Ermes Ronchi - Che cosa cercate? (Gv 1,34) #8/8 - podcast episode cover

Ermes Ronchi - Che cosa cercate? (Gv 1,34) #8/8

Oct 05, 202447 min
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Corso di Esercizi Spirituali tenuto da Ermes Maria Ronchi nell'oasi del Sacro Cuore in Conversano (Ba) dal 20 al 24 luglio 2015.

Transcript

Ecco, la misericordia è una parola che va ripulita e ravvivata, perché ricca di potenza vitale e avvolge la totalità dell'uomo che si colloca sulle frontiere tra vita e morte. La misericordia è una cosa per forte, non è il semplice intenerimento per i bambini cuccioli o i fiori. Ci vuole un cuore forte e coraggioso, molto convinto, un cuore robusto e guerriero che sostenga gli assalti delle altre forze, sostenga l'arroganza

della giustizia. Il desiderio sempre Rinascente di farla appagare in qualche modo. Illusione di poter educare noi e gli altri attraverso i castighi colpirne uno per educarne 100 che c'era stato sostenere anche la paura che in questo modo con la misericordia bene e male, si confondano nella coscienza un cuore forte per sostenere la contestazione dei figli e dei potenti e dei farisei.

Allora ecco, la misericordia è una cosa per forte, anche se nel Vangelo chi la usa più spesso è Luca, il Vangelo della tenerezza si dice anche il Vangelo delle donne, ma bisogna vedere in quale senso prima di. Andare a vedere alcune cose della misericordia in Luca volevo fare prendere la figura di un di un profeta come modello di colui che riceve misericordia e modello delle nostre battagliere vicende la

misericordia di Dio evocata. Dal racconto della fuga lunga e disperata del profeta Elia davanti ai sicari della regina dice, Zabella fugge nel deserto. Stanchezza, fame, paura, sete. Elia l'indomito Elia si arrende, cade a terra, si trascina al riparo di una Ginestra e prega, basta signore, non ce la faccio più, voglio morire, meglio la morte di questa.

Interminabile fuga disperata, è un uomo sulle frontiere della vita e della morte, sfinito e via, cade in un torpore da cui lo sveglia qualcosa, lo sveglia, una carezza e un Angelo che lo tocca e gli dice, alzati, mangia. E che cosa gli fa trovare l'angelo? Per affrontare il deserto, essicanico non gli fa trovare un cavallo bardato pronto a divorare al galoppo la steppa di

edom. Non gli fa trovare un cammello lento e sicuro, ma gli fa trovare un pane cotto tra due pietre e un orcio d'acqua, pane, acqua e una carezza, quasi niente. Quasi un castigo per noi. Pane, acqua come scampoli come metafore della misericordia di Dio. Eppure si tratta di risorse che hanno lo scopo non di mettersi al posto del profeta, ma di risvegliare la sua vitalità, di ridestare la forza del corpo e

la forza del cuore. Il profeta Camminerà fuori, ma sulle sue gambe e non su umani d'angeli o su un cavallo facile. Camminerà per 40 giorni, fino all'ore. Ecco, pane, acqua e una carezza bastano a renderlo di nuovo protagonista. Questa è la misericordia. Dio non agisce al posto mio, ma insieme a me. È il miracolo più vero. È la nostra capacità di avanzare

nella vita senza miracoli. Compare acqua e una presenza con piccole cose, come accade a adar, la schiava egiziana che ha dato ad Abramo il primo figlio ismaele, perché così ha voluto Sara, ma poi Sara, matriarca dall'animo, infine Sara. Quando partorisce, isacco impone ad Abramo di mandare via Abramo e Abramo ubbidisce. Abramo, dice la Bibbia a malincuore prese il pane e un nutre d'acqua. Ancora pane e acqua li diede ad agar, li consegnò il fanciullo e la mandò via. Agar se ne va.

Si smarrisce nel deserto di Betsabea. Finita l'acqua, depone il bambino, il suo piccolo, sotto un cespuglio, anche qui un cespuglio come teleria, e si allontana quanto un tiro d'arco, dice la Bibbia, per non assistere allo strazio dell'agonia nel suo bambino e piange. Ara piange come un fiore che non sa come si nutrono le sue gemme, ma intanto cerca di durare, di aspettare, di guardare il cielo. Ed ecco che Dio interviene, ma

come? Non con un miracolo, ma dice la Bibbia. Dio le aprì gli occhi ed ella vide un pozzolato. Dio non crea qualcosa, apre gli occhi di agar, risveglia il cuore di Elia. Ed ecco che la madre vede ciò che già era lì, che già era lì e che la può salvare, e che lei non riusciva a vedere. È una metafora per me, la sento benissimo. Dio apre gli occhi anche a noi, anche a me. E vediamo pozzi d'acqua fresca. Vediamo nel deserto, vediamo sillabe della parola di Dio nelle parole dei fratelli.

Vediamo profondità e bellezza delle persone e un'altro cuore per abitare la terra. Ecco come viene la misericordia. Noi attendiamo miracoli. Da un Dio illusorio e non ci accorgiamo dei piccoli segni del Dio reale. La misericordia viene con uno sguardo nuovo, viene con un cuore nuovo. E vediamo e percorriamo il mondo in modo diverso e più ricco, e vediamo oltre. Vediamo più a fondo, vediamo più lontano la misericordia di Dio.

Salva non dal dolore, ma nel dolore, non dalla sofferenza, ma nella sofferenza, non dalla prova, ma nella prova, non dalla croce, ma nella croce e diventa forza di futuro. La misericordia di Dio viene nell'umiltà vestita di stracci, viene sotto forma di un incontro, di una telefonata, di un amico, di un SMS quando pensavi di non farcela più, di una coincidenza, di una parola ascoltata alla radio Letta in un libro. Una luce interiore alle volte

non fornisce neanche. Pane, ma solo un pizzico di lievito. Noi domandiamo se gli straordinari a un Dio illusorio e non ci accorgiamo dei segni poveri irreali del Dio reale. Però il carattere della misericordia è anche drammatico, perché sorge nella Bibbia, al cuore del peggio. Un uomo con la morte addosso e via. Una donna con la morte addosso, propria del figlio. E il peggio è prima di tutto questo la morte. E poi l'esperienza di tradimenti, di infedeltà, di esili, di angoscia.

Proprio al cuore del male, più che in ogni altro luogo, affiora la punta fragile e acuta della misericordia di Dio. E ci rivela il suo carattere paradossale. Non è una risposta puntuale e locale, ma è un disegno globale di Dio. La misericordia non risponde alle mie 100 limitate richieste, ma le inserisce, le iscrive dentro un progetto globale dove trova un senso e orizzonte.

E poi vorrei vedere Elia come immagine del prete, della suora del consacrato, della consacrata comunque, di chi si impegna in tanti modi, di chi sta a qualsiasi cosa impegnato nel lavoro continuo nella vigna del Signore. Il profeta Elia, vedete? E davanti a Dio parla con lui. Eppure ha paura, pur essendo al cospetto di Dio, pur avendo udito la sua parola, pur avendo visto i suoi miracoli, pur avendo deciso di obbedire alla sua volontà.

Il profeta di Dio ha paura, ha paura degli uomini che lo inseguono per uccidere e per vendicarsi. Perché dice il libro degli dei. Ha sgozzato con il suo coltello 400 profeti di padre. Terribile violenza religiosa, terribile, atroce guerra sacra. Ricordate i 100 copti sgozzati sul mare dall'Isis? Sul mare libico ci colpiscono

100 morti con la gola tagliata. E qui. 4 100 Elia fugge, fugge dai suoi inseguitori, fugge da se stesso, fugge dalla sua violenza, dalla sua vocazione, dalla necessità di impedirgli di di di dover obbedire sempre e comunque a quella che ritiene volontà di Dio e che lo schiaccia. Allora è Elia che fugge da questo Dio che forse gli ha chiesto troppo, troppo sangue, che lo ha messo in pericolo.

Che non riesce a comprendere. Ha svolto la sua missione, ha un rapporto privilegiato con Dio, eppure fugge perché ha paura. È l'immagine del prete, della suora, del consacrato, del credente. Vedete, l'umanità del profeta non è cancellata dalla vocazione, rimane. L'uomo che ama, che spera, che teme, che vuole vivere. Io l'ho incontrato nella sua umanità e non lo ha trasformato in un supereroe invincibile. L'uomo e la donna che obbediscono alla voce di Dio gli obbediscono con tutta la loro

normalità. Con tutta la loro normalità. Il profeta servo di Dio, il più grande tra i profeti, Elia. Ognuno di noi che risponde alla vocazione trova la salvezza non nella propria obbedienza o nel fatto che una brava suora, un bravo prete, non nelle capacità o di virtù. Ma noi veniamo cercati, toccati, nutriti. Salvati, trovati da Dio e via. Fugge, si arrende, chiede a Dio di liberarlo dalla vita, di farlo morire lì, sotto la Ginestra, come Giona sotto il ricino, aveva chiesto ancora di

morire. Si arrende ad una realtà che non capisce, così noi tante volte non capiamo quello che ci sta attorno, parrocchia, comunità. Elia non capisce come mai adesso, pur avendo obbedito a Dio. Debba tanto soffrire e tanto temere. Ce ne rendiamo anche noi della sofferenza, delle nostre famiglie o comunità. Ma Dio non si accontenta del timore, non si accontenta della stanchezza, dell'incomprensione. Dio non cede agli alibi che abbiamo costruito, non accetta

che ci arrendiamo. Non accetta che cadiamo definitivamente. Non accetta che la nostra vocazione si sgonfia al punto di non volerci più rialzare. Con Dio c'è sempre un po', con Dio c'è sempre un sempre Dio. Apre un futuro, soprattutto quando il presente è più cupo, nero come la morte la far temere. Anche con l'Elia avviene questo, vorrebbe la fine, vorrebbe concludere il suo ministero. Vorrebbe arrendersi per trovare pace, ma Dio lo tocca, gli mette la sua mano addosso.

Ecco, con Dio non c'è pace, il senso non c'è. La pace che noi crediamo. La pace di non fare nulla di compromettente, la pace di non doversi sporcare le mani, la pace di non dover fare i conti con le nostre contraddizioni. La pace di Dio. Quella che ci offre un'altra cosa è la pace del giusto in mezzo all'ingiustizia del mite in mezzo agli arroganti, la pace di chi sa amare e riconciliarsi in mezzo agente di presunzione, di egoismo.

E la pace di chi sa fare pace con l'umiltà e non con la guerra di chi non si allinea, non si omologa all'illegalità, alla disonestà, alla corruzione. La pace del giusto in mezzo all'ingiusto e con la mano posta sopra L'Elia, non è la mano solo della consolazione, non è la mano del genitore che accompagna il proprio figlio nel sonno. Dio non è d'accordo con Elia e non gli dona il sonno sperato. La mano di Dio viene a svegliare e a risvegliare e in questo è misericordiosa.

Viene a rialzare e ad rinviare, a continuare sempre e comunque nonostante le 1000 contraddizioni e i nostri limiti. Viene a benedire e a, renderci adatti. Ma non è tutto. Quella mano non è neanche la mano che manda, che indica col dito puntato che impone, con l'arroganza della superiorità che non comprende la fatica, non comprende il dolore, no, è la mano che nutre e che permette di riprendere la via verso l'oro e la mano del padre e della madre. Allora ecco che il deserto è

evidente per via per agar. Evidenti dolori, le fatiche, le ansie, le ingiustizie, le delusioni. Ma questo è il tempo che il signore ci dà da vivere. Questo e non un'altro qui è ora e non viene, e non altro qui siamo chiamati non a salvare il mondo, ma ad amare. Amarlo come avversari dell'assurdo e profeti del

significato. Quante volte saremo ancora stanchi anche noi di ministero, di ascolto, di annuncio, di servizio, stanchi come il profeta e talvolta cercheremo il modo di evitare questa vocazione. Cercheremo il nostro albero sotto il quale starà all'ombra. Per evitare le fatiche del deserto l'accaluro lì saremmo incontrati da Dio senza io, solo con la sua mano che ci indicherà la sua presenza, una carezza e offrirà nutrimento per

riprendere il cammino. Dio è all'opera con piccole cose nella nostra vita e con alto silenzio. E quando lo incontreremo nuovamente nella fatica, ascolteremo la sua voce, dirci come allora, Elia, che ci fai qui? Allora risponderemo. Ero in attesa che tu mi chiamassi per nome, per essere ancora tuo servo e tu per sempre mio Salvatore, colui che mi ridà vita palle. Basta che un uomo solo sogni, perché un'intera stirpe profumi di farfalle.

Basta che uno solo dica d'aver visto l'arcobaleno di notte, perché anche il fango abbia gli occhi dei docenti. Anche qualche volta ci sentiamo soli, magari ci può confortare con questa idea. Basta che un uomo solo sogni perché un'intera comunità profumi di farfalle. Metafore, simboli. E pure creder è stanca, lo mostra il profeta, lo sperimentiamo.

Lo ha chiesto un giorno un Monaco trappista nell'abbazia di Orval, in Belgio. Gli chiesi così, ma, padre, che cosa si può fare quando Dio stanca? E temevo anche che mi desse una risposta tipo, ma ma stai dicendo una stupidaggine, una parolaccia, quella che dici? Dio non può stancarmi. E invece mi rispose con una citazione di San Bernardo dice, ricorda quando Gesù entra a Gerusalemme nel giorno delle Palme, c'è entusiasmo, c'è

campi. C'è un'energia bellissima attorno a Gesù. Tutti sono contenti, i bambini, i discepoli, la gente. Ma c'è un personaggio che fa fatica e che si stanca. Quel personaggio è l'asino su cui Gesù è seduto, fa più fatica di tutti, ma è anche il più vicino di tutti, il signore. E allora continuò il Monaco. Forse quando ti stanchi delle cose di Dio è il sintomo che sei molto vicino al signore, molto intimo a lui. Sei in quell'asino che lo sta portando su per la salita dura

che va alla porta del tempio. Fino a che c'è fatica, c'è speranza. Ecco, scusate.

Volevo arrivare alla conclusione dei nostri incontri attraverso anche un piccolo ricordo ulteriore del Vangelo, dicevamo che Luca è l'evangelista della misericordia e anche della tenerezza compattiva di Gesù. È magnifica perché Luca scrive, è la più rivoluzionaria canzone dell'avvento di Dio, piena della forza dei capovolgimenti della storia, dove misericordia appare come giustizia in favore dei deboli, degli affamati, dei popoli. Luca, sappiamo, è anche

l'evangelista delle donne. I lumi sono determinanti per capire l'annuncio, Gesù e questo suo gruppo. Vagabondi che si faceva mantenere dalle donne, non avrebbe mai accettato di farsi mantenere da veri uomini. Perché? Perché le donne hanno un'altra generosità, hanno una innocenza molto maggiore. Gesù ha fatto molte volte, ha usato le donne più povere, le vedove, per dare alcuni tra gli annunci più importanti.

Ma quello che desideravo fare sottolineare è questo da subito, dal primo capitolo del suo racconto, Luca si riferisce per quattro volte alla misericordia, due nel magnificat, due nel benedictus, e lo fa quindi con molta decisione, con molto volutamente, riprendendo il concetto di phased. Che vuol dire fedeltà misericordiosa e insieme creatrice di qualcosa di nuovo. Perché la fedeltà può essere rivolta al passato solo. Ma la misericordia creatrice

rivolta al futuro. Luca 1 50 magnifica la sua misericordia si estende di generazione in generazione. La misericordia che dura nel tempo, che attraverso il tempo, che è una bussola del rapporto tra uomo e Dio e che si trasmette di generazione in generazione.

La misericordia che si trasmette di padre in figlio, di madre in figlia, come una componente essenziale dell'umano e del divino, si trasmette in ogni bambino come il divino in noi, come in ciò che ci fa umani e generazione in generazione. È molto bello. C'è qualche cosa della misericordia che è già dentro l'uomo che si trasmette. E poi all'uno 54 dice, ricordarsi di misericordia in greco mneszenaj e leus che vedete. Siamo verso la conclusione del magnifico.

E Luca USA questa espressione che merita un po' di attenzione. Noi traduciamo le solite traduzioni, dicono ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia. Però attenzione, nessuna delle traduzioni prende ragione della formula verbale greca, che suona letteralmente così, brestenaj e leus bresteraj. Ricordarsi di misericordia.

Si tratta di un verbo al tempo infinito, non al passato, non al presente, non all'imperativo, ma all'infinito, senza un legame sintattico all'interno della frase, non costruito come una dipendente, come una causale. Sorge all'improvviso, e questo è molto bello, sciolto, libero, quasi un appunto, quasi uno slogan. Il cui soggetto diventa chiunque legga, chiunque pronunci quella parola ha soccorso Israele. Ricordarsi di misericordia chi Dio, noi tutti, ogni lettore un

po' ignorante. Ricordarsi di misericordia, perché la misericordia è la perfezione di Dio. Siate misericordiosi come il padre, siate perfetti come il padre, sovrapponiamo. La misericordia è la perfezione di Dio. Ricordare significa anche, letteralmente, rimettere dentro il cuore, perché l'uomo noi che cosa ricordiamo? Ricordiamo solo le cose che ci stanno a cuore. E chi è appassionato di calcio ricorda tutti i risultati di tutte le partite del campionato.

Perché? Perché ci stanno a cuore. La misericordia che ritorna ad abitare il cuore là dove l'essere umano è unificato, il cuore dove si abbracciano ragione e sentimento e che insieme danno senso e orientamento alle nostre mani. Allora la misericordia che ritorna ad abitare il cuore diventerà il nostro modo di vivere. Il magnifico. Perché il magnifico non va pregato, va danzato. E che inizia a battere il ritmo della musica è la misericordia.

Possiamo dimenticare anche tutte le altre parole. Basterà ricordare la misericordia. lo Spirito Santo dice Gesù verrà e che cosa fa? Vi riporterà al cuore tutte le mie parole. Santa Maria ha una missione analoga a quella dello Spirito Santo, qui riporta al cuore del devoto. Con il suo canto, la parola

della misericordia. Ora credo che ciascuno di noi può ricordare il suo viaggio nella vita, non soltanto le delusioni, ma come Elia, come Agar può ricordare il pozzo apparso all'improvviso, l'acqua scaturita un giorno. Mentre non te l'aspettavi la manna discesa dal cielo sotto forma di un amico, sotto forma di una parola o di un libro, quando credevi di non avere più forza o sotto forma di una carezza, come l'angelo sotto la Ginestra, ognuno può ricordare

momenti in cui. Mentre era quasi disperato si sono aperti squarci con cielo chiuso per annunciarci che non viviamo da soli, che non siamo dentro il cerchio tragico della nostra solitudine, ma che c'è un amore che viene a percuotere i confini della nostra vita e della nostra storia e che viene sempre creando sorprese e future, quante straordinarie sorprese da ricordare. E di cui fare memoria gioiosa.

Abbiamo forse toccato, vissuto, piccoli miracoli che duravano come la manna, un giorno solo un'ora sola, poi il giorno dopo occorreva dell'altro. Anche lì per due volte viene l'angelo, ma intanto abbiamo scoperto che ci sono dentro le cose, dentro i giorni, sorgenti segrete di speranza. Che qualcuno ha misericordia della mia vita. Allora ecco, ricordarsi di misericordia.

Prendiamo come nostro, come scritto per noi questo verbo del magnifico che non ha un soggetto che è rivolto a tutti, ricorda, perché la dimenticanza è la radice di tutti i mali. Ricorda che la salvezza sta nel fatto che il misericordioso ti ama, non che tu lo ami. E questo è il Vangelo. Di Santa Maria, il Vangelo del magnifica, la religione dello sguardo puro che ha saputo vedere Dio ancora Alloder, creatore instancabile, con le sue mani ancora impigliate nel

folto della vita. È lui che innalza, è lui che abbassa, è lui che riempie, è lui che rimanda, e lui è lui, è lui per 11 volte beati in misericordiosi. Beati coloro che si ricordano di misericordia. Perché? Perché troveranno misericordia. Vedete, è l'unica beatitudine in cui i beati ottengono ciò che hanno già. Ottengono, appunto ciò che stanno vivendo. Misericordia. Beati misericordiosi perché avranno misericordia.

In tutte le altre beatitudini c'è una profusione, uno spalancarsi di altri doni, i poveri hanno il Regno, I miti hanno la terra, e i puri di cuore hanno la visione di Dio, i datori di misericordia hanno misericordia, che però, vedete, è qualcosa di equiparato al Regno. Di equiparato alla visione di Dio, all'essere figli di Dio, ai grandi eventi contenuti in tutta la seconda parte di tutte le

beatitudini. La misericordia è qualcosa che vale per sempre, per l'oggi e per il domani, capace di attraversare il tempo, qualcosa che merita di non morire, quasi ilviati. Quasi pane, acqua e carezza, via via con cui l'uomo si attrezza per il grande viaggio, quello che attraversa l'ultima frontiera. Se dobbiamo portare qualcosa nella nostra Bisaccia, il nostro zaino, portiamo misericordia, l'ha detto lui.

È l'unica cosa che ci fa attraversare le grandi cascate della Morte. Appare la misericordia come il filo d'oro che congiunge storia ed escatologia, che Lega un male divino che rende il mondo più buono e più giusto che anche il cielo più buono, più giusto, più umano. Siate perfetti come il padre, siate misericordiosi come il padre. Sovrapponiamo le due frasi e ci accorgiamo che la perfezione di Dio non è la sua onnipotenza, ma

la sua misericordia. La perfezione di Dio non è l'eternità, non è l'onniscenza, ma misericordia, cioè viscere di madre, il luogo, la sede dell'amore più grande. E allora la perfezione fra noi, la perfezione nella mia casa. Nella mia famiglia, tra i miei amici, nella mia comunità, nel mio cuore, nella mia parrocchia. La perfezione dei miei rapporti, nelle mie relazioni. È misericordia, avere viscere di

madre, che lo spirito feconda. Questo è scandalo per la giustizia, è follia per l'intelligenza, ma è consolazione per noi tutti debitori. Il debito. Di essere amati da un Dio così si paga solo diventando come bambini. Loro sì credono alla misericordia, loro conoscono la famiglia, la madre forse non abbiamo pensato. Stiamo andando verso la fine?

Ancora no. Forse non abbiamo pensato che dalla parola, dal verbo che vuol dire un po' misericordia, soccorrere, impietosissimo, deriva una parola che usiamo normalmente, che si chiama elemosina, elemosine, ire. Vedete una parola svilita dall'uso comune. Ma se pensiamo che il greco classico non conosce questo vocale, che i greci e i romani non hanno coniato nessun termine per indicare il dono ai poveri perché facessero elemosine, azione che però non era considerata meritoria, è un

termine biblico. Del greco biblico inventato dai 70 della traduzione di proverbi 21 26, con il significato di compassione come sentimento, come virtù interiori, ma poi soprattutto di gesto concreto, di azione, opera di bene, dono ai poveri. E Gesù parla per fare elemosina come qualcosa che può caratterizzare la vera attività dei discelli. Ricordate Matteo sei? 2 4 quando fai l'elemosina, cioè quando fai misericordia, non suonare la tomba davanti a me come fanno gli ipocriti.

Ma quando tu fai l'elemosina, quando fai misericordia, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra affinché la tua misericordia sia fatta. Il segreto è il padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. E qual è la ricompensa? Miseri. Nella giovane chiesa c'è un esempio bellissimo. Alla porta bella che conduce al tempio di Gerusalemme, siede un mendicante che è storpio e che tutta la città conosce. Vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare, chiede loro

l'elemosina, la misericordia. Pietro, fissandolo negli occhi con Giovanni, dice, Guarda verso di noi. Argento e oro io non ho, ma quello che possiedo te lo do nel nome di Gesù Cristo. Cammina e preso per la destra,

lo sollevò e continua, atti tre. Con un balzo saltò i piedi e si mise a camminare ed entrò con loro nel tempio, camminando, saltando, lodando Dio. Ecco, l'elemosina, la misericordia Di Pietro e guardare negli occhi, guardare negli occhi, prendere per la destra, sollevare e poi camminare insieme, magari accenando un passo di danza con questo stolpio che adesso alzava attorno a lui.

E da qui la gente racconta, passo struggente degli atti, comincia a portare dei malati Dove Pietro passava, gli ammalati nelle piazze, ponendoli sulle Tucci e giacigli, perché Quando Pietro passava anche solo la sua ombra. Coprisse qualcuno di loro. Pietro, per guarire non avvia delle opere, non edifica edifici e ospedali. Compie un gesto e la sua ombra silenziosa, che niente che è meno di un soffio, meno di un abbraccio, sfiora, guarisce la

pace e rimette in cammino. Ombra è un'immagine che la Bibbia conosce bene. L'ombra di Dio sulla tenda dell'alleanza, l'ombra dello spirito sulla ragazza di Nazareth, l'ombra di 12:00 dal dal 12:00 alle tre sul calvario, il più umile dei segni, la povertà di Dio, Passa Pietro e non lo accompagnano. Segni clamorosi, ma il gesto più semplice passa la prima chiesa tra i malati ed è un'ombra, cioè

un ricordo del sole. Cioè una fame di sole senza pretese, senza mass media, senza apparati, senza opere. La bellezza della Chiesa quando bastava un'ombra ed era piena di sole dice Simon Day. Davanti a Dio non c'è nulla di meglio che essere nulla. Così come per l'aria davanti al sole non c'è nulla di meglio che essere trasparente.

Essere niente e più di qualunque cosa, più di essere ricchi, più di essere santi e essere spazio limpido del creatore scrive Padre Giovanni Vannucci. La sola preoccupazione dell'annunciatore. E di essere infinitamente piccolo. Solo così l'annuncio risulterà infinitamente grande. Ecco, siamo arrivati verso la fine. Io concludo con una tante possibilità in tutti i modi, ma quando si parla di

misericordia dovrebbero. Andrebbero altre ore e ore per sentire questo tocco e per capire che pane e acqua sono le cose essenziali, le uniche di cui abbiamo davvero bisogno o quell'apparenza di inutilità che hanno le cose essenziali, l'aria che ci sembra inutile, la luce, l'acqua, il pane, le cose essenziali hanno apparenza di inutile. Come l'ombra Di Pietro che guarisce. Eppure in quell'apparenza di inutilità c'è davvero la radice

accesa della misericordia. Allora Io credo che possiamo concludere con questa metafora, l'identità cristiana è una

sintesi. Tra due abbracci, quello che ci fu dato al battesimo, l'abbraccio del padre e quello che ci attende alla fine scrive Papa Francesco Evangelii gaudium, far sì che il nostro popolo si senta come in mezzo tra questi due abbracci è il compito difficile ma bello di chi predica il Vangelo. E io non mi cerco mai di ripetere un episodio che contiene quella che per me è stata la più folgorante definizione di Dio. Un regista polacco che si chiama Kiozlowski ha fatto 10 film

sulle 10 parole. Si intitola semplicemente decalogo uno, decalogo due, decalogo tre. Nel primo di questi decalogo uno c'è una scena molto bella. Il protagonista è un bambino, padre orfano di madre, che il padre ha ingegnere informatico accresciuto senza dargli nessuna formazione religiosa. Un giorno il bambino sta giocando al computer, il computer risponde, ma lui di colpo si interrompe. E dice, la zia che sta lavorando, malia seduta sul divano, tanto lui e le dice,

Dimmi, zia, com'è Dio? La zia, sorpresa, lo guardo in silenzio. Non aveva mai parlato di Dio col bambino. Poi mi dice, Padre Paolo, Padre, vieni qui. Il bambino si alza. Lei lo prende in braccio, lo stringe a sé, lo accarezza appieno sui capelli e poi gli domanda, padre, come ti senti adesso? Il bambino, bene, zio, ti sento bene. Allora. Lei conclude, ecco, padre, Dio è così, Dio con un abbraccio.

Ecco la scommessa delle migliaia di omelie delle nostre domeniche, raccontare Dio, raccontare il cuore semplice del Vangelo, come si racconta una storia d'amore che va diritta al cuore. Questo favorisce l'incontro tra la bellezza del Vangelo, del Dio evangelico, del Dio di Gesù e la domanda dell'uomo tra la parola e ciò che fa. Trepidare, soffrire, sognare, gioire.

Quando la bellezza del Vangelo incontra la domanda dell'uomo, lì esplode la vita e tocca a noi aiutare in qualche modo questa esplosione della vita, facendo incontrare la domanda dell'uomo e la bellezza di Dio, allora? No alle frasi fatte, no alle risposte da prontuario che insieme alla superficialità ha solo la rovina dell'annuncio cristiano. Sì invece al linguaggio positivo, al linguaggio della semplicità, della bellezza. Sì alla rivoluzione della

tenerezza. Gesù è il racconto della tenerezza combattiva di Dio. Il pagello è semplice. Il cuore del Vangelo è molto semplice, è un lieto annuncio che dice che è possibile vivere meglio per tutti. E Gesù ne possiede la chiave. San Bernardo quando riassume, nella festa del discorso per la festa degli Apostoli Pietro e Paolo, cosa hanno fatto gli apostoli, lui dice così, dopo herut bene vivere. Hanno insegnato a vivere bene.

Hanno insegnato la vita buona. Il cuore del Vangelo è semplice e l'annuncio che è possibile vivere meglio per tutti, per grazia. E Gesù ne possiede la chiave, la chiave e l'amore. E Dio regala gioia a chi produce amore con combattiva tenerezza.

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