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Ep. 1 - Un pallone alla Kalsa

May 16, 202220 min
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Summary

L'episodio narra la storia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, iniziando dalle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Si esplorano le loro vite, dalle comuni origini a Palermo fino alla vocazione per la magistratura e le sconfitte iniziali che li spinsero a una lotta congiunta. Viene raccontata la genesi del rivoluzionario pool antimafia, guidato da Rocco Chinnici, e l'impatto del loro metodo investigativo sul contrasto a Cosa Nostra. Infine, si svelano il lato umano del loro lavoro nel "bunker" e la storica rivelazione del vero nome della mafia.

Episode description

La storia di Falcone e Borsellino inizia alla Kalsa, il quartiere storico di Palermo in cui i due futuri magistrati si ritrovano a giocare a calcetto assieme a futuri boss mafiosi. I due studiano legge, entrano in magistratura. E poi, dopo una sconfitta, si ritrovano con un’idea rivoluzionaria: rendere la lotta a Cosa Nostra una lotta di gruppo. Nasce il pool antimafia…

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Transcript

Le Stragi di Capaci e Via D'Amelio

La bomba è lunga 5 metri e pesa 500 kg. È fatta di tritolo, nitrato di ammoni e T4, impacchettati in 13 bidoncini. Giovanni Bruschi e i suoi collaboratori li hanno infilati poco alla volta in un cunicolo che corre sotto l'autostrada A29, all'altezza dello svincolo di capaci. Hanno usato uno skateboard per farlo.

A circa 20 metri dal cunicolo, a livello dell'autostrada, hanno piazzato un frigorifero, che serve a calcolare il momento in cui Giovanni Brusca deve azionare il telecomando che sta stringendo tra le mani. Da quando preme il pulsante, al momento in cui l'impulso arriva alla ricevente, passerà infatti qualche frazione di secondo. E una macchina che va a 140 km all'ora, a tanto andava abitualmente Giovanni Falcone, in quel lasso di tempo copre almeno 8 metri di distanza.

Brusca, detto Verro, il Porco, è appostato su una collina poco distante da cui può osservare l'autostrada. Aspetta! Pochi minuti prima delle 18, dal suo cunicolo vede avvicinarsi al frigorifero le tre Fiat Chroma blindate. Il suo collaboratore gli urla di andare. Vai! Lui aspetta. Vai! Aspetta ancora. Ha notato che le tre Fiat Chroma hanno rallentato. Non vanno a 140 km, ma a 90. Deve ritardare l'esplosione, è questione di millisecondi. Poi, alle 17.57 secondi del sabato 23 maggio 1992,

Preme il pulsante. Aveva ragione lui. Io sono Francesco Giano e questo è Cosa Resta, il podcast di Will che racconta la storia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due magistrati che hanno cambiato per sempre la lotta alla mafia. Buonasera, siamo in grado di darvi le prime immagini dello spaventoso attentato nel quale ha perso la vita il giudice Giovanni Falcone. Quando scoppia la bomba, Paolo Borsellino è dal suo barbiere di fiducia.

Si chiama Paulino Biondo e ha servito il giudice per 22 anni facendogli capelli e baffi. Paulino ci accoglie col camice bianco nel suo salone, che è sempre stato a pochi metri dalla casa del giudice. È fatto di mobili in legno, tre poltrone in pelle blu e un ritratto del giudice fissato alla parete. Si trovava qua, ha ricevuto la telefonata mentre io gli stavo tagliando i capelli.

Prende il telefono, appena prende il telefono, sbiancò in viso. Subito si è agitato, toglimi, toglimi, sottovaglia. Gli ho chiesto, dottore, ma che è successo? Lui non me lo voleva dire. Non mi faccia stare in pensiero. Poi mi ha messo i soldi qua e mi ha detto che hanno fatto una tentata a Giovanni ed è scappato. E' scappato, poi gli è morto nelle braccia all'ospedale Cirico. Passano 57 giorni, una mezza estate. In TV al pomeriggio ci sono Ambra e le ragazze di Nonella Rai.

Alla sera c'è il karaoke di Fiorello che fa cantare gli italiani nelle piazze. Alla notte ci sono gli snap con la canzone Rhythm is a Dancer, successo di quell'estate. A Milano c'è l'indagine Mani Pulite che sta rivelando agli italiani le corruzioni dei politici. E a pochi chilometri di distanza da Capaci, altre persone preparano un'altra bomba. È di soli 90 kg stavolta. Esplosivo militare Semtex H, miscela di T4, Pentrite e Tritolo.

A coordinare i preparativi c'è Gaspare Spatuzza, lui è detto utignoso, il pelato, ed è altrettanto abile e spietato del porco brusca. Spatuzza piazza le esplosive in fusti di metallo, nasconde i fusti in una Fiat 126 color amaranto, infine fa parcheggiare la Fiat 126 in via D'Amelio a Palermo, vicino al Civico 21.

Si nasconde lì vicino con un telecomando tra le mani e aspetta pure lui. Alle 16.58, quando vede il giudice Paolo Borsellino arrivare, scendere dall'auto e avvicinarsi al citofono di Via D'Amelio, schiaccia. Tra tutti i rumori, i suoni, le parole dette in quei minuti, le più struggenti sono ancora quelle del capo del pull antimafia Antonino Caponnetto. È una figura paterna, sia per Falcone che per Borsellino, e appena visto la salma di Paolo. È finito tutto.

Caponnetto guarda il vuoto di Palermo, sale in macchina e afferra le mani del giornalista che gli porge il microfono come fossero l'ultima cosa rimasta. Forse quell'estate del 92 finì qualcosa. Ma forse era iniziato già qualcos'altro. Il concetto della lotta alla mafia come una lotta di gruppo di magistrati, un metodo investigativo basato su bonifici bancari, la scoperta della risorsa dei pentiti. E più di tutto, per dirla con le parole di Falcone,

Le Radici Personali della Lotta

L'idea che la mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano, ma un organismo che vive in perfetta simbiosi all'interno di quel tessuto. La storia di Falcone Borsellino funziona meglio senza mitizzazione e retorica. È la storia di due professionisti innovatori e con le loro imperfezioni, quindi umanissimi come noi. Ed è una storia che parte da un campetto di calcio all'oratorio.

A Palermo ci sono quattro quartieri storici. Uno si chiama Calza, con la K, viene dall'arabo e significa la pura, l'eletta. Dentro alla Calza c'è la chiesa di Santa Teresa. Dentro alla chiesa un oratorio. e dentro quello un campo di calcetto, fatto di cemento e suoni di campane. A rincorrersi attorno al pallone e alla calza ci sono anche due futuri magistrati e un futuro boss. Il primo si chiama Giovanni Salvatore Augusto Falcone.

Augusto per la passione del padre per la storia romana. Salvatore per lo zio bersagliere morto nella prima guerra mondiale. Giovanni per lo zio capitano d'aviazione ucciso in un duello aereo. Sono una famiglia di combattenti, Falcone. Il padre di Giovanni ha fatto la seconda guerra mondiale e in testa ha ancora 33 schegge. La madre si chiama Luisa e racconta continuamente le gesta eroiche di suo fratello. Parla della guerra, del senso della patria, di quello del dovere.

Con 7-8, la mia pagella veniva considerata brutta da miei genitori, racconterà Falcone. Giovanni cresce nell'azione cattolica ragazzi. Serve messa, gioca a ping pong, corre a calcetto. Litiga spesso con gli altri ragazzi perché non sopporta di essere preso in giro. La sera legge libri di avventura del padre nella biblioteca di famiglia. I preferiti sono Corra dei tre moschettieri, storie di avventurieri come quelli di cui gli parla la madre.

A 18 anni si iscrive all'Accademia Navale di Livorno per laurearsi in ingegneria. Ma la vita militare non fa per lui. Così torna a casa a studiare legge. Palermo è una città che, come ha spiegato Letizia Battaglia, finisce per riattrarre chiunque ci ha vissuto, che seduce e imprigiona, perché tra i suoi vicoli contiene tutto il mondo.

Palermo quegli anni è la vita universitaria, la legge, la laurea con 110 e lode, ed è pure un matrimonio con Rita Bonnici, con cui però divorzierà dopo 14 anni. Il primo incarico di Falcone è Lentini. Il primo caso di mafia, invece, è a Trapani, dove Giovanni viene trasferito un anno dopo. Puntuali come un orologio svizzero, cominciarono ad arrivarmi cartoline con disegni di bari e croci, ricorderà. È una cosa che tocca gli esordienti e non ne rimasi colpito più di tanto.

La mafia vista per la prima volta ha il volto di Don Mariano Licari, boss di Marzala imputato. Giovanni lo vede partecipare a tutte le odienze. Era correttissimo, cortese, ma i scatti d'ira racconterà. Per la cronaca, Don Mariano chiede e ottene di far spostare il processo nei suoi confronti, che poi ne offragherà. «La giustizia ha subito una sconfitta», dirà Amaro Falcone.

A Trapani Giovanni inizia a interessarsi anche alla politica e passa undici anni tutto sommato tranquilli. Poi torna a Palermo alla sezione civile e qui inizia a essere stanco. Dopo che il suo matrimonio è fallito è rimasto solo in una casa di Viano Tarbartolo. La giustizia civile, con i suoi meccanismi farraginosi e bizantini, non fa che frustrarlo. Ricorderà che scriveva cause che si trascinavano per decenni.

E mentre lui ha le prese con le scartoffie, là fuori c'è qualcuno che sta lottando contro un vero nemico. Sono combattenti come quelli di cui ha ascoltato le geste in famiglia o letto nella biblioteca paterna. Come Cesare Terranova, uno dei giudici più attivi contro Cosa Nostra. Viene crivellato di colpi a bordo della sua auto il 25 settembre 1979. E dopo quell'omicidio, Falcone finalmente si decide.

Accoglie il vecchio invito del capo dei magistrati Rocco Chinnici, che lo vuole con lui a occuparsi di mafia. Alla sorella Maria che gli chiede il perché di quel cambio risponde. Si vive una volta sola. L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura, non farsi condizionare dalla stessa. Il nuovo ufficio al piano terra del Palazzo di Giustizia.

E in quelle stanze Giovanni ritrova uno dei compagni con cui giocava al campetto di calcio alla calza. La nostra amicizia risale al periodo in cui eravamo bambini perché siamo nati a... in due palazzi della vecchia Palermo del quartiere Calza distanti appena 200 o 150 metri. Ricordo le partite a Piggy Ponghi con Taluni che poi scoprimmo essere dei ragazzi che ci troviamo come imputati nel maxiprocesso. A differenza di Giovanni, Paolo Borsellino non ha storie di guerra in famiglia.

Se Giovanni è più vicino alla sinistra, Enrico Berlinguer, Paolo si iscrive al Fronto Universitario d'Azione Nazionale, organizzazione che fa riferimento al partito di ispirazione neofascista del Movimento Sociale Italiano. Sono gli anni degli scontri di piazza e delle risse tra studenti di destra e sinistra. Lo stesso Borsellino si ritrova davanti a un magistrato per una rissa avvenuta a Palermo. Dichiara che non c'entra niente. Il giudice li crede.

E quel giudice, per uno strano caso della sorte, è proprio Cesare Terranova. Paolo comunque studia legge nel capoluogo e si laurea con 110 e lode pure lui. Poco dopo perde improvvisamente il padre Diego e diventa anzitempo l'uomo di casa.

Sono anni di sacrifici per mantenere attiva la farmacia paterna. Ma comunque a 24 anni diventa il più giovane magistrato d'Italia. È svelto. Gira per i tribunali siciliani e infine a Proda a Palermo, dove inizia a lavorare assieme a Rocco Chinnici quasi per caso. Io, come tutti quelli della mia generazione che si sono trovati a vivere certi momenti, soprattutto in Sicilia, si sono trovati a dover fare il magistrato in un modo completamente diverso da quello che avevano previsto, ipotizzato.

rimasto per un problema morale, dirà. La gente mi moriva attorno. Il primo stretto collaboratore a morirgli attorno è Emanuele Basile. È un capitano dei carabinieri. Il 4 maggio 1980 è con la figlia di 4 anni e la moglie alla festa del Santissimo Crocifisso a Monreale. Mentre sta aspettando di assistere ai fuochi d'artificio, un uomo gli si avvicina alle spalle, gli spara alla nuca e poi fugge nell'auto dove lo aspettano due complici.

Paolo Borsellino vedrà i tre sospettati che aveva fatto rinviare a giudizio essere tutti assolti, inviati al soggiorno obbligato e darsi tutti alla latitanza. E un'altra sconfitta, come quella di Giovanni Falcone contro Don Mariano.

Nascita e Metodo del Pool Antimafia

Due sconfitte davanti alle quali due si ritrovano a cercare una rivincita dal Palazzo di Giustizia di Palermo. Nella città lo chiamano U Palazzo, o il Palazzo dei Veleni. È fatto di colonne alte, di marmi bianchi, di corridoi bui, ma di pavimenti sempre lucidi. È un posto pieno di buoni magistrati, ma anche di serpi, spie e fidati referenti del sistema politico.

che grazie alle loro dicerie, dimenticanze, faide, per decenni hanno fatto restare fuori dalle inchieste la regione Sicilia e i politici. E così la lotta alla mafia è avvenuta sempre per l'iniziativa di singoli uomini, spesso isolati e uccisi. Poliziotti come Boris Giuliano, politici come Pio Latorre, giornalisti come Peppino Impastato, giudici come Cesare Terranova. I mafiosi sanno che i magistrati non si muovono in gruppo.

Per loro, fermare un giudice isolato è una buona strategia per rallentare le indagini e soprattutto dissuadere gli altri dal farne di nuove. E qui c'è la prima grande innovazione di questa storia. Far diventare la lotta alla mafia una lotta di gruppo. Il grande merito di Rocco Ghignis è stato proprio questo, di aver capito che non si può lavorare, non si può fare attività.

istruttoria in materia di mafia senza una visione complessiva del fenomeno. Rocco Chinnice è un omone severo che è a capo dell'ufficio dei magistrati di Palermo. E ha questa strana idea di creare un gruppo di professionisti che si occupino tutti assieme di Cosa Nostra. Falcone ci sta, Borsellino pure.

in cui sino a quel momento si era indagato sui procedimenti mafiosi. Leonardo Agueci, un ex procuratore aggiunto di Palermo, ormai in pensione, che ci racconta come cambiò il lavoro dei magistrati in quegli anni. È esperienza di tutti, lo è stata anche la mia. Svolge indagini. verso un certo gruppo criminale e poi magari scoprire per puro caso che queste indagini erano collegate a quelle di un altro mio collega della stanza vicina, questa è stata la grande innovazione.

Col pool cambia tutto. I magistrati adesso si scambiano informazioni, moltiplicano inchieste. La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. La prima grande inchiesta è quella contro il clan Spatola Inzerillo, con oltre 50 ordini di cattura.

Il Sacrificio di Chinnici e il Lavoro nel Bunker

A questo punto i mafiosi loro referenti politici iniziano a preoccuparsi. Ma che si sono messi in testa questi giudici? Vogliono fermare l'economia palermitana? Un giorno Rocco Chinnici riceve una telefonata. È il presidente della Corte d'Appello di Palermo. Mi dice che devo caricare di processi semplici Falcone, scrive Chinnici sul suo diario, in maniera che cerchi di scoprire nulla.

L'uomo non ci pensa neanche un attimo a tradire i suoi ragazzi, ma la mattina del 29 luglio 1983 esce di casa per andare a lavorare e quando scende dal palazzo viene investito da un'esplosione. Questa volta la bomba pesa 75 kg e si trova in una Fiat 126 Verda. Basta distruggere un palazzo, uccidere il Rocco Chignici, la scorta e il portiere dello stabile.

L'unico a salvarsi è l'agente della scorta Giovanni Paparcuri. Ha 27 anni e al momento dell'esplosione si trovava in macchina. Per uno strano caso della sorte, Giovanni viene inviato a collaborare con Falcone Borselino. proprio per continuare con loro l'opera contro Cosa Nostra. Gestisce una delle prime banche dati informatiche della giustizia italiana e lavora con i due giudici al piano terra del Palazzo di Giustizia.

Oggi Giovanni accoglie i visitatori da ogni parte del mondo in queste stanze per mostrare loro e farli toccare i luoghi in cui lavoravano Falcone e Borsellino. Nasce questo bunkerino dove noi stiamo entrando, c'è una porta blindata in ferro. Entrando al bunkerino, magari qualcuno si aspetta che siano grandissime stanze, ma sono semplicemente...

tre stanze dove si è fatta veramente la storia giudiziaria italiana. Questa, la più piccola era la mia, qua nasce la prima banca dati sulla mafia, qua sono stati informatizzati i maxiprocessi. Giovanni è un siciliano che qui al palazzo conoscono tutti. Odia definire questo luogo in cui ci troviamo un museo. Perché dice lui è vivo. E non vuole raccontare Falcone e Borsellino come in quegli investigatori alla True Detective sempre tristi e rabbiosi.

Ma ci stavano tutti i giorni così qui dentro, è vero, però trovavano il tempo, sorridevano sempre e trovavano anche il tempo di scherzare fra di loro. E gli scherzi sono rappresentati dalle papere, che dottor Falcone faceva una collezione. Per cui un giorno andò in missione Paolo Borsellino, per scherzo entrò qui dentro e gli è nascosto una papera.

La papera era nascosta dentro la cassaforte che per rendere la vita più difficile nascondeva pure la chiave. Però gli lasciò un bigliettino. Se la papera vuoi trovare 5 mila lire devi lasciare. L'estorsione. Poi il dottore Falcone ritornò e in dialetto palermitano Paolo non ci rompì di cazzo e porta la papera. Il dottore Borsellino non gliela portava questa papera, non se lo provocava. C'è Giovanni ma che investigatore sei giustamente?

La Rivelazione di "Cosa Nostra"

Per quasi dieci anni dopo la morte di Chinnici Falcone e Borsellino rimangono chiusi in questi uffici a lavorare per sconfiggere Cosa Nostra. Ecco, per capire questa avventura dobbiamo andare alla radice di quella parola che nessuno dice, specie chi ne fa parte. A pronunciarla pubblicamente per la prima volta è un mafioso americano. Ha deciso di pentirsi e adesso sta raccontando strane storie di dita punte con uno spillo, di santini bruciati e di formule di giuramento.

Hai ascoltato Cosa Resta, un podcast di Will Media scritto da Francesco Giano e Carlo Notarpietro. Postproduzione, mix e sound design sono a cura di Lorenzo Marsiglia e Claudio Tommasi.

This transcript was generated by Metacast using AI and may contain inaccuracies. Learn more about transcripts.
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