvolgerci. Con la vita che Dio ci ha donato è maturare la nostra divina umanità. Questo è il raddoppio che tutti siamo chiamati a vivere, accettare la trasformazione nell'immagine di Dio, sapendo che le cose che lui ci ha donato
non ce le richiederà. Indietro un giorno, quando il padrone si mette a rendersi conto con i servi, non gli richiede indietro i talenti. Vuole soltanto vedere quali frutti hanno fatto maturare. Infatti c'era un verbo iniziale che era proprio il verbo della consegna definitiva. Avverrà come un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni a 1, 5 talenti, A12A1 altro, uno secondo la capacità di ciascuno e poi partì.
È un quadro meraviglioso. Perché c'è un padrone che ha grandissima fiducia nei suoi servi, li chiama. Il tema della chiamata inizia qui, che cos'è la chiamata? La vocazione è questo, che Dio ci parla per nome e poi ci affida le sue cose, cioè paradidomi, ci trasmette la sua vita. Non è che ce la dà in affitto per qualche giorno, ce la consegna a ciascuno secondo le sue capacità. Le differenze tra di noi sono importanti, per questo non abbiamo tutti il bisogno di fare
le stesse cose. Ciascuno può vivere al ritmo della propria umanità, dei propri doni e dei propri limiti. Pensate che bello che Dio questa mattina non ci ha chiesto di volare come gli uccelli del cielo, ci ha chiesto solo di
camminare. Allora si capisce perché il castigo finale trova un senso in questa cornice, il solo modo per dare un ultimo insegnamento a chi non riesce a comprendere tutta questa fiducia e questo amore è permettere a questa persona di vedere le tenebre in cui già si trova, mandandolo fuori nel pianto e nello stridore di denti. Com'è fin da principio, Dio non ha bisogno di aggiungere male a male, crea soltanto delle sanzioni che evidenzino quello
che già c'è. Quindi ora quest'ultimo servo ha un'ultima occasione di accorgersi che stava vivendo nelle tenebre, che era già nelle lacrime. Questa è un'ultima possibilità di salvezza, non è una condanna per avere un'ultima immagine, ecco, di questo scenario finale verso cui siamo incamminati. Quello che, come ci ricordava la parabola del della fine dei giudizi, sarà un momento in cui crolleranno tutte le nostre misure ancora piccole e finalmente saremo misurati con la misura di Dio.
Il catechismo conclude il capitolo sulla vita eterna con un'immagine molto evocativa. Ne leggiamo uno stralcio, alla fine dei tempi, il Regno di Dio giungerà alla sua pienezza dopo il giudizio universale. I giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima. E lo stesso universo sarà rinnovato.
Questo misterioso rinnovamento che trasformerà l'umanità e il mondo dalla scrittura é definito con l'espressione i nuovi cieli e una terra nuova sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio, di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo. Come quelle della terra, quello che noi ancora facciamo fatica a creare nella storia, come purtroppo attestano tutte le guerre, i conflitti, le inimicizie che esistono ancora tra di noi.
Un giorno, invece, avverrà, ogni cosa sarà posta in un radicale e profondo rinnovamento. Questa visione del catechismo s'ispira, naturalmente e nuovamente, alla scrittura. Ascoltiamo ancora San Paolo che in questi giorni ci accompagna la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino
ad oggi nelle doglie del parto. Essa non è la sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello spirito. Gemiamo interiormente, aspettando l'adozione a figli. La redenzione del nostro corpo, quello che ci sfugge continuamente dalla memoria del cuore, sono proprio le doglie di questo parto che in realtà sta già avvenendo, perché quando Cristo è risorto dalla morte è iniziata la nuova creazione. Se non credete a me, credete alla scultura alle mie spalle, ma credo che dica proprio questo.
Cristo risorto, vedete? Imprime questo dinamismo inarrestabile di una creazione nuova che è già in corso. Noi siamo già nella nuova creazione, nella misura in cui ci scopriamo figli di Dio e viviamo come tali, partecipando insieme a tutti al rinnovamento del cosmo. Questo è il fotogramma credo che sfugge. È anche all'occhio un po' scientifico che ha il nostro mondo e che abbiamo un po' anche noi.
Non riusciamo a vedere nelle tribolazioni, nelle sofferenze e nei processi in corso le doglie di un parto. Guardiamo sempre tutto da un'altro punto di vista. Eppure San Paolo è persuaso che noi abbiamo delle primizie nella nostra vita per accorgercene. Le primizie dello spirito, cioè le persone spirituali, chi sono? Chi si accorge di queste doglie
del parto e vi partecipa? Citiamo un'altra scrittura per provare a capire che cosa determina tutto questo, carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Questo è l'equilibrio folle di un cristiano, avere chiara, viva un'identità. Noi siamo già figli di Dio, ma quello che saremo non c'è ancora. Ma è questa tensione famosa tra
il già e il non ancora. È l'equilibrio impossibile di ogni cristiano nel quale molto spesso ricadiamo in un protagonismo che non ci fa bene e che rallenta semplicemente il cammino. Fate attenzione alla riflessione fatta da San Giovanni in questa lettera, quand'è che noi saremo simili a lui quando egli si sarà manifestato? Vedete come non è? È posta su di noi l'attenzione, ma su Dio e sui tempi che egli riserva alle sue decisioni e
alle sue manifestazioni. A volte siamo così concentrati su di noi, sui movimenti che la nostra vita può o vorrebbe compiere, che ci dimentichiamo che le maturazioni più importanti noi nella vita non le facciamo quando prendiamo noi delle decisioni. Ma quando accogliamo nella realtà i gradini che Dio ci fa percorrere, gli eventi più importanti della vita di ciascuno di noi erano le cose non scritte nel calendario dalle nostre mani, ma successe
ugualmente. Le persone da incontrare, gli eventi da cogliere, le malattie da attraversare, le occasioni di amore, di perdono. Tutte quelle cose non scritte in anticipo nella nostra agenda, cioè i momenti in cui Dio sceglie di portare avanti il parto della nostra nuova umanità. Del resto, pensate se una mamma dovesse controllare ossessivamente il processo della nascita del figlio che ha nel grembo. Un'operazione impossibile? Il figlio nasce nei tempi che la
natura dispone. Noi possiamo averne una qualche stima e misurazione, ma fortunatamente questi processi sono più grandi del nostro bisogno di controllarli. Ecco, questo è l'ultimo elemento di speranza che vogliamo raccogliere in questa meditazione, cioè che fin d'ora ci sia qualcosa a cui noi possiamo credere. E che può accompagnare con fiducia, con speranza, i nostri
passi verso la fine dei tempi. Cioè Dio stia compiendo una grande trasformazione nel mondo e nella vita di ciascuno di noi. E guardate, questa era la cosa che Gesù faceva grande fatica a spiegare a chi lo incontrava e lo ascoltava nei giorni della sua vita terrena. Sentite questo. Pezzo del Vangelo di Giovanni, al capitolo 5, I giudei perseguitavano Gesù perché faceva tali cose di sabato. Ma Gesù disse loro, il Padre mio agisce anche ora e anch'io
agisco. Per questo i giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo padre, facendosi uguali a Dio. L'azione di Dio, che è la vita eterna in noi, è un'azione in corso, non è qualcosa che potrà o non potrà accaderci domani. E noi di questo facciamo grande fatica ad accorgerci che figli di Dio, cioè viventi per sempre, lo siamo già. Certo lo saremo definitivamente un giorno, quando il grande inciampo della morte sarà. Oltrepassato.
Ma il momento in cui cominciare a credere che il dono di vita che ci è accaduto sia eterno è ora. Cito ancora Gesù nel capitolo 5 di Giovanni, in verità, in verità io vi dico, chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna e non va incontro al giudizio. Ma è passato dalla morte alla vita, non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. Chi?
Chi ascolta la mia parola? Come facevano i poveri, i peccatori, tutte le persone che avevano una debolezza umana visibile non facevano alcuna fatica. A sentire questa voce di vita eterna e a credervi, questo è il talento che tutti abbiamo tra le mani, la parola di Cristo che grida nei nostri cuori, non avere paura di portare avanti il dono di vita che hai ricevuto, perché è un dono eterno.
