Le parole dal sapore un po' atletico di San Paolo, che abbiamo appena ascoltato, ci danno proprio il via per iniziare questo percorso di esercizi spirituali sul tema scelto della vita eterna. All'inizio di un percorso del genere le raccomandazioni sono d'obbligo. Ogni buon predicatore le deve fare ricordando che la voce del predicatore è soltanto un'occasione per poter ascoltare la parola di Dio. Quindi in questi giorni l'invito è per ciascuno di noi, nella misura in cui questo sarà
possibile e ripartire. Ecco da qualche spunto che la mia voce potrà indicare per cercare però di ascoltare l'appello che la parola di Dio fa risuonare nei nostri cuori, come chiesa e personalmente. E ci ricordiamo qual è il livello sempre più difficile, no, nel cammino della preghiera. È permettere alla parola di Dio di rivelarci qualcosa di nuovo dell'immagine di Dio e dell'immagine di noi stessi
davanti a lui. E accettare che questa rivelazione si compia e si trasformi in preghiera, in cambiamento di vita. La responsabilità di preghiera in questi giorni la avvertiamo tutti in modo più forte, per la salute del Papa, che ci sta molto a cuore, naturalmente, ma che ci ricorda questa condizione di umana fragilità in cui lui.
Così come tanti altri uomini e donne in questo momento si trovano, per cui la preghiera è sempre per noi un dolce obbligo, ma lo è forse ancora di più in questi giorni nei quali ci sentiamo particolarmente sollecitati. Ecco a fermarci nel gesto importante della preghiera per ritrovare quella speranza, appunto, della vita eterna che anima un po' i nostri passi verso questa corona incorruttibile di cui ci ha appena parlato l'apostolo.
Presentiamo dunque il tema della vita eterna che fin dalle origini la Chiesa ha messo al centro del suo annuncio evangelico attorno al mistero grande della risurrezione di Cristo. Mi ha colpito molto in questi giorni. Molte persone, anche diversi giornalisti, mi hanno raggiunto chiedendomi, ma padre, come mai avete scelto il tema della vita eterna?
il Santo Padre sta così male? E la risposta semplice è stata no, è che la vita eterna è il nostro più grande tesoro e quindi dobbiamo continuamente meditarlo, non per le condizioni del Papa, ma per la speranza che abbiamo nei nostri cuori. Però questo già ci dice come nel tempo dentro e fuori dalla Chiesa, su questa grande speranza della vita eterna si è forse depositata un po' di polvere che abbiamo la responsabilità di soffiare via per riappropriarci?
Di quello che da sempre in realtà è il cuore della nostra fede. Forse anche le scoperte scientifiche che negli ultimi decenni, negli ultimi secoli si sono accumulate e hanno sicuramente messo in discussione tante cose che credevamo di sapere in un certo modo, hanno relativizzato un po' il valore di questo orizzonte della vita eterna con cui abbiamo sempre potuto indicare una grande speranza a tutte le generazioni umane.
Ora forse il mondo non è più nemmeno ostile a questo tipo di annuncio, semmai forse un po' indifferente, e questa indifferenza ci interpella perché ci invita a riscoprire le ragioni di una speranza grande che abbiamo nei cuori e che abbiamo il compito di annunciare al mondo intero, ora per riappropriarci di questa misteriosa realtà, così presente nella predicazione di Cristo e così viva nell'esperienza di tanti uomini e donne che hanno illuminato la storia.
Dobbiamo forse partire da un punto, cioè riconoscere che se l'eternità non è in qualche modo percepibile già ora rischia di non avere alcuna importanza per la nostra sensibilità contemporanea? Cioè la vita eterna non può essere soltanto un orizzonte ultimo che non ha nessun legame con la realtà che viviamo. Allora scoprire come la vita
eterna possa. La vita terrena possa racchiudere già un'ombra e un pegno di eternità richiede a noi il coraggio, anche in questi giorni, di mettere insieme come delle tessere di un mosaico, per poi guardarlo quando queste tessere si compongono in un modo giusto, intelligente e opportuno. Ecco che allora noi rivediamo la promessa di eternità a cui Dio ci ha destinato fin dall'inizio. Certo, come la salute del Santo Padre ci ricorda.
Le sofferenze, le tribolazioni e, un giorno, la morte continuano a segnare il nostro cammino umano, ma sono come l'ombra di una gloria che ci attende e che si sta già manifestando per iniziare un itinerario di preghiera sulla vita eterna. Può essere sempre utile rifarsi alle formulazioni più semplici che abbiamo a disposizione. La prendiamo dunque dal catechismo della Chiesa
cattolica. Che sappiamo essere un compendio di tutto quello che la maggior parte delle persone non ha modo e tempo di leggere, cioè il grande sapere teologico sviluppato lungo i secoli, e trova in queste pagine una sintesi sicura per cominciare a formulare un pensiero sulle cose che Dio ci ha rivelato. Per iniziare la riflessione sulla vita eterna, nel catechismo della Chiesa cattolica prende alcune parole a prestito dal rituale
dell'unzione degli infermi. Il sacramento che viene somministrato ai malati e soprattutto ai moribondi, parti anima cristiana da questo mondo, nel nome di Dio padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo che ti è stato dato in dono, la tua dimora sia oggi nella pace della Santa Gerusalemme, con la Vergine Maria Madre di Dio. Con San Giuseppe, con tutti gli
angeli e i santi, tu possa tornare al tuo creatore che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi, mite e festoso, ti abbaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno. Questa è una preghiera che accompagna la persona in grave stato di malattia. A vivere con speranza e con consapevolezza il momento della morte, come un passaggio definitivo verso il Regno Eterno di Dio.
Questo testo liturgico, citato per spiegare il significato della vita eterna, è introdotto da questa considerazione, per il cristiano che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Ecco, si parte dalla Accezione più comune della vita eterna, quella che da tutti è generalmente conosciuta.
La vita eterna è quella condizione a cui si accede pienamente attraverso l'evento della morte, nella misura in cui il nostro morire è intimamente unito al morire di Cristo e al suo risorgere. Questo non è altro che la rielaborazione del pensiero di Paolo nel celebre passo della lettera ai romani. Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, affinché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del padre. Così anche noi possiamo
camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente Uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione da 2000 anni. È questa la grande speranza che anima la vita di chi ha trovato nel Vangelo la promessa di Dio. Che dopo la morte non si muoia più, ma si risorga a vita eterna.
E il ragionamento è molto semplice, se un essere umano, il figlio di Dio fatto carne, è risorto dalla morte per una vita senza più odio e risentimento, allora questo destino per grazia può essere accessibile a ogni persona. Il catechismo dice poi un'altra cosa, che la morte rappresenta un momento cruciale in cui si compie un giudizio particolare, quello che viene prima di quello che chiamiamo invece universale, sul valore della nostra esperienza di vita.
La morte pone Fina, pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. Queste parole indicano che la vita terrena. È un tempo in cui possiamo accogliere o rifiutare la grazia che si è manifestata nella vita di Cristo e che la Chiesa rende accessibile a tutti gli uomini e a tutte le donne. È fondamentale comprendere che questa apertura al dono di Cristo deve essere sostanziale,
non formale. Non basta partecipare alla messa, essere sacerdoti, vescovi, cardinali, eccetera eccetera per. Essere dentro la volontà di Dio, questo Gesù non aveva timore a dirlo alle persone religiose del suo tempo. Non chiunque mi dice, Signore, signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la
volontà di Dio, che è nei cieli. D'altra parte, nella riflessione del Concilio Vaticano secondo la Chiesa ha riconosciuto che è possibile vivere secondo il cuore, secondo la volontà di Dio, anche per chi non ha formalmente incontrato la rivelazione di Cristo. Conosciamo tutti le parole della Lumen Gentium, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua chiesa, ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e, con l'aiuto della grazia, si sforzano di compiere con le
opere la volontà di lui conosciuta. Attraverso il dettame della coscienza possono conseguire la salvezza eterna. Questo per dire che la riflessione della Chiesa sulla morte come passaggio alla vita eterna non vuole rivendicare un monopolio della grazia di Cristo, né incutere timore riguardo alla fine dei nostri giorni. Il catechismo intende semplicemente dichiarare un limite, posto e invalicabile, verso cui la nostra vita, la vita di tutti, si dirige.
L'evento della morte non rappresenta la fine del viaggio. Ma il momento in cui la nostra relazione, relazione più o meno consapevole con Cristo, si manifesterà pienamente attraverso un giudizio che sarà in grado di stabilire quale retribuzione immediata possiamo sperare di ricevere per evitare che tutto ciò diventi un conteggio economico, come magari in alcuni periodi abbiamo anche rischiato di di di poter fare o
di saper fare. Il catechismo cita il pensiero di San Giovanni della Croce, il quale ci ricorda che. Alla sera della vita saremo giudicati sull'amore. La precisazione è fondamentale per tutti, perché l'assenza di informazioni chiare su come questo passaggio avverrà in realtà può alimentare la paura di tendere a quel giorno, rendendoci molto vulnerabili al fascino del male e alla tristezza. In realtà l'autore della lettera
agli ebrei. Interpreta tutto questo come una liberazione definitiva che un giorno finalmente vivremo. Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo, allo stesso modo, ne è divenuto partecipe per ridurre all'impotenza mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta
la vita. Nel disegno di Dio il superamento della morte non è avvenuto come la rivelazione di una tappa biologica che noi non possiamo ancora vedere. Cioè dopo la morte ci rialzeremo? No, Dio ci ha salvato dalla morte, che è un evento molto più complesso del semplice morire biologico annunciandoci che tutto quello che ha vissuto nell'amore non muore, ma risorge. Questa è la speranza che ci deve
guidare. Nel cammino della vita, questo è quello che ci ha mostrato la croce di Cristo e la sua risurrezione, seguendo ancora le suggestioni del catechismo, vogliamo ricordarci che nell'ultimo giorno la nostra vita andrà incontro a uno di questi destini, o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per
sempre. A dispetto della nomenclatura più conosciuta inferno, purgatorio e paradiso, il linguaggio teologico preferisce fare riferimento ai tre destini ultimi, un tempo conosciuti come i novissimi, con nomi decisamente più evocativi, l'inferno è definito la dannazione eterna, il purgatorio è uno spazio di purificazione finale e il paradiso è chiamato plasticamente. Il cielo tra questi scenari, senza dubbio uno è quello che Dio desidera per i suoi figli. Vice ancora, il catechismo.
Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità Suprema e definitiva. L'essere umano è stato creato per partecipare a una condizione di vita in cui la felicità non ci sarà soltanto. A giorni alterni, ma sempre questa prospettiva dovrebbe essere sempre ricordata perché i dubbi e le paure ci assalgono durante il viaggio della vita.
E credo che questo sia il senso ultimo del pellegrinaggio del Giubileo che abbiamo iniziato a percorrere tutti in qualche modo, perché ci siamo rimessi in cammino come pellegrini di speranza. Verso quale speranza se non quella di una vita eterna? E potremmo ricordare, a questo proposito, le parole dell'apostolo che, sempre nella lettera ai Romani afferma, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura
che sarà rivelata in noi. Ecco, questa sproporzione noi spesso la perdiamo, soprattutto quando siamo immersi nel mistero del dolore e della solitudine. Che cos'è questo cielo di cui parla il catechismo? C'è una definizione molto breve, che dice poco ma evoca molto, in cui il cielo viene descritto così, è essere con Cristo, vivere in lui, ma conservando, anzi trovando, la vera identità, il proprio nome.
Ecco, questo sembra essere quello che dovremmo immaginare riguardo al cielo, alla vita eterna in Dio. Ci sono due aspetti importanti. La prima è una immersione piena in Dio attraverso Cristo. Il nostro vivere in Cristo in cielo sarà pieno, come dicevano i primi cristiani, saremo sempre con lui o in lui. Questa è una cosa importante perché dal battesimo in realtà noi stiamo gustando questa partecipazione alla persona e alla vita di Cristo. Noi siamo stati innestati in Cristo.
Ci troviamo in lui. Eppure quando non siamo bravi, quando non facciamo bene il nostro dovere, tante volte avvertiamo un senso di separazione da Cristo. Questo è quello che il peccato ci dice allora camminare verso il cielo ricordandoci che se noi ogni tanto tentiamo di allontanarci da Cristo, per lui è impossibile allontanarsi da noi. Questa è la speranza incrollabile che deve animare il nostro desiderio di cielo.
Anzi, forse il banco ultimo potrebbe essere proprio arrivare all'ultimo giorno davanti a Cristo, avendo più fiducia in quello che lui vede in noi che non in quello che noi siamo capaci di riconoscere nella nostra vita, sapendo che di questo mistero di amicizia qualcosa si manifesta, ma molto
più rimane nascosto. Cito la lettera ai colossesi al capitolo tre, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove a Cristo, seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo vostra vita sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
Ecco, la speranza del cielo è anche accettare che in questo mondo il mistero della nostra amicizia con Cristo rimanga un po' nascosto, non possa manifestarsi pienamente sia come un pegno, una primizia che un giorno sarà pienamente rivelata. Ma la seconda dimensione indicata dal catechismo sul destino del cielo non è meno bella di questa, se il cielo sarà la piena Unione con Dio in Cristo.
Questa piena Unione non ci condurrà a perdere la nostra unicità e la nostra specificità, anzi, in lui noi troveremo la nostra piena identità. Quindi il cielo sarà anche quel luogo dove finalmente saremo pienamente noi stessi. Una libertà che in questo mondo riusciamo a prenderci sempre fino a un certo punto, perché non è lo sguardo di Dio, ma è lo specchio davanti a cui ci guardiamo ogni giorno. Purtroppo ci sono anche gli sguardi degli altri.
Che ci fanno perdere sempre un po' di questa libertà. Eppure, come ci ricorda l'Apocalisse, un giorno, quello che noi abbiamo cercato di essere in questo mondo, di manifestare, finalmente sarà riconosciuto da Dio. Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo che nessuno conosce all'infuori di chi lo riceve. Le cose nuove sono quelle legate
all'amore. Un giorno in cielo Dio ci chiamerà con quel nome pieno di amore che solo lui è capace di dare alla nostra vita. Un po' come quello che forse Maria di Magdala sente pronunciare da Gesù La mattina della risurrezione. Maria, ecco, queste sono le due cose che forse dovremmo avere la pazienza anche in questi giorni, di verificare quanto abbiamo il coraggio di credere che noi siamo stiamo vivendo in Cristo. Che tra noi e lui non c'è una
separazione, non c'è più. E quanto stiamo imparando a diventare noi stessi. Perché un giorno queste due cose diventeranno definitive e il tempo di validarle è ora. Esiste la possibilità di rifiutare questo meraviglioso destino? Sì, naturalmente, perché la vita eterna in cielo vorrebbe essere un'esperienza di libertà. E l'amore esiste solo quando si compie nei termini di una libera
adesione. Ascoltiamo ancora il catechismo che parla della dannazione eterna, non possiamo essere Uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno. Questa è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio in cui si persiste sino alla fine un'avversione volontaria. Addio? Ora che cos'è l'inferno? Fortunatamente ne sappiamo meno ancora del cielo, però ci sono delle immagini molto eloquenti che dobbiamo ascoltare.
Gesù utilizzava spesso l'immagine della genna, questa valle fuori da Gerusalemme dove si bruciavano rifiuti e scorie, che un tempo era la sede del culto di Moloch. Un Dio inquietante che imponeva alla pratica di bruciare in olocausto i bambini dopo averli sgozzati, che poi è diventata una discarica. Ora nella Gela si buttavano le carogne delle bestie e i cadaveri dei delinquenti che venivano bruciati per distruggere i resti.
Ecco, questo avvallamento che Gesù aveva davanti agli occhi diventava nella sua predicazione un simbolo per il tragico destino a cui noi potremmo scegliere di incamminarci. Il figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo Regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità, e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti.
Anche l'Apocalisse utilizza questa immagine dello stagno di fuoco dove verranno posti tutti coloro che non si lasciano includere nel libro della vita, andando così incontro alla seconda morte. Ma ascoltiamo cosa sottolinea il
catechismo. A proposito di tutto questo, le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno, costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione. Questa precisazione. Che per esempio manca quando si parla del cielo, ci deve far riflettere e forse intende stemperare l'ansia che nasce subito in noi.
Non appena parliamo di queste cose sentendoci già tutti eh un po' partecipi di un destino in cui le cose potrebbero andar male. Per esempio a noi il rischio di restare separati da Dio e quindi anche da noi stessi, è qualcosa di molto serio. È un drammatico corollario della nostra libertà. Tuttavia, il fatto che la Chiesa non abbia mai scritto il nome di nessuno nel registro dell'inferno, contrariamente a quanto fa invece quando
dichiara. La partecipazione di un Santo alla vita del cielo, ci induce a essere molto cauti quando temiamo che noi o qualcuno possa essere sicuramente destinato alla dannazione eterna. il Vangelo ci invita a sperare. Naturalmente senza una certezza assoluta che per tutti ci sia la possibilità di non andare incontro a questo tragico
destino. In un'udienza generale nel 1999, San Giovanni Paolo secondo diceva così, la dannazione ultima rimane una reale possibilità, ma non ci è dato conoscere senza speciale rivelazione divina quali esseri umani vi siano effettivamente coinvolti. Il pensiero dell'inferno. Tantomeno l'utilizzazione impropria delle immagini bibliche non deve creare psicosi e angoscia, ma rappresenta un necessario e salutare monito
alla libertà. Ora la speranza di un inferno come luogo possibilmente vuoto, non è in alcun modo identificabile. Lo sappiamo con l'idea dell'apocatastasi, dottrina condannata come eretica già nel 543 dal sinodo di Costantinopoli. Ora, secondo questa ipotesi teologica, alla fine tutti buoni e cattivi, angeli e demoni verranno in qualche modo salvati. Questa tesi diluisce il mistero
della nostra libertà. Al contrario, la speranza che l'amore di Dio si riveli capace di salvare il maggior numero dei suoi figli, possibilmente tutti, come alcuni teologi hanno scritto, è semplicemente la preghiera che deve animare incessantemente il cuore. Di una chiesa che è ministra dell'amore più grande, l'amore che va anche verso i nemici. Una chiesa che ha come fondatore un Dio che morendo sulla croce dice padre perdonali perché non sanno quello che fanno.
Del resto, cos'altro possono sperare coloro che sono diventati figli di Dio e hanno scoperto la forza e l'efficacia dell'amore universale di Dio, se non sperare per tutti? Paradiso inferno rappresentano le due possibilità che abbiamo davanti al dono della vita ricevuto da Dio. Accoglienza o rifiuto? Se volessimo essere un po' audaci, forse potremmo dire che in queste due immagini non c'è nemmeno tanta originalità di pensiero.
Tutte le religioni in qualche modo, prospettano no degli scenari, da una parte o dall'altra. Il luogo dove emerge maggiormente il contributo forse della riflessione cristiana è l'ultimo, il cosiddetto purgatorio, lo spazio della purificazione ultima. Il catechismo dice così, coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono
sottoposti dopo la loro morte. A una purificazione, al fine di ottenere la Santità necessaria per entrare nella gioia del cielo, la Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti che è tutt'altra cosa. Dal castigo dei dannati. Questa sintesi del catechismo ci accorgiamo che è già una formulazione ben riuscita, che descrive già il nostro cammino in questo mondo, prima di quello che sarà lo scenario della purificazione ultima.
Perché noi spesso ci sentiamo proprio così, amici di Dio, ma un po' imperfetti, pur sentendoci, amati e chiamati da Dio come suoi figli e suoi amici. Abbiamo tutti la sensazione di non essere mai giusti fino in fondo. Anzi, credo che più passano gli anni e più quelli che sono le nostre imperfezioni le guardiamo sempre con un occhio più critico, e a volte rassegnato fino ad avere un grande dubbio. Sulla validità, sulla bontà della nostra relazione con Dio, questo è indubbiamente vero.
Ciascuno di noi si porta dietro una serie di imprecisioni e di imperfezioni su cui dovremmo fare sempre la fatica di interrogarci e di crescere. Ma vale la pena di chiederci, stanno solo così le cose? Siamo davvero tutti così
imperfetti oppure. Ci vediamo tali perché utilizziamo ancora come categorie di perfezione categorie che non sono quelle dell'amore di Dio, ma altre da un punto di vista umano si potrebbe pensare che imperfetti lo siamo quando non siamo capaci di manifestare tutte quelle virtù che si aspetterebbero da noi.
Questa prospettiva però è molto pericolosa, perché ci porta a credere che noi dovremmo essere bravi, impeccabili, sempre efficienti, sempre efficaci, andando in una direzione di perfezionismo di cui siamo tutti un pochettino malati, cioè vorremmo sempre mostrare agli altri un'immagine molto nitida di noi stessi, molto prestante. Ecco, non è questa la direzione.
Della purificazione ultima. Questo è quello che sarebbe il nostro desiderio, arrivare davanti a Dio così perfetti da quasi non avere nemmeno bisogno di lui. C'è questa, questo fruscio nella nostra anima, questa grande tentazione. E ce ne accorgiamo, per esempio, tutte le volte che dobbiamo mettere uno sbaglio, tutte le
volte che ci accostiamo. No alla gioia della confessione che tante volte una gioia non è. Se abbracciamo invece la logica del Vangelo, dove il criterio non è più quello di una perfezione ideale, ma è la perfezione nell'amore, ma è come diciamo ogni volta che celebriamo l'eucarestia, allora le cose possono cambiare. La perfezione verso cui dobbiamo camminare non è quella dove non ci sono più imprecisioni e difetti, ma è quella dove non ci sono più contraddizioni
all'amore. Secondo l'insegnamento di Cristo si è imperfetti non quando si è mancanti o deboli, sconfitti o vulnerabili, non perfettamente purificati, lo siamo ogni volta che tentiamo di realizzarci fuori dalla logica dell'amore, inseguendo parametri e traguardi che ci alienano dalla nostra umanità e ci impediscono di abbracciare la logica di Dio.
Ora, la vera e ultima purificazione a cui tutti saremo sottoposti non è da immaginare come un processo in cui saranno eliminati per sempre difetti e fragilità. Ciò che si dovrà abbandonare prima di accedere alla vita eterna sarà forse la la pretesa titanica e anche satanica di dover essere ancora altro rispetto a quello che siamo per
poter iniziare ad amare. Un frate, fra cecilio della mia provincia di Cappuccini di Lombardia, diceva che il purgatorio è tu che stai andando a una festa molto bella di di nozze, diciamo. Passi davanti allo specchio e ti accorgi di non essere pronto per andare a quella festa. Varrebbe la pena chiederci cosa vediamo in quello specchio? Quand'è che non siamo davvero pronti per entrare nella sala
del Regno? Quando il il vestito ha qualche macchia o quando la nostra libertà va in qualche direzione che non è ancora compatibile con la logica povera e umile dell'amore, qual è quel famoso abito che sarà imperdonabile non indossare nella stanza di nozze del Regno?
Potremmo allora forse dire così? Se nella nostra esistenza storica abbiamo provato, direi anche inutilmente, ad apparire buoni e bravi, coltivando un'immagine ideale di noi stessi e rimanendo sempre un po' delusi dall'impossibilità di riuscirci, alla fine dei giorni avremo la grande ultima occasione di riconciliarci con i nostri limiti, di accettare quello che siamo, potremmo smettere di sforzarci di cercare di apparire
diversi. E inizieremo finalmente a vivere la logica dell'amore, in cui al centro non c'è più l'immagine di noi, ma c'è il volto dell'altro, quindi forse alla fine dei tempi, in questo spazio di purificazione ultima. E riusciremo a purificarci dalla più grave delle tentazioni, pensare di poterci compiere senza assumere la forma della Croce, dove Cristo ha manifestato l'immagine dell'amore più grande. È qui, accanto a noi, questa
immagine sulla croce. Cristo è umanamente imperfetto, è debole, è sconfitto, è schernito, è odiato, è solo. Eppure l'immagine dell'amore è compiuta in lui. Allora forse, ecco, il purgatorio sarà quel luogo dove davanti a questa immagine non abbasseremo più gli occhi.
Non ci batteremo più il petto, ma ci sentiremo finalmente davanti a noi stessi, AA quel a quello che sarà diventato quel giorno anche il nostro desiderio, abbracciare, senza più rinvii e senza più scuse, quella forma di vita e di amore. Ecco un possibile modo di leggere lo scenario del purgatorio, un'anticamera di accesso all'eternità del cielo, dove saremo finalmente liberi da quella logica di perfezione.
Che ci impedisce di guardare noi stessi e anche gli altri nella luce sempre tersa dell'amore più grande.
