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Angelo Comastri: Dio è amore (#4) - Il dolore è vinto

Mar 26, 202344 min
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Quarta meditazione Quaresimale "Il dolore è vinto" a cura del Card. Angelo Comastri.

Transcript

Nel nome del padre e del figlio e dello Spirito Santo, Amen. Vieni, Spirito Santo Discendi su di noi, Vieni e Rendici un cuore solo e un'anima sola. Maria è qui con noi, ci raduna e prega e invoca per noi il dono dello Spirito Santo. Madre Immacolata prega per noi madre della Chiesa, prega per noi regina della pace, prega per noi. In questo incontro voglio farvi conoscere Benedetta bianchi Porro, una splendida cristiana dei nostri giorni. E a partire dalla vita di Benedetta?

Desidero rispondere ad una domanda decisiva che è questa, dove abita la gioia? Biagio Pascal, un uomo dotato di intelligenza acutissima, nacque a Clermont Ferrand, in Francia, nel 1623. Sui vent'anni si annotano dalla

fede. Ma nel novembre del 1654, a 31 anni, durante una memorabile notte che egli chiamò notte di fuoco, Pascal, Senti così forte la bellezza e la ragionevolezza della fede cristiana da arrivare a decidere di scrivere un'apologia del cristianesimo, una difesa del cristianesimo? Non ci riuscì però a scrivere quest'opera perché morì a soli 39 anni. Sono rimasti alcuni pensieri, i celebri pensieri di Pascal e in uno di questi pensieri egli

osserva l'uomo. Evidentemente è fatto per pensare, sta qui tutta la sua dignità e tutto il suo dovere consiste nel pensare bene. Orbene, dice Pascal, l'ordine del pensiero sta nel cominciare dal proprio io, dal proprio autore e dal proprio fine, cioè chi sono, da dove vengo, dove vado? Ma conclude Pascal a che cosa pensa il mondo? Non pensa mai a questo, pensa soltanto a divertirsi come ragione Pascal, soprattutto oggi quanta gente vive tenendo l'anima ha doppiata come un

fazzoletto. Molte persone fanno vivere soltanto. Una minima parte di se stessi, la pelle, i muscoli, il corpo. Mentre sotterrano i talenti più preziosi della vita scrive ancora Pascale, l'uomo non è che una canna, la più debole. Della natura. Ma è una canna pensante, tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensare chiudiamoci allora di pensare bene.

Dice Pascal. Ed è ciò che desidero fare con voi e pertanto vi invito a riflettere attentamente su un fatto che è davanti agli occhi di tutti. Ecco il fatto. 4 novembre 1954 un giovane scrittore svedese di nome Stickman, all'età di 31 anni, quando era al culmine del successo e secondo il pensiero oggi diffusissimo, avrebbe dovuto essere più che felice. E invece la situazione, la vita.

E prima di lui un'attrice famosissima e bellissima di nome Marilyn Monroe, giunta al culmine della carriera, si avvelena per uscire dalla scena della vita. Era il 4 agosto 1962. All'età di appena 36 anni. Mentre notate, Maria, la Vergine Maria, proprio quando era povera e sconosciuta, esplode in un canto di gioia i magnifica che ancora oggi suscita stupore e ammirazione. Maria aveva aveva il cuore traboccante di gioia, perché è accaduto questo? Dove abita la gioia e possiamo

allungare la lista? Quanto vogliamo? Lo scrittore italiano Cesare Pavese, proprio mentre tutti lo esaltavano e lo ammiravano, decise di uccidersi il 27 agosto 1950. All'età di 42 anni.

Edoardo Agnelli, figlio del ricchissimo Gianni Agnelli, all'età di 46 anni si suicida il 15 novembre dell'anno 2000 gettandosi da un viadotto mentre, notato ancora notato ancora Francesco d'Assisi, nel momento in cui era malato e quasi cieco, umiliato e combattuto, compose il meraviglioso cantico delle creature che è un inno alla gioia, la bellezza della vita. Aveva anche lui il cuore traboccante di gioia, com'è possibile questo? Dove abita la gioia? Cos'è che lei definisce una

persona? È una domanda che affiora prepotentemente. Visitando la vita di Benedetta bianchi Porro. Ecco ancora una volta i fatti. Nell'estate del 1963, Benedetta ha giace immobile nel suo letto nella casa dei genitori a Sirmione, sul Garda. È paralizzata, sorda, cieca. Dal mese di Febbraio, senza odorato e senza olfatto, capace soltanto di tatto attraverso la mano destra e attraverso questa mano, attraverso l'alfabeto

muto. Evidentemente comunica con gli altri, mentre fino alla fine ne resterà l'uso della parola. I motivi erano più che sufficienti per cadere in depressione e invece non accade. Anzi, ecco un episodio illuminante. La mamma nell'estate del 1963

con l'alfabeto muto. Trasmesso attraverso la mano destra, legge alla figlia la lettera disperata che un giovane di Pontedera di nome Natalino. Ha inviato al direttore del settimanale epoca il giovane costretto da un'infermità alla spina dorsale, a camminare strisciando per terra con le ginocchia, con i gomiti esterna la propria disperazione, il proprio disgusto nei confronti della vita. E conclude, ma vale la pena vivere così?

Benedetta nelle sue condizioni, cieca, sorda, paralizzata, si immedesima nel dolore del giovane, vuole aiutarlo e chiede alla mamma di prendere carta e penna per scrivere una lettera da far pervenire a Natalino attraverso il direttore di epoca. Benedetta vive una carità impressionante. E qui sta il segreto, la capiremo, lo capiremo. Il segreto della sua gioia? Ascoltiamo il testo della lettera che è incantevole.

Caro Natalino dice Benedetta in epoca è stata riportata una tua lettera attraverso le mani, la mamma verrà Letta, sono sorda e cieca, perciò le cose per me diventano abbastanza. Quanto è delicato questo avverbio abbastanza difficoltoso. Anch'io come te, ho 26 anni e sono in ferma da tempo, un morbo, mi atrofizzata quando stavo per coronare i miei studi. Ero laureanda in medicina a Milano, accusavo da tempo una sordità che i medici non capivano. E io andavo avanti così, non

creduta. È tuffata nei miei studi che amavo disperatamente. Avevo 17 anni quando ero già iscritto all'università. Poi il male. Mi ha completamente arrestata quando avevo quasi terminato lo studio. Ero all'ultimo esame, pensa e la mia quasi laurea mi è servita solo per diagnosticare me stessa, perché ancora fino ad allora nessuno aveva capito di che si trattasse. Fino a tre mesi fa godeva ancora della vista. Ora è notte. Però nel mio calvario io non sono disperata.

Io so che in fondo alla via Gesù mi aspetta prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora, ho trovato una Sapienza più grande di quella delle persone sane. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza fino alla consumazione dei secoli. Fra poco Natalino, io non sarò più che un nome, ma il mio spirito vivrà. Qui fra i miei, fra chi soffre e non avevo neppure io ho sofferto invano e tu Natalino.

Non sentirti solo, mai. Procedi serenamente, dunque il cammino del tempo e riceverai luce e verità. La strada sulla quale esiste veramente la giustizia, che non è quella degli uomini, ma la giustizia che solo Dio può dare. Mie giornate non sono facili, puoi capire, sono dure ma belle, perché Gesù è con me e col mio patire e mi dà sua vita nella solitudine e luce nel buio. Lui mi sorride e accetta la mia cooperazione. Natalino.

La vita è breve, passa velocemente tutto è una brevissima passerella pericolosa per chi pensa soltanto a godere, ma sicura per chi coopera con Gesù per giungere in patria. Ti abbraccio in Cristo, tua sorella Benedetta. Natalino fu felicissimo quando ricevette questa lettera e rispose, ringraziandola, si scrissero più volte e alla fine Natalino scrisse, cara Benedetta. Come hai sentito? Sono 10 anni che non mi muovo piu dal letto, però sono molto su di morale, te lo garantisco.

Anche se sto male. Ora ho capito che non dobbiamo rammaricarci, se vediamo le rose con le spine, ma dobbiamo gioire perché le spine hanno le rose, guardiamo le rose. A contatto con Benedetta, anche Natalino si trova inondato di serenità. Poi si sono fatti indiscutibili. Come è accaduta? Come è accaduta, tanta sovrabbondante serenità in Benedetta, che cosa ho? Chi è determinante nel dare la pace al cuore umano?

Molte persone e soprattutto molti giovani scoppiano di salute, eppure sono scontenti addirittura, talvolta disparati, perché molti hanno soldi a palate, ma hanno anche disperazione a palate. Perché? Pietro citati, uno scrittore contemporaneo, ho osservato nella società del benessere l'inquietudine e la scontentezza sono come un gas diffuso dovunque. Perché? Ascoltiamo Benedetta.

Il 23 Marzo 1963, appena un mese dopo l'improvvisa cecità, Benedetta fa scrivere dalla mamma una lettera per un giovane liceale. Di nome Roberto, conosciuto pochi giorni prima quando Benedetta era già cieca. Benedetta fa scrivere alla mamma. Caro Roberto, mi vengono in mente le parole di una pagina di letteratura che ancora ricordo bene che dice, così è bello il mondo di Dio. A primavera Accorgetene Roberto e non contemplare solo te stesso.

C'è tanto bello intorno a te e c'è tanto bene da fare. Notate, c'è tanto bene da fare. 16 Marzo pochi giorni dopo confida all'amica Maria Grazia, io sono sempre uguale e qualche volta è un po faticoso il trascorrere delle mie giornate. Oggi però sento nell'aria e poi non lo sentiva. Odore di primavera, come è bella la vita Maria Grazia, com'è bella la vita. Queste parole fanno venire i brividi. Eppure. Hanno un senso e devono avere una spiegazione.

Il 13 maggio 1963. Ancora Roberto attraverso la mamma Benedetta, scrive maggio Roberto, poi andata tenerezza in questa primavera sbocciata la sento nell'aria satura di profumo, la vedo nei fiori, sugli altari di Dio e con quanta

fatica voglio tuttavia cantare ed essere felice. 17 dicembre 1963 circa un mese prima della morte scrive all'amica Maria Grazia, io penso che il Natale quasi sicuramente lo farò qui, a Sirmione, a Milano, verrò dopo se il Babbo mi ci porterà con la macchina e se le strade saranno praticabili, ma io non le chiedo niente, solo quello che Dio vorrà da me. Io sto bene. È Dio che mi ama, mi manda tanti

segni di conforto e di amore. Adesso io cammino per la strada che conduce a Betlemme e la vicino Natale. Come faceva Benedetta ad essere così felice e appagata della vita dove trovava la gioia? Ci deve essere una risposta. Entriamo delicatamente nella sua storia con il solo desiderio di trovare una risposta alla domanda che ci pone la sua incredibile vita. Dove abita la gioia?

All'inizio della sua malattia, in una lettera scritta all'amica Anna Conti, Benedetta dipinge il suo stato d'animo iniziale con parole drammatiche. Eccole. Le tue parole Anna, così, serena e calme placano le tempeste del mio animo. Anch'io desidero rifugiarmi nella quiete di un porto, poi la mia barca è fragile, le mie vere sono squarciate dal fulmine. I remi spezzati e la corrente mi trascina lontano. Vorrei poter raggiungere

l'equilibrio. Vorrei poter affrontare il mondo con entusiasmo e vedere che gli uomini sono buoni e che le cose sono belle che insomma vale la pena di vivere qualunque vita. Ma temo. Che non ci sia anche in ciò felicità? Temo solo che tutto sia illusione e l'illusione mi fa più paura della disperazione. Queste parole? Rivelò che Benedetta era consapevole della sua situazione. Di inesorabile malattia e inizialmente inizialmente non trovava argomenti di pace e motivi di consolazione,

Benedetto addirittura. Rasentava la disperazione. Benedetta è appena all'inizio del suo calvario e sta barcollando e teme di precipitare nel vuoto di una vita senza speranza e senza significato. Il momento era davvero terribile, Benedetta poteva diventare una delle tante disperate che si affacciano nello scenario della della vita. Poteva diventare un Acer sfogliatrice del dolore. Poteva decidersi per il suicidio? Quando niente ha un senso, tutto

è possibile. Ma improvvisamente qualcosa succede nella vita di Benedetta accade qualcosa di grande, qualcosa che capovolge la sua situazione interiore. Ed ha Benedetta una nuova chiave di lettura della sua vita. Benedetta cambia dentro di sé. Questo fatto nuovo. E quando accade tutto questo esattamente non lo sappiamo. Benedetta su questo argomento non ha lasciato tante confidenze. La sua vita però parla e testimonia che qualcosa è successo.

Quando aveva ancora la vista, scrivendo alla mamma che era andata a Milano per un po di tempo, Benedetta, con estrema delicatezza alza un lembo di velo e lascia capire che qualcosa di meraviglioso è accaduto nella sua anima, confida. Cara mamma. Quanto a me, sto come sempre. Ma da quando siamo nel 1961, da quando so che c'è chi mi guarda lottare, allora cerco di farmi forte. Come è bello così mammina.

Io credo all'amore disceso dal cielo, credo a Gesù Cristo e alla sua Croce gloriosa e vittoriosa. Sì, Io credo all'amore. Tu mi dirai, mamma, che io in Gesù ci sono nata? Sì, ma prima lo sentivo lontano. Ora so invece. Che Dio dappertutto, anche nel dolore. Se noi? Non ci abbandoniamo, a lui tutto cambia. Nessuno può negare che nella vita di Benedetta ci sia stato un reale capovolgimento, a partire dalla sua anima.

Benedetta ora sta entrando in una terra sconfinata di dolore, ma le sue reazioni sono uno autentica escalation di gioia e di fiducia. Nella vita di Benedetta si inserisce Dio. Ecco la spiegazione di tutto, si inserisce Dio. Si inserisce la presenza di Dio che compie il miracolo della pace dentro la tempesta. È un miracolo certamente più grande di una guarigione fisica. Chiediamoci. Quando Dio è entrato nel cuore di Benedetta? Partiamo da lontano.

Il 27 giugno 1957 Benedetta viene ricoverata e venne deciso un intervento al cervello. Da questo momento la vita di Benedetta sarà un continuo entrare e uscire dall'ospedale. Con le viene operata per la prima volta. Benedetta vive un momento di particolare umiliazione, le radono completamente i suoi meravigliosi capelli. Guardate una foto di Benedetta. Chi aveva 19 anni era una

splendida ragazza. Vedendo e sentendo tagliare i capelli, Benedetta scrive mentre mi tagliavano i capelli mi sentivo come un agnello cui tagliano la lana e pregavo il signore perché mi facesse forti e piccola. Il signore, mamma. Vuole da noi grandi cose, ho sofferto tanto e ho domandato al signore di essere una Pecorella nelle sue mani. Dopo l'intervento, attenti bene. Quando terminò l'effetto dell'anestesia, Benedetta, che era laureanda in medicina, si accorse di avere una guancia

rigida. Disse subito. Mi hanno leso il nervo facciale. L'amica eletta che stava accanto. Guardò spaventata, era vero, metà della sua faccia era paralizzata. Il chirurgo quando la sera passo a visitarla fu tanto addolorato di quel disgraziato incidente che non lo so dire neanche una parola, fu Benedetta a rompere il silenzio e disse al dottore, il dottore? Lei ha fatto tutto quello che poteva. Mi dia la mano e sia sereno, lei

non è il padre eterno. Sta affiorando i miracolo della fede di Benedetta è la sorgente della sua pace interiore. Facciamo attenzione. Benedetta. È veramente un miracolo, un prodigio in tutta la sua vita. Il 24 maggio 1962, con il treno dell'Unitalsi, Benedetta parte per Lourdes. E la mamma l'accompagna. Quando poi lungo viaggio, Benedetto ha finalmente si trova davanti alla grotta, i suoi occhi si illuminano di una gioia celeste. Ancora vedeva allora.

E prega la Madonna. Prega per la mamma, per il papà. I fratelli, le sorelle, gli amici, gli amiche, prega per i malati, prega per tutti, buoni e cattivi. Si dimentica di pregare per sé. Perché la sua vita ormai. Era così. Abitare negli altri, vivere per gli altri. L'ultimo giorno viene portata alla grotta per l'ultima preghiera. Accanto a sé c'è una ragazza di nome Maria della Bosca, originaria di Trento. Era paralizzata da due anni, era sulla carrozzella come Benedetta.

Appena Maria. Vede Benedetta, le dice che è disperata e la mamma traduce tutto con il linguaggio delle mani, perché Benedetta era sorda. Benedetta sussurra la ragazza. Abbi coraggio, Maria La Madonna è la non piangere prega. Risponde, Maria l'ho pregata tanto, non so più come pregare e tende la mano per aggrapparsi a Benedetta. Pregare ancora Maria sussurra Benedetta, la Madonna ti guarda e ti ascolta, dille, dille tutto quello che vuoi, prega anch'io. Pregherò per te.

E Benedetta si mette a pregare con tanta fede per quella ragazza disperata. Poco dopo, mentre continua, resta del Rosario. Quella ragazza, Maria mette i piedi giù dalla barella, ora cammina, grida al miracolo e urla piena di gioia. Sono marita. Tale emozione generale Benedetta e la mamma restano sole. La mamma ha un momento di sconforto, anche lei avrebbe voluto il miracolo, poi guarda la figlia. Lei è serena, addirittura è felice.

La mamma allora trattiene le lacrime e trova la forza di rispondere a quel sorriso. Benedetta viveva per gli altri e trovava la gioia cercando la gioia degli altri. Nell'ottobre dello stesso anno 1962, Benedetta venne ricoverata all'ospedale di Desenzano per accessi multipli dentari e viene sottoposta a numerose asportazione. E sorda. Ha perso il gusto, l'olfatto è solo la mano destra, conserva la sensibilità per comunicare con

gli altri in ospedale. Benedetta abbraccia per l'ultima volta l'amica Nicoletta che stava partendo missionaria per il Brasile. Nicoletta le domanda, come vivi questi giorni di dolore? Risponde Benedetta, vivo, serena, dolori, fastidi, tentazioni, difficoltà. Non mancano però sono serena, le mie armi sono poche ma buone. Il mio Rosario? La mia preghiera, prego, prego gli altri. E così dimentico i miei mali. È bello pregare per gli altri, si dicono le cose migliori.

Salutano col lungo abbraccio. Arriva la sera e la mamma accende la luce nella stanza di Benedetta e vede che Benedetta piange la mamma, lei si avvicina e la guarda con stupore, lei prontamente la tranquillizza, mamma riesco ancora a piangere. Vuol dire che i miei occhi non sono poi tanto malati. Ma attento a mamma, non piango di dolore, piango di gioia perché Nicoletta è felice e porterà il Vangelo a chi non lo conosce. Pensa quanto bene potrà fare.

Io sono contenta per questo. Benedetta era così pronta a fare la strada insieme e agire con tutti, a gioire con tutti. La mamma ha raccontato un episodio incantevole, ascoltatemi. E la mamma che parla, mio marito non capiva come mai tanta gente venisse a trovare Benedetta. Diceva, il signore ha tolto tutto, cosa vengono a fare? Io rispondevo, non ti domandi perché è lui sì, ma non trovo

risposta. L'artista che recita che scrive o che balla raduna attorno a sé tanta gente, magari ora non è, non è neppure più bella, perché viene tanta gente da lei? Io gli risposi. Perché è piena di Dio. Perché lo Spirito Santo parla in lei? Mio marito abbassò gli occhi e sussurrò, forse hai ragione, ma io non capisco. Un giorno però. Anche mio marito si accorge che in Benedetta c'era una bontà che non era umanamente spiegabile. Ecco come andarono le cose.

Ebbi un bisticcio, un grosso bisticcio con mio marito e mi arrabbiai molto. Quella mattina, dopo il litigio con mio marito. Andai a portare la colazione a Benedetta. Lei mi prese la mano come sempre e la accarezzo, faceva quel gesto affettuoso tutte le mattine. Maniera accarezzarmi disse, Mamma sento che non sei tranquilla, che è successo qualcosa? Io risposi, ho bisticciato con il Babbo. Il mattino dopo. Benedetta mi chiese, sei ancora arrabbiata?

Risposi di sì. Il nostro dialogo avveniva per mezzo dell'alfabeto muto. Passano circa 8 10 giorni. Lei non mi faceva più domande per timore di essere indiscreta, buona mattina mi disse, Mamma deve essere molto grave ciò che ti è successo perché ancora io sento che non sei tranquilla, dapprima io dissi ma no Benedetta. Poi però. Non senti più resistere e aggiunsi Benedetta, mi voglio separare dal Babbo. Benedetta, mi domando, e di quanti metri ti può separare?

No, non scherzare Benedetta, parlo sul serio. Mamma rispose Benedetta, ricordati che l'uomo non può dividere ciò che Dio ha unito e io dissi, però io sono stanca di questa situazione. Allora lei mi disse, Mamma, mandami qui il Babbo. Mio marito ogni mattina appena alzato passava sempre dalla stanza di Benedetta, stava sulla porta, accendeva la sigaretta, rimaneva la fermo per qualche momento, guardava. E poi se ne andava, non aveva

voluto imparare. Linguaggio tattile, si ribellava all'idea che sua figlia immobilizzata, ridotta in quel modo. Lei però sapeva che il Babbo la guardava ed era contenta della sua presenza. Quella mattina quando disse A mio marito a Guido che Benedetta voleva parlargli, lui rispose, No, no, tu sai che non ho imparato l'alfabeto muto perché non posso pensare a mia figlia così? Noi speravamo che avesse tutto e invece le è stato tolto tutto, mi dà fastidio, non ho il

coraggio, non entro. E poi? Sempre il marito che parla e poi perché sei andato a raccontarlo? I nostri litigi? Vuoi farla soffrire di più? Lo lasciai parlare. Poi gli dissi con calma. Non lo raccontato niente, gli ho detto soltanto che sono arrabbiata perché lei ha capito il mio stato d'animo. Mio marito ripete io non vado, dille che mi hanno chiamato mentre stavo per entrare, andrò domani. La mattina dopo. Trova un'altra scusa e poi

un'altra ancora. Andammo avanti così per circa un mese, allora non ne potevi più e dissi, se non vuoi andare da Benedetta, io le dico la verità. No, non dirle che non voglio andare, dille che mi hanno cercato per una cosa importante io conclusi. Però, Guido, se Benedetta morisse, tu rimarresti con il rimorso di non essere andata ad ascoltarla. Non sapresti mai che cosa ti voleva dire. Mio marito riflette. Vedevo che era tormentato, alla fine mi disse, Va bene.

Vado questa mattina. Vieni, però vieni anche tu con me. Entrammo io presi la mano destra di Benedetta e le comunicai il Babbo è qui da tanti giorni. Volevi parlargli, e qui? Non poteva, prima, adesso è venuto. Lei disse. Babbo, Dammi le mani. E quando il Babbo gli diede le mani delle bacio. E disse, Queste mani. Queste manone quanto hanno lavorato per i tuoi figli? Come ti sono grata, Babbo scusami, se qualche volta ti ho dato dei dispiaceri, adesso vai al tuo lavoro.

Non voglio rubarti del tempo, volevo soltanto dirti che da tanto tempo non sentivo le tue mani. Grazie Babbo. Mio marito che si aspettava un rimprovero, a sentirsi dire quelle parole, avresti baciare le mani, si mise a piangere come un bambino e uscì dalla Camera singhiozzando. Io rimasi. Accanto a Benedetta? Dopo un poco Benedetta stese la mano e senti chi ero là vicino a lei. Disse, Mamma, sei ancora qui? Perché non mi parli?

Le risposi. Perché sono molto arrabbiata con te. Benedetta mi disse, davvero mamma, e perché? Per proprio incollerà e dici tutto d'un fiato, perché è quasi un mese che tu volevi parlare col Babbo. Io mi aspettavo che tu gli dicessi qualcosa. Invece la ringraziato, la ringraziato per il suo lavoro, lei ha baciato la mano. Benedetta, esclamò. Allora mamma, sono anch'io arrabbiata con te. Risposi, Ah va bene, invertiamo

le cose. Benedetta, concluse, no mamma, non invertiamo niente soltanto ricordati se qualcuno sbaglia nei tuoi confronti o verso altre persone, fagli sentire che lo ami di più. Solo così proverà l'umiliazione di avere sbagliato. Mamma l'amore corregge i rimproveri, suscitano ribellione. Mamma amano come prima, anzi più di prima. Lui comprenderà i propri errori. Che grande lezione. Che grande lezione. 27 Febbraio 1963. Benedetta ancora vede? E sta per essere operata alla

testa per l'ultima volta. Ha paura Maria Grazia li avvicina e per rincuorarla di scrivere su un foglio a cui le parole di George Bernanos che dicono così sarò paura, dirò senza vergogna, ho paura e il signore mi verrà vicino e mi darà la forza. Benedetta ripete queste parole. Il signore mi darà la forza. Il pomeriggio viene operata, si risveglia dalla Rakosi, soffre, soffre molto ed esclama, che fatica mio Dio, che fatica. La mia croce è pesante, ma io

voglio donare con gioia, non per forza. 28 Febbraio 1963 al mattino e circondata da tantissimi amici e viene celebrata la messa nella sua stanza, una messa con due vittime, Gesù. E Benedetta? Verso sera, improvvisamente domanda. Che ore sono? Informata che erano le sei pomeridiane, confida ad Elettra che le stava accanto. Per favore, dica alla mamma che da 5 ore io non vedo più. Sono diventata cieca. Una notizia terribile, annunciata con delicatezza, quasi con il timore di far

soffrire gli altri. Infatti, appena aggiunge la mamma Benedetta si preoccupa di raccomandarle mamma, non dirlo subito al professore, poveretto, sarà male quando saprà che mi ha operato invano. Starà male? E tu? E tu hai dimenticato te stessa, tu vivi, perdonare per seminare la dolcezza della carità, tu Benedetta sei il miracolo che ci fa tanto pensare la tua stanza d'ora in poi sarà come una tenda nel deserto.

Noi i sani, noi che camminiamo, noi che ci vediamo, corriamo vicino a te e tu ci parli di Dio, ci parli di luce, di verità, di speranza. All'amica, Anna, e a noi, tu hai Donato queste meravigliose parole. Io sono molto contenta, ora con me c'è Dio e sto bene come sto bene. Io vivo in un deserto silenzioso, ma con la luce della preghiera presto suonerà la campana e lui finalmente verrà e ci sarà.

L'incontro. Sono cieca, sorda, quasi muta, ma serena aspetto l'incontro, mentre all'ospedale Benedetta conosce Umberto non sa niente di lui. Ma intuisce subito qualcosa ed esclama. Umberto è un uomo che ha sofferto molto, per questo lo accoglie con una terza particolare e gli dice Dolcemente, Umberto, lei cammina ancora, vado a messa con Maria

grazia è molto bello. il Vangelo di oggi è quello della Samaritana. Quell'uomo così lontano dalla fede comincia ad essere tormentato dal mistero di Benedetta, le scrive un biglietto dove dice ti scrivo per ringraziarti di quello che soffri per te e anche per me e per tutti. Nell'estate anche Umberto viene ricoverato in ospedale e Benedetta, gli mando una lettera scritta attraverso la mamma. E dice, so che non sta bene e io

vorrei mandarle gli auguri. Umberto lasci che Dio la ritrovi e la porti amorevolmente sulle sue spalle. Il signore è fedele, sempre. Non ci lascia mai in nessun momento. Anch'io ho passato tanti dolori. E lui, Gesù è venuto e mi ha consolato. Caro Umberto, mi ascolti, non si chiede dove è Dio, Dio accanto a lei, non lo cerchi lontano, lo AMI? Allora? Semplicemente con umiltà. L'eroismo e non ribellarsi ma consegnarsi accetti con coraggio tutto e tutto. Per incanto.

Diverrà semplice e pieno di pace. Per questo io prego per lei. Prego per lei, sua sorella Benedetta. Umberto, che penso di aver perso la fede, resta sconvolto dalla richiesta di Benedetta, Benedetta le chiede l'elemosina di una preghiera, può negargliela? E invece di agosto Umberto sembra molto cambiato. E sereno, quasi contento. Il 30 agosto muore improvvisamente e quello stesso giorno, pur non sapendo nulla, Benedetta dice alla mamma. Mamma, l'esilio di Umberto è finito.

Tutti i suoi dubbi, ora saranno dissipati? Arriva l'ultimo giorno di Benedetta, 22 gennaio 1964. Benedetta, dopo aver ricevuto la Santa comunione, vuole dettare una letterina per il fratello Corrado che è in collegio. Nel primo pomeriggio le ha la sale, una febbre leggera che aumenta verso sera. Benedetta balbetta frasi che non riesce, che non si riesce a capire. Dopo cena la mamma si sofferma davanti al televisore.

Ma dalla stanza di Benedetta suona il campanello, la mamma corre e domanda, ti senti male, Benedetta. Benedetta rassicura la mamma e le dice, no mamma, volevo soltanto che tu ti inginocchiarsi qui accanto a me per ringraziare il signore per tutto quello che mi ha dato. La mamma guarda la figlia semi paralizzata e deformata con gli occhi spenti e le mani immobili a un momento di ribellione e scrive nella mano di Benedetta, no, Benedetta, no. Io non c'è, l'ho questa generosità.

Benedetta insiste, mamma, ti prego. E lo dice con tanta umiltà e con tanta convinzione da toccare il cuore della mamma. Me l'ha raccontata a me lei personalmente e mi ha detto allora? Mi inginocchiai accanto al letto di mia figlia. E piangendo dissi I magnificat. E la mamma? Mi ha confidato, tutti mi cercano perché sono la mamma di Benedetta. Ma in verità io sono la figlia di Benedetta. Sono la figlia della sua fede.

Meraviglioso al mattino, nell'ultimo giorno Benedetta appare serena, anche se il suo volto è particolarmente pallido. A un tratto, al di là dei vetri, un passerotto si posa sul davanzale e comincia a cinguettare. La mamma lo riferisce a Benedetta, la quale con una voce chiara e sottile come un tempo, si mette a cantare rondinella pellegrina che ti pose sul balcone, la mamma ed Emilia che stanno accanto si stupiscono e dicono, ma questa voce?

Bene dal cielo, Benedetta muore. La mamma per nascondere l'emozione, si avvicina alla finestra e guarda nel giardino. E scorge qualcosa di bianco al centro di un'aiuola. La mamma esce per verificare cosa fosse quell'oggetto bianco e con immensa meraviglia si accorge che è sbocciata una rosa bianca in pieno inverno. Torna in Camera. Lo riferisce a Benedetta, la quale prontamente commenta,

mamma l'ho sognata, quella rosa. Il 1 novembre, infatti, 1963 Benedetta aveva sognato di trovarsi nel cimitero di Dovadola e le sembrava di dirigersi verso la tomba di famiglia. Improvvisamente vide una sola tomba, luminosissima e in mezzo c'era una rosa bianca. Per questo dice mamma l'ho sognata, quella rosa. Questo è un dolce segno, cogli la più tardi. Alle 10 Benedetta una crisi e dice, Emilia? Che stava accanto Emilia, tra poco i miei fratellini

torneranno. Nella mia casa a piangere. Poi, rivolta alla mamma, esclama, Mamma, ti ricordi la leggenda? Grazie, grazie e muore dicendo grazie. Roberto, poche ore dopo annuncia ad un'amica la morte di Benedetta e dice, Benedetta è salita al signore a 27 anni? Nessuno potrà più togliere la sua giovinezza e quella che ha donato a tutti noi. Poi ci sono i più grandi miracoli. Dell'onnipotenza di Dio e la leggenda. La leggenda a cui è Benedetta, cos'è questa leggenda?

La mamma penso a ripenso poi alla fine si ricordò che Benedetta amava tantissimo una leggenda di tagore. La leggenda dice così. Tutto il giorno un mendicante era andato di porte in porta, segnando la mano, aveva percorso l'intero villaggio quando da lontano, come un sogno meraviglioso, vide venire incontro un cocchio tutto luccicante d'oro. Penso che sarà mai forse il re di tutti i re, finalmente i miei giorni tristi sono finiti.

Basterà che io rimanga qui ad aspettare, anche senza accendere la mano? E questo re Passandomi vicino mi riempirà di ogni ricchezza. Il cocchio si fermò proprio davanti a lui. Il re lo vide e scese sorridendo. Che emozione per i mendicanti. Non aveva mai vissuto un momento come quello. Ma il re? Stendendo la mano verso di lui. Disse, Hai qualcosa da darmi? Sorpreso e confuso, il mendicante Apri adagio la sua floscia Bisaccia e lentamente tirò fuori un chicco di grano e glielo diede.

Il Cocchio, Riparti. Al tramonto il mendicante voto per terra, la sua Bisaccia per cercarvi qualcosa da mangiare. Con meraviglia si accorse che c'era, c'era dentro un chicco d'oro. Allora piange. Prendono aver dato tutto, piange. Non aver dato tutto ciò che possedeva. Morendo. Benedetta ci ha ricordato che resta per l'eternità soltanto ciò che doniamo, ciò che trasformiamo in in amore morendo.

Benedetta ci ha detto che porteremo con noi, per l'eternità, soltanto la valigia della carità. Benedetta viveva per gli altri, si preoccupava per gli altri viva la carità vera e disinteressata e trovava la gioia cercando la gioia degli altri. E perché tornava la gioia così? Perché quando si vive la carità vera si vive in comunione con Dio, Dio infatti è carità di amore e Dio dà felicità in qualsiasi situazione, anche nel

dolore. L'apostolo Giovanni, nella sua prima lettera scrive, Chi ama conosce Dio, cioè fa esperienza di Dio. Perché Dio è amore? Vale Teresa di Calcutta in situazioni completamente diverse, disse L'amore per gli altri. Negli ultimi giorni, confido mi potrebbe scoppiare il cuore per troppa contentezza, non aveva niente, aveva dato tutto. Ma proprio per questo aveva ragione il cuore e scoppiava di gioia. Come Benedetta?

Allora il messaggio è chiaro. Vivendo la carità nelle concrete situazioni della vita nostra, uscendo dall'egoismo e aprendoci, al dono gratuito, disinteressato verso tutti coloro che avviciniamo vivendo la carità. Si va esperienza di Dio, si entra in comunione con Dio. È il frutto immediato e la gioia. Dio, infatti, secondo la felice espressione di fiore Dostoevskij. E il proprietario esclusivo della gioia. Teniamone conto. E non cerchiamo la gioia in fondi sbagliate che contengono

acqua amara, in poche parole. La carità trasmette gioia mentre l'egoismo fa affondare nell'infelicità. Lo scrittore Julian Green all'inizio del suo diario arriva a scrivere così, se volete sapere dove non abita la gioia, perché orientati i luoghi di divertimento, li troverete briciole di piacere che passa velocemente, ma di felicità neppure l'ombra. La vita di Benedetta grida che la felicità si trova donandosi agli altri.

È la grande lezione di Benedetta, una lezione sempre attuale, validissima anche oggi anche per noi. Sia lodato Gesù Cristo.

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